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Argylle – La super spia – Matthew Vaughn

Esattamente a tre anni di distanza dall’ uscita del suo ultimo lungometraggio, Matthew Vaughn torna in sala con “Argylle” in quella che senza troppi giri di parole possiamo definire come un ulteriore opera volta a decostruire e parodizzare il sottogenere dello spy movie (pratica tanto cara all’autore) attraverso un approccio alla materia apparentemente ridondante ma che contro ogni aspettativa, riesce a gestire affidandosi ad una formula decisamente più innovativa ed interessante rispetto a ciò che il materiale promozionale lasciava intendere.

Il regista britannico però, dirige un film che a conti fatti, per quanto possa risultare divertente e divertito, sfrutta soltanto una piccola porzione delle potenzialità che avrebbe potuto esibire, limitandosi a rimanere un compitino discretamente eseguito senza particolare dovizia.

I primi due atti per l’appunto, si attestano su un livello poco più che mediocre, in cui Vaughn decide inspiegabilmente di trattenersi, mettendo in scena delle sequenze action sicuramente ben dirette, ma prive dell’estro e della follia che avevano caratterizzato la stragrande maggioranza dei suoi lavori precedenti, salvo ritrattare con un terzo atto decisamente più a fuoco in cui finalmente palesa la propria firma stilistica in un connubio di coreografie action che rappresentano senza dubbio alcuno il picco massimo raggiunto dall’opera, sebbene siano affiancate ad alcune scelte estetiche e narrative altamente discutibili nella loro gestione completamente anarchica, facendosi spazio tra un colpo di scena e l’altro e una CGI che definire posticcia sarebbe usare un eufemismo.

Interessante la scelta di Vaughn di connettere in modo così aderente due piani narrativi differenti: realtà e finzione, che si miscelano tra di loro generando dei giochi di montaggio esilaranti, incursioni metacinematografiche e gag raffinate sature di quello humor inglese che il regista riesce sempre a inserire con innato talento, ma che purtroppo dimostra di non riuscire a governare sempre con la stessa dose di energia, complice una gestione dei personaggi secondari che oltre ad essere poco approfonditi si dividono il minutaggio in modo fin troppo scellerato e poco propedeutico nell’economia dello storytelling proposto.

Ottimi invece Sam Rockwell e Bryce Dallas Howard, improbabili coprptagonisti che sfruttando a pieno la palpabile alchimia che i due mettono a servizio dei propri ruoli, riescono a fare breccia nello spettatore che non può fare a meno che sorridere e divertirsi ogni qual volta interagiscono tra di loro sullo schermo.

Non ci troviamo di fronte al disastro preannunciato dalla critica d’oltreoceano e personalmente, per quanto attendessi il film con ansia spasmodica, non mi sento di ritenermi deluso, resta però il rammarico per un prodotto che avrebbe dovuto fare decisamente di più, sopratutto in virtù delle premesse iniziali e del percorso pregresso dell’artista in questione, che quantomeno, si riscatta prepotentemente con una scena finale da urlo e una post credit annessa che lascia ben sperare in vista di un futuro dalle premesse accattivanti… perlomeno sulla carta.

Voglio sperare che “Argylle” più che un mezzo falso passo che figura senza alcun dubbio tra le opere minori del regista, sia piuttosto l’antipasto in attesa della portata principale: quel tanto paventato “Kingsman 3” di cui si spera di avere notizie quanto prima, con la speranza che possa sopperire a quel manierismo che poco a poco sembrerebbe farsi strada nel modo di fare cinema del cineasta. Incrociamo le dita.

Coraggio Matthew, puoi fare molto meglio di così!

Stefano Berta

Esattamente a tre anni di distanza dall’ uscita del suo ultimo lungometraggio, Matthew Vaughn torna in sala con “Argylle” in quella che senza troppi giri di parole possiamo definire come un ulteriore opera volta a decostruire e parodizzare il sottogenere dello spy movie (pratica tanto cara all’autore) attraverso un approccio alla materia apparentemente ridondante ma che contro ogni aspettativa, riesce a gestire affidandosi ad una formula decisamente più innovativa ed interessante rispetto a ciò che il materiale promozionale lasciava intendere.

Il regista britannico però, dirige un film che a conti fatti, per quanto possa risultare divertente e divertito, sfrutta soltanto una piccola porzione delle potenzialità che avrebbe potuto esibire, limitandosi a rimanere un compitino discretamente eseguito senza particolare dovizia.

I primi due atti per l’appunto, si attestano su un livello poco più che mediocre, in cui Vaughn decide inspiegabilmente di trattenersi, mettendo in scena delle sequenze action sicuramente ben dirette, ma prive dell’estro e della follia che avevano caratterizzato la stragrande maggioranza dei suoi lavori precedenti, salvo ritrattare con un terzo atto decisamente più a fuoco in cui finalmente palesa la propria firma stilistica in un connubio di coreografie action che rappresentano senza dubbio alcuno il picco massimo raggiunto dall’opera, sebbene siano affiancate ad alcune scelte estetiche e narrative altamente discutibili nella loro gestione completamente anarchica, facendosi spazio tra un colpo di scena e l’altro e una CGI che definire posticcia sarebbe usare un eufemismo.

Interessante la scelta di Vaughn di connettere in modo così aderente due piani narrativi differenti: realtà e finzione, che si miscelano tra di loro generando dei giochi di montaggio esilaranti, incursioni metacinematografiche e gag raffinate sature di quello humor inglese che il regista riesce sempre a inserire con innato talento, ma che purtroppo dimostra di non riuscire a governare sempre con la stessa dose di energia, complice una gestione dei personaggi secondari che oltre ad essere poco approfonditi si dividono il minutaggio in modo fin troppo scellerato e poco propedeutico nell’economia dello storytelling proposto.

Ottimi invece Sam Rockwell e Bryce Dallas Howard, improbabili coprptagonisti che sfruttando a pieno la palpabile alchimia che i due mettono a servizio dei propri ruoli, riescono a fare breccia nello spettatore che non può fare a meno che sorridere e divertirsi ogni qual volta interagiscono tra di loro sullo schermo.

Non ci troviamo di fronte al disastro preannunciato dalla critica d’oltreoceano e personalmente, per quanto attendessi il film con ansia spasmodica, non mi sento di ritenermi deluso, resta però il rammarico per un prodotto che avrebbe dovuto fare decisamente di più, sopratutto in virtù delle premesse iniziali e del percorso pregresso dell’artista in questione, che quantomeno, si riscatta prepotentemente con una scena finale da urlo e una post credit annessa che lascia ben sperare in vista di un futuro dalle premesse accattivanti… perlomeno sulla carta.

Voglio sperare che “Argylle” più che un mezzo falso passo che figura senza alcun dubbio tra le opere minori del regista, sia piuttosto l’antipasto in attesa della portata principale: quel tanto paventato “Kingsman 3” di cui si spera di avere notizie quanto prima, con la speranza che possa sopperire a quel manierismo che poco a poco sembrerebbe farsi strada nel modo di fare cinema del cineasta. Incrociamo le dita.

Coraggio Matthew, puoi fare molto meglio di così!

Stefano Berta


Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?

Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?


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