Una pellicola raggelante che sancisce definitivamente l’ingresso di Jonathan Glazer tra gli autori più importanti ed influenti del ventunesimo secolo dopo aver già convinto ampiamente critica e pubblico con lavori come “Sexy Beast”e “Under the Skin”.
Un film di una bellezza indescrivibile che racconta la vicenda legata all’olocausto in modo completamente innovativo, come mai era stato fatto prima, attraverso una messa in scena sbalorditiva, coadiuvata ad una regia granitica, composta, geometrica, tanto dal punto di vista dei movimenti di macchina quanto nell’impostazione visiva, capace di dividere cromaticamente i bianchi e i verdi paradisiaci dell’abitazione dei protagonisti, al grigume asettico e incolore delle mura del campo di concentramento che ne fanno da contorno.
La cinepresa si muove poco e si tiene consciamente a debita distanza dai personaggi, quasi come a volerne prendere le distanze, rinunciando a qualsivoglia approfondimento estetico dei caratteri presentati che vengono respinti dall’occhio del regista con particolare vigore, molto più interessato piuttosto a scindere l’inquadratura come a voler disunire non soltanto le due realtà narrate ma anche i membri stessi della famiglia che si ritrovano loro malgrado a sviluppare inconsciamente una gerarchia interna in cui l’uno prevale sull’altro in un gioco di dominio inconsapevole.
La potenza del non mostrare: tutto è sempre suggerito e mai palesato a schermo, conferendo alla pellicola quella forza propulsiva di cui si fa motrice senza mai addentrarsi all’interno del campo di cui, grazie ad un utilizzo del sonoro impeccabile, udiamo soltanto le urla e i rumori della barbarie perpetuate dai generali nazisti nei confronti degli ebrei.
L’udito e l’immaginazione prevalgono sulla vista e alla manifestazione concreta di un atto di violenza si sostituisce la consapevolezza di una realtà riconosciuta, resa palpabile in maniera ancora più angosciante e marcata in momenti apparentemente innocui e fuori contesto, in cui a fare da sfondo al bagno in piscina dei bambini che giocano divertiti in giardino sotto al sole, sono i camini dei campi da cui fuoriesce il fumo posto all’apice dell’inquadratura.
Vedere “gente” del genere chiacchierare in merito alla composizione floreale del giardino mentre si sta consumando un genocidio ad una manciata di centimetri da loro penso mi abbia scatenato un senso di repulsione tale che non riuscivo a provare da veramente tantissimo tempo.
Un opera destinata a fare la storia del cinema e che volente o nolente segna un punto di svolta all’interno della narrazione cinematografica contemporanea.
Un esperienza sensoriale agghiacciante per uno degli esempi di audiovisivo tra i più immersivi dell’ultima decade.
Stefano Berta







