Se ne faceva un gran parlare già da qualche settimana, forte della nomination ricevuta agli Oscar come miglior sceneggiatura originale e del passaparola oltreoceano che ha senza dubbio giovato al progetto in termini di riscontro generale.
Todd Haynes dirige una pellicola elegante, raffinata e che servendosi di due protagoniste magnetiche e di rilievo come Natalie Portman e Julian Moore, ci fa immergere all’interno di un racconto apparentemente semplice in superficie ma che nasconde al proprio interno diverse chiavi di lettura, in grado di improntare lo storytelling verso un punto di svolta che fino ad allora sembrava difficile prevedere.
Ci troviamo a Savannah, un piccolo comune della contea di Chatham nello stato della Georgia dove la protagonista Elizabeth Berry (Natalie Portman) un attrice di Hollywood, si reca per condurre delle ricerche per un film su Gracie (Julianne Moore) una donna che circa una ventina di anni prima, all’età di 36 anni, ingaggiò una relazione clandestina assieme a Joe, un compagno di classe del figlio appena tredicenne con cui ebbe addirittura un figlio e con il quale tutt’ora è rimasta sposata.
Inizialmente sembrerebbe andare tutto per il verso giusto, nonostante uno spaesamento generale che alleggia sulla testa dei caratteri in modo incessante, ma col passare del tempo la presenza di Elizabeth metterà in moto una serie di eventi che porteranno la coppia a riflettere su loro stessi, innescando al tempo stesso una reazione insolita che porterà l’attrice ad immedesimarsi sempre di più nei panni di Gracie fino a raggiungere un punto di non ritorno.
Il confine regola i rapporti tra i personaggi ed è il termine più adatto per descrivere i meccanismi contenutistici di cui il progetto di fa si carico; il film infatti si impone di riflettere su quali siano i confini che dividono la curiosità dall’invadenza, l’ingenuità dall’innocenza, l’amore puro dalla perversione e quanto in là possa spingersi effettivamente il ruolo stesso dell’attore.
Haynes riesce a gestire la narrazione in modo garbato, supportato da una fotografia immersiva, performance attoriali di livello e un utilizzo della colonna sonora pressoché impeccabile, mai troppo invasiva ma cadenzata alla perfezione all’interno del minutaggio, restituendo un senso di tensione perenne che pervade la quasi totalità del racconto.
Realtà e finzione si compenetrano e Haynes, dal canto suo, ce lo suggerisce educatamente attraverso una scelta degli elementi messi in campo mai casuale, con sequenze in cui specchi, riflessi e sovrapposizioni delle immagini la fanno da padrone instillando nella mente dello spettatore la sensazione che tutto possa eccedere da un momento all’altro.
L’immobilismo infatti, che alberga nell’animo dei personaggi inizia a vacillare e tutte quelle convinzioni (o preseunte tali) interiorizzate passivamente dagli stessi cominciano a sgretolarsi e porsi quella domanda in più diventa il punto di innesco per affrontare situazioni emotive e relazionali attraverso un filtro di consapevolezza ben più solido e coerente.
Forse agli Oscar avrebbe meritato decisamente di più, la sola candidatura alla sceneggiatura non sembra dare il giusto peso ad un titolo che sia formalmente (fotografia, regia, montaggio, colonna sonora) che a livello attoriale, si insidia all’interno del mercato cinematografico odierno spiccando tra i titoli più freschi e stimolanti che siano usciti in sala quest’anno.
La farfalla abbandona la crisalide in via del tutto definitiva e si appresta a spiccare il volo; a buon intenditor poche parole, chi ha visto sa.
Jackie Soprano







