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Civil War – Alex Garland

Al netto di alcuni difetti, credo che possa definire “Civil War” come una delle visioni più potenti a cui mi sia sottoposto negli ultimi anni.

Alex Garland, che già aveva meravigliato ai tempi il pubblico con quei due gioiellini di “Ex Machina” e “Men” si serve del senso di instabilità americano, di una nazione completamente alla deriva e schiava del proprio edonismo, per mettere in piedi una disamina sulle atrocità di cui è capace l’essere umano e sulla desensibilizzazione di fronte alla morte, utilizzando un ipotetica guerra civile che fa da sfondo alla narrazione per riflettere su quanto l’informazione possa essere al tempo stesso strumento di divulgazione e di autocompiacimento ego riferito.

Non ci viene dato sapere perché la guerra civile abbia avuto inizio e guardando il film la sensazione che questa sia una precisa presa di posizione da parte del regista risulterà essere funzionale con l’impianto narrativo presentato. Sono anni ormai che in America la tensione sociale e geopolitica ha mostrato segni di cedimento all’interno degli stati che la compongono, andando ad incappare quel tessuto connettivo che ha sempre reso la terra promessa una nazione in cui il senso di appartenenza si fa via via più flebile e in cui un forte senso di individualismo sembra aver preso il sopravvento sui bisogni della collettività.

Sappiamo come vanno le cose, ed è proprio in virtù di questo che il motivo per cui vediamo i protagonisti intraprendere questo viaggio, ci appare magicamente più chiaro che mai.

L’obiettivo della fotocamera non è mai stato così vicino dall’essere una vera e propria arma da fuoco, e il rumore dello scatto che sostituisce i colpi di fucile diventa per Garland un mezzo necessario per coinvolgere nello stesso campo da gioco chi fa la guerra e chi ne divulga la messa in pratica, all’interno di una pellicola che si interroga sul senso etico e morale di individui costretti loro malgrado (o forse no) ad interfacciarsi con la propria natura e i propri istinti primordiali.

C’è anche spazio inoltre per scendere nelle dinamiche interpersonali che regolano i rapporti tra due diverse generazioni: quella di Kirsten Dunst che sfoggia una delle sue performance più intense e che incarna in pieno la figura della reporter d’assalto disillusa e cinica nei confronti del mondo circostante e quella di Cailee Spaeny (coppa Volpi a Venezia per la sua prova attoriale in “Priscilla” di Sofia Coppola) che si contrappone invece alla protagonista venendoci presentata come una nuova leva ossessionata dalla voglia di raggiungere una sorta di autodeterminazione, catapultandosi all’interno dell’azione spinta dall’entusiasmo e dalla voglia di scoperta e che porterà entrambe ad un punto di svolta irreversibile che le segnerà in via del tutto definitiva.

Doverosa menzione d’onore anche a Wagner Moura (il Pablo Escobar di Narcos) qui probabilmente alla sua miglior performance cinematografica e all’ormai più che lanciatissimo Jesse Plemmons, che porta in scena un personaggio in grado di rendersi memorabile in soli 7 minuti di presenza a schermo, all’interno di quella che peraltro possiamo probabilmente considerare come una delle scene cardini dell’intero progetto e in cui la tensione raggiunge picchi qualitativi talmente tanto elevati da lasciare a bocca aperta lo spettatore.

Vorrei scendere maggiormente nei particolari ma credo che sarò in grado di farlo soltanto in un secondo momento, almeno fino a quando il dolore dei cazzotti che ho preso in pieno stomaco comincerà ad affievolirsi.

E io che credevo che il futuro anteriore fosse un tempo verbale distante dal presente…

Ho paura.

Jackie Soprano

Al netto di alcuni difetti, credo che possa definire “Civil War” come una delle visioni più potenti a cui mi sia sottoposto negli ultimi anni.

Alex Garland, che già aveva meravigliato ai tempi il pubblico con quei due gioiellini di “Ex Machina” e “Men” si serve del senso di instabilità americano, di una nazione completamente alla deriva e schiava del proprio edonismo, per mettere in piedi una disamina sulle atrocità di cui è capace l’essere umano e sulla desensibilizzazione di fronte alla morte, utilizzando un ipotetica guerra civile che fa da sfondo alla narrazione per riflettere su quanto l’informazione possa essere al tempo stesso strumento di divulgazione e di autocompiacimento ego riferito.

Non ci viene dato sapere perché la guerra civile abbia avuto inizio e guardando il film la sensazione che questa sia una precisa presa di posizione da parte del regista risulterà essere funzionale con l’impianto narrativo presentato. Sono anni ormai che in America la tensione sociale e geopolitica ha mostrato segni di cedimento all’interno degli stati che la compongono, andando ad incappare quel tessuto connettivo che ha sempre reso la terra promessa una nazione in cui il senso di appartenenza si fa via via più flebile e in cui un forte senso di individualismo sembra aver preso il sopravvento sui bisogni della collettività.

Sappiamo come vanno le cose, ed è proprio in virtù di questo che il motivo per cui vediamo i protagonisti intraprendere questo viaggio, ci appare magicamente più chiaro che mai.

L’obiettivo della fotocamera non è mai stato così vicino dall’essere una vera e propria arma da fuoco, e il rumore dello scatto che sostituisce i colpi di fucile diventa per Garland un mezzo necessario per coinvolgere nello stesso campo da gioco chi fa la guerra e chi ne divulga la messa in pratica, all’interno di una pellicola che si interroga sul senso etico e morale di individui costretti loro malgrado (o forse no) ad interfacciarsi con la propria natura e i propri istinti primordiali.

C’è anche spazio inoltre per scendere nelle dinamiche interpersonali che regolano i rapporti tra due diverse generazioni: quella di Kirsten Dunst che sfoggia una delle sue performance più intense e che incarna in pieno la figura della reporter d’assalto disillusa e cinica nei confronti del mondo circostante e quella di Cailee Spaeny (coppa Volpi a Venezia per la sua prova attoriale in “Priscilla” di Sofia Coppola) che si contrappone invece alla protagonista venendoci presentata come una nuova leva ossessionata dalla voglia di raggiungere una sorta di autodeterminazione, catapultandosi all’interno dell’azione spinta dall’entusiasmo e dalla voglia di scoperta e che porterà entrambe ad un punto di svolta irreversibile che le segnerà in via del tutto definitiva.

Doverosa menzione d’onore anche a Wagner Moura (il Pablo Escobar di Narcos) qui probabilmente alla sua miglior performance cinematografica e all’ormai più che lanciatissimo Jesse Plemmons, che porta in scena un personaggio in grado di rendersi memorabile in soli 7 minuti di presenza a schermo, all’interno di quella che peraltro possiamo probabilmente considerare come una delle scene cardini dell’intero progetto e in cui la tensione raggiunge picchi qualitativi talmente tanto elevati da lasciare a bocca aperta lo spettatore.

Vorrei scendere maggiormente nei particolari ma credo che sarò in grado di farlo soltanto in un secondo momento, almeno fino a quando il dolore dei cazzotti che ho preso in pieno stomaco comincerà ad affievolirsi.

E io che credevo che il futuro anteriore fosse un tempo verbale distante dal presente…

Ho paura.

Jackie Soprano


Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?

Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?


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