Greek weird wave e analisi socio-politica(?) svedese possono coesistere nello stesso film? Alexandros Avranas (“Miss Violence”, “Dark crimes”) è convinto di si, e forse non ha tutti i torti.
Una famiglia di rifugiati russi – genitori con due figlie (in giovane età) – chiede asilo nella Svezia datata 2018. La commissione nazionale per il diritto d’asilo svedese però respinge la domanda per mancanza di prove tangibili e in conseguenza una delle figlie rimane vittima della “sindrome da rassegnazione”, che ha tutte le caratteristiche del coma. Da qui germoglia la narrazione di “Quiet life”, un film di denuncia sociale che assume forma attraverso un algido e asettico filtro surrealista, in perfetta simbiosi con le caratteristiche della Greek weird wave appunto. Se inizialmente ci si può sentire spiazzati dall’impostazione così marcatamente anticonvenzionale per un prodotto di questo tipo, scena dopo scena Avranas riesce a farci entrare nel suo algoritmo narrativo utilizzando una forma convincente e soprattutto necessaria a catturare l’attenzione del fruitore, presumibilmente scongiurandone le plausibili perplessità. Costringendo i protagonisti in un contesto visceralmente apatico e nichilista – per altro dalle sfumature vagamente dittatoriali – il greco riesce a costruire un contrasto peculiare con l’umanità che invece li contraddistingue, sublimando e rendendo così intellegibile il fine del prodotto stesso.
Da sottolineare il cast, riuscitissimo sia dal punto di vista somatico che interpretativo. “Quiet life” però ha anche diversi sottotesti non difficili da captare ma forse un po’ troppo ingombranti nel merito di un’opera che vorrebbe essere sì divulgativa ma formalmente e capillarmente criptica. In sintesi, se la volontà principe era quella di fare informazione attraverso il mezzo cinematografico allora Avranas può, a mio modesto avviso, considerarsi soddisfatto, al netto delle (in questo caso) possibili criticità figlie di una poetica che verte prepotentemente sull’ermetismo.
Federico Cenni







