Eccoci qua: Ridley Scott, a distanza di 24 anni dall’uscita nelle sale del primo Gladiatore, torna ad accarezzare la sabbia del Colosseo portando in auge un progetto che avrebbe voluto realizzare sin dai tempi della conclusione del capostipite.
Ed è così che quella che sembrava essere una mera suggestione, il delirio irrealizzabile di un folle, una possibilità che in tanti avrebbero scongiurato con tutto se stessi, si concretizza entrando a gamba tesa all’interno della stagione cinematografica corrente.
Il film del 2024 non è ai livelli del primo, questo è giusto dichiararlo dal principio, ma recarsi in sala con la speranza di trovarsi di fronte ad un opera di tale caratura è senz’ombra di dubbio un atteggiamento deleterio e fuori luogo, sopratutto in virtù del legame affettivo che lega la stragrande maggioranza degli estimatori al lungometraggio con protagonista Russel Crowe e del periodo storico in cui quello uscito quest’anno si ritrova inserito.
Il sequel diretto da Scott ha un animo profondamente bipolare; ci si accorgerà, guardandolo, di trovarsi di fronte a due pellicole estremamente differenti, tanto nelle intenzioni, quanto nella resa estetico-produttiva e forse questo è il più grande difetto che si può (o che si deve) imputare al film.
La prima parte, al netto di una sequenza d’apertura eccellente, procede verso il proprio punto d’arrivo in maniera fin troppo sbrigativa, sorvolando su alcune caratterizzazioni e catapultando lo spettatore all’interno di uno status quo in continua metamorfosi, colpito drasticamente dal peso di un esecuzione scialba e poco ispirata, più intenta a ripercorrere pedissequamente le fasi del primo film in modo anemico e fiacco, piuttosto che a mettersi a proprio agio imbastendo una narrazione asciutta e coerente con sé stessa.
La seconda sovverte decisamente la posta in palio, trasformando quello che fino ad allora sembrava essere un film d’intrattenimento realizzato non con particolare dovizia, in un progetto dall’animo fortemente politico, in cui i sotterfugi e gli intrighi di palazzo prendono il sopravvento risollevando in modo ineccepibile le quotazioni di un progetto che forse, nasconde molto più di quello che lasciava intendere.
La Roma del secondo Gladiatore è più viva, più tangibile, più ricca, messa in scena però con quel gusto fatiscente e grottesco che si riflette perfettamente nella situazione politica in cui riversa la città stessa, descritta qui nella sua parentesi più decadente e amorale, all’interno di un contesto politico in cui i valori etici e la speranza riposta in un futuro prospero per la città di Roma, si infrangono contro una realtà spietata e degenerante.
L’opera è probabilmente una delle più politiche dirette dal regista britannico ed è estremamente curioso constatare come la parentesi in cui emerge la critica sociale, all’interno della quale si sprecano i parallelismi con la nostra realtà di riferimento, risulti di gran lunga più solida e compatta rispetto a quella riservata all’intrattenimento più sfrenato, che procede claudicante districandosi tra sequenze maginloquenti e ad alto impatto visivo ad altre decisamente più fredde e anticlimatiche, complice peraltro un utilizzo della CGI quantomeno discutibile (le scimmie sono una delle cose più brutte che abbia visto negli ultimi anni al cinema) e una costruzione del pathos che non rende particolarmente onore alla catarsi degli eventi che si susseguono.
Il Lucio di Paul Mescal non ha certo il carisma di Massimo Decimo Meridio e il Macrino interpretato da Denzel Washington non raggiunge la tridimensionalità del Commodo di Phoenix, ma entrambi gli attori dimostrano un evidente attaccamento al progetto restituendo delle performance attoriali, che al netto di una caratterizzazione poco più che superficiale, si lasciano ricordare con piacere, delineando un percorso narrativo che li unisce a doppio filo in un connubio di scrittura che li contrappone da una parte e li rende equamente protagonisti dall’altra.
È senza dubbio curioso il trattamento riservato al personaggio di Pedro Pascal, presentato nel materiale promozionale in un modo e sviscerato in maniera decisamente più destabilizzante (in senso positivo) all’interno del lungometraggio, rendendosi peraltro protagonista di alcuni dei colpi di scena più interessanti e impronosticabili del film.
Lo odierete, lo amerete, lo deriderete, vi ci divertirete assieme; è difficile intercettare il coefficiente di apprezzamento generale che il film farà ricadere sul pubblico, e da fan del regista, mai come in questo caso mi sentirei di biasimare le reazioni di ambe due le fazioni, quello che però credo vada preso in considerazione nell’economia del responso finale, è senza opinabilità di giudizio alcuna, il rispetto e la comprensione rivolte nei confronti di un cineasta che, aldilà delle opinioni meramente soggettive, alla veneranda età di 86 anni, decide di impiegare le proprie forze dedicando tutto se stesso alla settima arte mettendosi in gioco come se il tempo non fosse mai passato.
“C’era un sogno che era Roma, verrà realizzato”; Scott ha provato a farlo, lo ha fatto, con tutti i difetti e i limiti del caso e in virtù di questo non posso non concedergli la mia più sincera riconoscenza, anche se, in conclusione, avrei voluto tanto difenderlo per meriti oggettivi più che per un senso di riverenza che mi ci lega a livello prettamente affettivo.
Mannaggia, Ridley!
Stefano Berta







