Dopo Apaches (Les Apaches, 2013) e Una vita violenta (Une vie violente, 2017) – che già esploravano i temi di violenza, identità e conflitto – con A son image, presentato alla Quinzaine des Cinéastes al Festival di Cannes 2024, Thierry de Peretti adatta il romanzo di Jérôme Ferrari per raccontare la storia di Antonia (Clara-Maria Laredo), una giovane fotografa corsa, e il suo coinvolgimento nelle tensioni politiche che attanagliarono l’isola nel ventennio dagli Ottanta ai primissimi Duemila.
L’auto scivola lenta lungo la strada di montagna da cui s’intravede il mare, Antonia al volante, lo sguardo fisso, le mani tese sul volante come per trattenere un attimo che già si sta spegnendo. La vita è lì, sospesa, e lei la osserva attraverso il vetro, attraverso l’obiettivo della macchina fotografica che non c’è ancora, ma che è già simbolicamente pronta a sigillare ciò che esiste. Poi il gesto, il piccolo scarto, la fine: il corpo di Antonia giace sul letto circondato dal pianto, e insieme a ad esso la promessa di un futuro intatto. Il film ci getta subito in questa doppia consapevolezza, quella della fragilità assoluta e quella della percezione estetica, della capacità di osservare senza strillare, senza drammatizzare, come se la tragedia fosse già stata filtrata dalla lente della fotografia. L’inizio non cerca brividi convenzionali né sovraesposizioni emotive, ci immerge immediatamente nel principio fondante dell’opera: la vita e la morte, il movimento e la sua cattura, il corpo come misura e riflesso del mondo, il tempo come materia da osservare senza interromperlo.
Thierry de Peretti, regista corso noto per la sua capacità di coniugare riflessione politica e intimità personale, costruisce un film ossessivamente visivo e concettuale. Antonia è giovane, inesperta quanto basta per rendere tangibile la sua fragilità, e de Peretti insiste su di lei e sul fidanzato/attivista/attivista anti-francese Pascal (Louis Starace) con una fedeltà quasi ossessiva: corpi interi, in long take spesso statici, completamente inquadrati, dove ogni gesto, ogni respirazione, ogni piccolo tremito diventa materia cinematografica, forza narrativa e riflessione filosofica allo stesso tempo. La scelta di non tagliare mai, di non isolare mai parti del corpo, di restituire sempre la totalità della figura, crea una tensione estetica e concettuale unica: da un lato consente di osservare la vita nella sua interezza e banalità, così come Antonia la sperimenta, senza iperboli o facili catarsi; dall’altro rende evidente l’impaccio, la generale inesperienza degli attori e le difficoltà nel rendere credibile un corpo che deve sostenere da solo la scena, senza aiuti di tagli, effetti o artifici narrativi – non è un caso che tra le prove più convincenti ci sia proprio quella di Thierry de Peretti in persona, nei panni di un saggio e avvilito Padre Joseph, prete che sente di star perdendo le anime dei suoi figli, sporche del sangue della rivoluzione.
La staticità non è solo scelta stilistica, certo, è filosofia incarnata, e come Antonia dichiara riguardo alla vita, ciò che viene catturato resta fermo, e in quel fermo risiede la verità.
La sequenza centrale in casa, dove Antonia fotografa Pascal, rappresenta il manifesto di questa poetica. La camera fissa, precisa, osserva e registra ogni dettaglio, ogni piccola variazione, ogni minima esitazione dei corpi. Pascal appare immerso in una lentezza che rischia di diventare tediosa, e ancor di più il corpo incerto di Antonia che lo cerca senza mostrarci come lo vede, eppure è proprio questa sospensione che rende evidente il nucleo del film: l’atto di osservare la vita, di congelarla, di confrontarsi con la sua ripetitività e la sua mancanza di climax. Ogni scatto fotografico, ogni movimento del braccio di Antonia, ogni piccolo tremito è amplificato dal ritmo lento della regia e dalla continuità dei piani-sequenza, che non permettono di fuggire dall’imperfezione, dalla rigidità dei corpi, e che trasformano l’impaccio in riflessione, la staticità in poesia, la ripetizione in filosofia visiva. Il corpo umano diventa così misura di pensiero: intero, vulnerabile, esposto, irriducibile alla sola recitazione, testimone della vita che scivola, della morte che incombe, dell’immobilità che contiene senso.
Il contesto storico e culturale della Corsica non è mai spiegato a parole ma vissuto come presenza silenziosa. Le strade, gli edifici, i paesaggi, la luce naturale che filtra tra le finestre, i muri che accumulano memoria, tutto contribuisce a raccontare una storia più grande, quella delle tensioni politiche, delle lotte passate e delle ombre che ancora incombono. La fotografia, attentamente calibrata, alterna tonalità calde e ombre morbide negli interni a luci bianche e fredde negli esterni, sottolineando il contrasto tra percezione soggettiva e realtà oggettiva. La saturazione dei colori, sempre lieve ma significativa, diventa veicolo di emozione silenziosa, mentre la camera accompagna i personaggi con movimenti minimi, quasi impercettibili, che ne amplificano immobilità.
Il montaggio è volutamente assai più che visibile, fatto a volte di dubbie transizioni a scorrimento che – i gusti sono gusti – sembrano goffamente ma efficacemente voler replicare le mani della protagonista a scivolare sulla pellicola, ad osservare gli scatti, lasciando poi, ai ricorrenti piani-sequenza il compito di scandire ritmo e durata. Ogni suono è misurato, preciso, integrato nella percezione del tempo dei personaggi e dello spettatore, contribuendo a costruire un tessuto sensoriale che amplifica la tensione e la densità visiva senza mai tradire la semplicità concettuale del film. La ripetizione dei gesti, la lentezza del tempo, la continuità della visione, tutto concorre a rendere il cinema di de Peretti una meditazione sull’esistenza, una riflessione su ciò che è visibile e ciò che resta nascosto nella quotidianità e nell’immobilità. Peccato che quindi che intervenga – in contrasto con le apparenti intenzioni anti-tragiche, anti climatiche del tutto – in ricorso descrittivo e ridondante ad un accompagnamento musicale che, seppur non eccessivamente presente – e fatto di belle canzoni che si pongono nel pieno del recupero di un linguaggio corso che tanti italiani riconosceranno ben più che vicino al loro – , sembra avvertire il dovere di ribadire quel che i corpi fanno in scena, come se “non la facessero abbastanza” o “abbastanza bene”…
E di fatti, e purtroppo, è così.
Perché il problema centrale, se vogliamo, è proprio nell’interpretazione degli attori: la messa in scena radicale, che richiede corpi interi, statici, visibili in ogni loro minima imperfezione, mette a nudo la loro inesperienza e la fragilità della rappresentazione teatrale applicata al cinema. Ogni posa, ogni movimento minimo, ogni respirazione diventa esposta, e il rischio è che il messaggio filosofico sembri oscillare tra poesia e freddezza analitica. Eppure, è proprio in questo equilibrio precario che il film trova la sua forza: l’assenza di dramma convenzionale diventa coerenza con la riflessione di Antonia, con l’idea che la vita, osservata davvero, è sospesa, fragile e «senza tragedia».
In teoria, quindi: ritmo dei piani-sequenza, calibrato con precisione quasi chirurgica, alterna lunghe osservazioni fisse a minimi movimenti di camera che attraversano lo spazio senza mai interromperlo, creando una densità percettiva che trasforma l’osservazione in esperienza fisica. La luce naturale entra dalle finestre come un personaggio silenzioso, accarezzando volti e superfici, suggerendo il passare del tempo e l’ineluttabilità del quotidiano. Gli interni caldi e morbidi accolgono la staticità dei corpi, mentre gli esterni, freddi e duri, contrastano con l’intimità delle stanze, sottolineando le tensioni interne e i conflitti invisibili che attraversano la Corsica e i personaggi stessi. La precisione dei dettagli – lo spostamento di un piede, il tremito di una mano, il minimo cambiamento di postura – diventa il linguaggio del film, la misura della vita e del pensiero, il modo in cui Antonia, e de Peretti con lei, cercano di rendere tangibile l’atto stesso di osservare e comprendere.
In pratica invece: no, Antonia, la sua famiglia, Pascal e i membri del movimento rivoluzionario smettono di essere personaggi mobili, vivi, in divenire, assolutizzandosi nella posa, nell’icona approssimativa che diverrebbero riguardandosi anni e anni dopo in una foto, il che è bello, azzeccato e molto suggestivo, se non fosse A son image sia in effetti un film e – fidatevi, vedrete, se vorrete – neanche scenicamente tanto rivoluzionario e radicale come parrebbe leggendo questa analisi.
In definitiva, A son image è un esperimento forte, interessante, deciso per forma e contenuto. La Corsica, le tensioni politiche, la storia silenziosa che permea ogni inquadratura, i corpi interi, i long take prolungati, il colore, la luce, il suono, il ritmo dei piani-sequenza, tutto concorre a creare un’esperienza sensoriale e filosofica complessa. In un periodo storico segnato da conflitti internazionali come Palestina e Donbass, portare sullo schermo un messaggio che sembra riflettere sulla futilità dell’attivismo radicale è un atto audace e rischioso, che può essere frainteso ma che rimane coerente con le idee forti che animano il film. Le idee sono idee, certo, e A son image dimostra con onestà come la fragilità dei corpi, la staticità delle immagini e la precisione dei piani-sequenza possano trasformarsi in meditazione sull’esistenza, in poesia visiva, in filosofia del tempo e della morte, lasciando lo spettatore sospeso tra osservazione, riflessione e partecipazione silenziosa; ma, d’altra parte, dimostra anche quanto l’ambiguità dei concetti, l’atto violento e mirato rifuggito per paura possa distogliere lo sguardo da ciò che davvero si intendeva dire ed essere.
Detto delle idee, detto delle volontà, che resta dell’ultima opera di de Peretti in quanto film?
Alla fine, restano solo i corpi sospesi, le immagini che catturano ciò che sfugge, il tempo che si piega al gesto dell’osservatore, e noi spettatori, immobili come le figure davanti alla macchina, costretti a contemplare la vita che scivola lenta, la morte che arriva senza clamore, e la bellezza inquieta di ciò che è reale e irrimediabilmente perduto. Bello da dire e da scrivere ma, visto l’argomento e visti i tempi, forse un po’ poco, e un po’ deludente.







