Dopo i più che rivedibili esiti di La Llorona – Le lacrime del male (The Course of La Llorona, 2019) e The Conjuring – Per ordine del diavolo (The Conjuring: The Devil Made Me Do It, 2021) – tralasciando quelli davvero al limite col demoniaco, ma in altri sensi, di The Nun II (2023) – James Wan affida nuovamente e inspiegabilmente a Michael Chaves il compito di proseguire la sua celebre e più che remunerativa saga ambientata nell’universo espanso di The Conjuring e, a rendere la scelta apparentemente ancor più incomprensibile, c’è il fatto che si parla di quello che dovrebbe essere – ma non sarà, già ve lo diciamo – il capitolo conclusivo della biblica avventura dei Warren. Eppure, anche se lungi dall’essere un buon film a tutto tondo, così come dal risultare davvero l’atto «finale» millantato nel titolo, The Conjuring – Il rito finale (The Conjuring – Last Rites) – come detto – , di Michael Chaves, è altresì lungi dall’essere un brutto film.
Eppure – di nuovo, come detto – le premesse c’erano tutte, ma pur potendo risultare una scelta poco condivisibile, stavolta Chaves affronta l’ultimo caso dei Warren non prendendo la cosa troppo sul serio, o facendolo intermittentemente, giungendo così all’esito di un blockbuster che di horror ha solo qualche frangente, qualche trovata e, tuttalpiù, una generale e azzeccata atmosfera di fondo: utile a salutare ed omaggiare la coppia di demonologi che ci portiamo dietro dal dodici anni e, al contempo, lanciando suggestioni per remake e sequel, garantendo però un sano divertimento.
Ma andiamo con ordine…
Se nel primo meraviglioso L’evocazione – The Conjuring (The Conjuring, 2013, James Wan) erano i Perron, in The Conjuring 2 – Il caso Enfield (The Conjuring 2, 2016, James Wan) erano i britannici Hodgson e, nel precedentemente citato terzo film, era toccato al signor Johnson; stavolta la malcapitata famiglia posta in rassegna nell’oramai immancabile long-take d’apertura – a illustrarci casa e parenti – è quella degli Smurl, famiglia fortemente unita nell’amore e timore di Dio, appena trasferitasi in una vecchia e inquietante casa in Pennsylvania.
Come da tradizione, per una saga che si vuole impostata sulla rielaborazione fictional dei “veri” casi di infestazioni e possessioni demoniache risolti dalla coppia di demonologi Ed e Lorrain Warren – chiaramente sempre interpretati dal duo composto dai bravi Patrick Wilson e Vera Farmiga – , anche stavolta la vicenda affonda le sue radici in avvenimenti che scossero i fin troppo facilmente scuotibili Stati Uniti, una tra le più lunghe e mediaticamente seguite di sempre.
In breve: Gli Smurl sono una sana, amorevole e numerosissima famiglia che si trasferisce a West Pittston da Wilkes-Barre, nel 1973, a seguito del grave danneggiamento che la loro prima casa aveva subito dalle sferzate dell’uragano Agnes. Nella nuova casa convivono – seppur divisi – con i genitori/nonni paterni, per un totale di nove anime sotto lo stesso tetto, ossia padre, madre, due figlie grandi, due piccole, i nonni e un cane. Già dal ’74 le figlie cominciano a vedere strane sagome nere con gli occhi bianchi accostarsi ai loro letti di notte; la madre scende nel seminterrato – neanche sognandosi di accendere la luce – e sente sussurri nelle sue orecchie, spintoni e quasi viene uccisa da uno sconosciuto armato di ascia; i nonni sentono la coppia di genitori litigare violentemente mentre questi non sono in casa; la nonna viene spinta giù dalle scale da NESSUNO; e, a conclusione, il pater familias racconta di essere stato sollevato in aria e violentato durante la notte da uno spirito con sembianze di donna…insomma, direi che basta ed avanza, tanto che non siamo nella rubrica paranormale di Elisa True Crime – che al caso ha comunque dedicato un breve video e, se vi va, potete facilmente recuperarlo – , ma su Ready To Rec.
In ogni caso, nulla di strano per i Warren, certo, se non fosse che – e qui si che ha senso il titolo – questo per loro è stato l’ultimo caso di una lunga e chiacchierata carriera, che qui li vede eroi, mentre nella storia “vera” non sono stati che di consulenza e passaggio, intervenendo solo nel 1986 – anno in cui è ambientato il film – , sul caso di una possessione durata quasi quindici anni, e principalmente seguita e “sventata” da Padre Robert Fidelis McKenna, noto esorcista che nel film viene appena citato.
E qui sta forse – ma solo per chi conosce la storia di partenza – una delle diverse note dolenti del film. Di fatti, seppur non ci sogniamo di additare The Conjuring della colpa di non aver riportato fedelmente un caso di infestazione – per natura dubbio, e aderente alla fedeltà e alla realtà dei fatti quanto un vestiario “baggy” lo sarebbe ad uno scheletro – , chi sa, sa anche che il materiale trascurato nella trasposizione della vicenda degli Smurl avrebbe potuto rendere molta più giustizia agli effetti solitamente ricercati da film appartenenti al genere horror: figure nere che s’accostano alla camere dei bambini, o che stanno ferme, o che tranquillamente scorrazzano in casa anche di giorno attraversando i muri; liti e aggressioni di parenti che non sono in casa; vicini che vedono e sentono gente urlare e agitarsi dagli Smurl nonostante questi siano fuori; sono di certo circostanze assai più inconsuete e sfruttabili, e di certo varie di quanto non lo siano bambole con voci rotte e apparizioni dal nulla di donne smunte e truccate. Eppure, se si fa eccezione per la dimenticabile riproposizione del tentativo di stupro nel sonno subito da papà Smurl; o le invece più riuscite e di certo inquietanti/adrenaliniche vicende della madre in cucina o nel seminterrato; nulla delle enormi possibilità che il caso Smurl avrebbe concesso agli sceneggiatori viene incluso in scena.
Questo perché – e con buona pace della famiglia che per quasi quindici anni ha più o meno realisticamente vissuto l’esperienza in questione – il lasso di tempo occupato dalle manifestazioni e aggressioni paranormali nell’inquietante casa in Pennsylvania è, in vero, assai striminzito, laddove il maggior impiego di approfondimento e minutaggio viene profuso in una più generale ricognizione della famiglia Warren.
Senza spoilerare, l’apertura del film ci informa efficacemente di quello che fu il primo caso dei coniugi, ad esso scappati perché ancora giovani e impauriti, e perché collimato con la “problematica e miracolosa” nascita della loro bambina Judy, che rivedremo poi cresciuta (interpretata da Mia Tomlinson) in quanto buona parte del traino della narrazione, nonché filo conduttore tra i suoi genitori e i fatti in Pennsylvania.
Assistiamo anche al dichiarato pensionamento dei coniugi, e alle poco partecipate e credute lezioni in materia paranormale che tengono all’università. Il medico ha consigliato a Ed di abbandonare gli esorcismi perché troppo pericolosi per il suo cuore, che è sempre più fragile. L’oramai maggiorenne Judy ha lo stesso dono di sua madre, ed è in dubbio sull’affrontare lo spaventoso altro mondo che saltuariamente ne bracca i sensi o – come le ha insegnato Lorraine, cantando una filastrocca – «chiuderlo fuori». Ci viene introdotto anche un altro personaggio, che è Tony (Ben Hardy), giovane fidanzato di Judy intento tanto a chiedere la mano della ragazza quanto, sconsideratamente, saperne di più rispetto la professione dei futuri suoceri.
Inutile dire che ogni cosa torna al suo posto, e tanto la crescente sensibilità sensitiva della figlia, quanto il rimando al primo caso della loro carriera, non saranno che piccoli passi d’avvicinamento verso casa Smurl, laddove tutti sono attesi da un qualcosa che va eliminato una volta per tutte.
Se l’incipit, con l’inedita e tesa cupezza di un’indagine demoniaca svolta in ambientazione passata e urbana; o le sequenze nella casa e lungo il vialetto in Pennsylvania su cui affaccia la casa degli Smurl – perennemente adombrato di un velo azzurro scuro, flebilmente illuminato da qualche fioco lampione, in cui la schiera di decadenti casette di provincia s’allunga a perdita d’occhio sul panorama titanico e scheletrico di scure industrie sempre sbuffanti fumo e miasmi – , in cui si respirano a pieno l’atmosfera asfittica, le tinte e l’imminente incontro del piccolo uomo contro un qualcosa di insondabile che caratterizzavano molto similmente L’esorcista (The Excorcist, 1973, William Friedkin); le sequenze in casa Warren non sono che scene preparative a qualcosa che pare però non arrivare mai, e che, quando arriva, non è che un enorme giro nella casa stregata di un milionario luna park…eppure è divertente, una tantum inquieta, fa fare qualche sobbalzo e, pur nella cafonaggine di una tracotanza di effetti e d’azione che spesso annulla il terrore piuttosto che accentuarlo, stavolta Chaves porta a casa il risultato.
Non un grande risultato, intendiamoci, ma nella comanda di omaggiare, salutare e glorificare gli Warren sul passo d’addio – e in procinto di già annunciati futuri sviluppi – il regista losangelino firma un prodotto con qualche infamia e qualche gloria…che non è molto, ma neanche nulla.
Apertasi con il poco discutibile cult di James Wan, la saga dei più celebri e problematici demonologi di sempre si chiude all’insegna dell’eccesso, dell’accumulo di effetti e trovate riciclate da Wan ma senza gli stessi risultati, del simbolico e smielato citazionismo e ritorno dai precedenti capitoli; sì ma, per fortuna, incoerente coi baratri del terzo film, riportando – purtroppo – alla sola mediocrità una saga che però, col precedente film, lo stesso regista di quest’ultimo atto pareva aver destinato agli oscuri pozzi senza fondo del solo trash.
Di questi tempi, parlando di saghe, dirlo è quasi un lusso: ma poteva andare peggio.
E quindi lo diciamo.







