Chi più degli appartenenti a questa generazione ha sentito più volte riferirsi alla figura dello streamer/youtuber come a qualcuno che dovrebbe cercarsi un lavoro vero?
Nel rispetto delle opinioni di tutti ci sentiamo di dire che, se non effettivamente un “lavoro”, di certo il mondo dello streaming è stato, negli ultimi anni, un’eccezionale palestra di talenti, mani e occhi votati poi alla causa dell’horror…specie volgendo lo sguardo verso latitudini che – seppur sempre di lingua inglese – solo da poco cominciano a rientrare nell’idea più condivisa di “cinematografia di rilievo”, e, soprattutto, in buona parte grazie all’horror.
E allora sì, rieccoci: nuovo film del terrore, nuovo giro nell’inospitale flora e fauna – e nel più che ospitale welfare – dell’Australia e, soprattutto, nuovo youtuber.
Dopo il successo dei conterranei fratelli Danny e Michael Philippou – confermatisi proprio quest’anno con l’ottimo Bring Her Back – Torna da me (Bring Her Back, 2025), e anch’essi apprezzati youtuber titolari del canale RackaRacka – , ecco che al Sundance Film Festival fa la sua comparsa Together, più che interessante e gradevole esponente della tanto amata e abusata categoria del “body horror”, per la regia dell’esordiente Michael Shanks, anche lui australiano e precedentemente noto “sul tubo” col canale timtimfed, oramai dal lontano 2006.
Eppure, prima di inoltrarci nei motivi che rendono quest’opera prima assai degna di nota – chiaramente senza bypassarne difetti e “goffaggini”, sia mai… – , premettiamo un qualcosa che, per quanto forse naturale, a lungo andare comincia a suonarci cacofonico, vagamente ridondante e – soprattutto alla luce della generale ottima qualità delle recenti produzione di questo genere cinematografico – quasi spiacevole.
A discapito della generazione e della natalità geografica che Shanks condivide coi Philippou, come oramai abbiamo ripetuto alla nausea in passate recensioni di film del medesimo genere, il più evidente e limpido rispecchiamento di tematiche, canoni e prassi, il regista lo ritrova come al solito nel (fu) grande Ari Aster – se escludiamo il forte accento su mutazioni e decadimento del corpo, effettivamente centrale nella poetica dei succitati fratelli australiani, ma come pure di maestri passati come John Carpenter, Brian Yuzna, Stuart Gordon, e l’ancora attualissimo David Cronenberg (a cui dobbiamo l’immancabile definizione di body horror stessa).
Sfruttiamo quindi questo spazio introduttivo per una sorta di “appello”, una preghiera (la religione, altro grosso archetipo dell’horror di oggi) al buon cuore dei creativi del settore: basta incipit con familiari pazzi e inquietanti, lutti assurdi e inelaborabili, spaventose madri come referenza simbolica dell’incapacità del personaggio maschile, coppie che fanno il grande passo sul baratro di crisi coniugali inespresse, esoterismo, simboli concentrici disseminati per il profilmico – a favore di spettatore ma non dell’occhio dei protagonisti – , e case/paesi/qualsiasi cosa inquadrata col selected focus al fine di impressionarci del fatto che tutto sia un grosso modellino, manovrato con cura da una forza superiore che ha già deciso vita, morte e miracoli dei protagonisti…per lo meno non tutto insieme; perché Together è questo – tranne che per il selected focus, quello non c’è – e, per quanto bello nel generico e nel suo concetto di fondo, tale intuizione avrebbe forse ancor più beneficiato di un’originalità semantica “tutta” sua.
Ma passiamo ora al film più propriamente detto.
Tim (Dave Franco) e Millie (Alison Brie) sono una coppia di trentacinquenni di città: traumatizzato e ancora illuso di sfondare nella musica, il primo, e maestra la seconda, la quale chiede e si vede accordato un trasferimento nella scuola primaria di un rurale nucleo urbano di provincia. Tra i due oramai c’è freddezza da un po’, al punto che non si consuma un rapporto sessuale da mesi e mesi – cosa che rende tanto inattivo lui quanto insistentemente vogliosa lei – , e un’amica di Millie la incita a sfruttare il trasferimento per «trovare un bel campagnolo che [la] scopi come si deve», a scapito di un povero Tim frustrato, annichilito e tormentato dai raccapriccianti incubi notturni riguardo la follia della madre che, con un sorriso sgargiante e occhi luminosi e sbarrati, lo fissa da un immaginario letto parallelo al loro, al fianco della carcassa deformata del padre morto…
In questo quadro idilliaco, quale migliore idea se non quella che viene a Millie, di proporgli di sposarsi di fronte a tutti gli invitati della loro festa di addio/arrivederci?
Ad ogni modo, e matrimonio messo momentaneamente da parte, i due si trasferiscono.
Sin dalle prime ore di trasloco, però, Tim comincia a sentire strani odori, a rinvenire inquietanti e ammassate carcasse di topi nel vano di una lampada a soffitto, finché i due si perdono nel bosco che circonda la casa, durante una bufera, e cadono assieme in un buco nel terreno. Qui rinvengono resti di una cattedrale, una grossa campana di bronzo marchiata di uno strano segno bianco, e una pozza in cui le radici convergono e vi si immergono come vene attorno ad un orifizio – quale? Sceglietelo voi.
Finiscono l’acqua nelle borracce e s’abbeverano dalla pozza, poi s’addormentano. Tim ha un altro terribile incubo in cui gli pare che la cava naturale respiri con lui e, al loro risveglio, i due s’accorgono di essere incollati per i polpacci. Si staccano, danno la colpa a strane e ipotetiche muffe per poi tornarsene a casa, dove nulla tra loro migliora, semmai peggiora, ma con l’aggiunta di stranianti e soprannaturali fatti.
Ma non c’è da temere per la sconsolata Millie, in oramai incontrollabile astinenza sessuale, incerta sulla giustizia nella sua presa posizione di trasferirsi assieme nel nulla, e che ora è ugualmente incerta rispetto alla salute mentale del compagno – che dopo certi eventi che non vi spoileriamo ha pensato di farsi visitare da un medico, timoroso di poter aver ereditato gli stessi squilibri psichici che sappiamo essere appartenuti alla madre; e non c’è da temere perché, anche quando non c’è, Pedro Pascal c’è, in tutta la sua mascolinità sensibile e accogliente, stavolta incarnata dal più smunto e meno celebre suo sosia Damon Herriman, nei panni del dolce e interessato collega e vicino di casa Jamie.
SPOILER ALERT! (ma leggero, più o meno…)
Se l’efficacia dell’incipit – introduttiva all’oscurità del mood generale e accennante alla questione della “fusione” dei corpi che vedremo più avanti – sta proprio nel succitato modus operandi tutto asteriano di voler far percepire una generale impotenza dei protagonisti riguardo i terribili epiloghi che paiono esser già scritti per loro (e così è, di fatto è un film); va però fatto notare come la giustapposizione al millimetro di fatti e situazioni, dettagli e avvicendamento dei personaggi, faccia sì che l’alone di dubbio, ora di mistero e ora di speranza, finisca per diradarsi quasi doppiando in velocità il tempo che ci aveva messo per addensarsi sulla trama. Infatti, se il primo Aster era maestro nel disseminare di indizi effimeri tanto gli scambi quanto lo schema inquadrature, Shanks non dimostra altrettanta raffinatezza nel gioco di prestigio che vorrebbe certe tracce apparire e poi sparire, confondersi e disperdersi. Questo fa sì, ad esempio (e qui sta lo SPOILER), che non si creda nemmeno per un istante alla sfacciata gentilezza del professor Jamie – tantopiù che quando in un horror un personaggio centrale è anche vicino di casa, di solito, c’è poco da scherzare – , dal momento che la sua entrata in scena si pone esattamente all’apice di un crescendo di eventi, suggestioni e tracce, per cui un così radicale spiraglio di luce appare evidentemente nient’altro che una mera illusione.
FINE SPOILER ALERT!
Per fortuna, però, questo è tutto ciò che c’è da segnalare in negativo rispetto a questo Together, che certo vacilla in una scrittura di dialoghi effimeri e spesso superficialmente ironici, in scelte evidentemente poco sagge da parte di personaggi, che sembrano non rendersi davvero conto di ciò che gli sta accadendo, seppur su tale aspetto preferiamo mantenere il dubbio rispetto a intenzioni che – similmente a come abbiamo recentemente visto in Weapons (2025, Zach Cregger), segno non per forza gradevole a tutti, ma di certo illuminante per nuove e contemporanee frontiere di genere – si fossero dirette verso un totalità delle potenzialità horror, abbracciando con successo derive più comiche che, anche se non immediatamente inseribili in un chiaro discorso metatestuale, nell’esordio di Shanks funzionano abbastanza bene.
Il vero centro nevralgico del film è però una ri-estetizzazione ora grottesca, ora terrificante, ora perturbante e ora inaspettatamente romantica del mito platonico degli androgini – riferimento dichiaratamente e diegeticamente espresso proprio tramite le parole del professor Jamie – , che in Together si fa strumento d’analisi e affinamento di dinamiche spesso troppo semplicisticamente bollate come di dipendenza o co-dipendenza tossica.
Intendiamoci, lungi da Shanks – immaginiamo – rivalutare positivamente certe derive di relazioni ed emotività che spesso assumono una carte forma proprio perché in crisi (basta vedere a chi vengono messe in bocca certe massime e a chi altre); piuttosto emerge, da questo suo esordio, una non scontata attenzione alla porosità di confini spesso troppo nettamente segnati tra amore e bisogno, desiderio e violenza, inettitudine, dipendenza e psicopatologia, in un’evoluzione del rapporto di coppia che, schivando facili e perbeniste morali, arriva a trovarsi “insieme” affrontando un esito – stavolta sì – interessante e forse inatteso.
Sta in questo, forse, il più grosso ed evidente – oltreché maggiormente funzionale – credito artistico dell’esordiente australiano verso i suoi conterranei, assieme ad una rivisitazione filosoficamente radicale della cannibalizzazione amorosa portata in scena qualche anno fa Luca Guadagnino nel suo Bones and All (2022).
Insomma diciamolo chiaramente: contro un marketing che lo vorrebbe l’horror più originale e traumatico dell’anno, noi vi diciamo di star sereni e andare in sala. Non troverete un capolavoro, non una rivoluzione e nemmeno un gore spinto all’insopportabile eccesso così tanto millantato in giro per reel e review di anteprime stampa – salvo certo fobie o suscettibilità specifiche, la cura delle quali sta alla coscienza e al fegato del singolo, e non a noi – . Vi troverete però di certo di fronte a un buonissimo film, non così originale nei suoi dettagli, quanto più nel suo insieme, forte di una messa in scena solida e coerente nel rapporto significante-significato, tra l’ispirato e il funzionale, ben ritmato, capace di spaventare ed inquietare e vitalizzato dall’ottima prova di Alison Brie – non che quella del protagonista maschile sia male, ma oramai ai Franco abbiamo smesso di chiedere più di tanto.
Together è un’opera prima che si prende solo rischi parziali, ma se li prende, e s’avvale anche di ottimi effetti analogici ad omaggiare l’horror che fu, impaurendo e facendo riflettere sull’amore coniugale, sulla sessualità, su vaghe ma coerenti suggestioni che qualcuno potrebbe definire di natura transgender, pur rimanendo nella confort zone di una sapiente e studiata commistione di elementi da ieri e da oggi. Questo esordio palesa di certo un buon talento, quello di Michael Shanks, da cui la prossima volta c’aspettiamo qualcosa in più in termini di vere novità espressive…se poi dovesse rivelarsi “nient’altro” che un ottimo esecutore, beh, pazienza, ad oggi sembrano merce rara, e male non fanno.







