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Eddington – Ari Aster

“Ma se nella mia piccola cittadina non ci sono casi di Covid, perché devo portare la mascherina? È davvero necessario, o è solo un’imposizione dall’alto? E se fosse tutto un complotto delle multinazionali per controllarci?”
Il dubbio, la diffidenza, la paranoia. È questo il terreno su cui Ari Aster costruisce Eddington, un film che fotografa un’America frammentata, dove la verità si dissolve tra fake news, estremismi e teorie del complotto.
In un momento storico in cui il confine tra reale e immaginario sembra ormai annullato, Aster abbandona le crisi familiari e intime dei suoi film precedenti per allargare lo sguardo verso una crisi collettiva: quella della comunità.
La cittadina di Eddington diventa così un microcosmo dell’America contemporanea, popolato da figure che incarnano gli stereotipi di una nazione divisa: il fanatico religioso, il sindaco progressista legato alle multinazionali, lo sceriffo che mette il bene della sua gente sopra le leggi dello Stato, i giovani “rivoluzionari” che non sanno più cosa vogliono cambiare, i complottisti pronti a vedere ovunque i “poteri forti”.
È un mondo grottesco, iperbolico, colorato — ma anche soffocante. Un universo dove ogni individuo cerca un nemico contro cui puntare il dito, incapace di riconoscere le proprie responsabilità.
Aster costruisce una narrazione volutamente caotica, fatta di frammenti e contraddizioni, dove i protagonisti paranoici, rendono paranoica la pellicola stessa. Lo spettatore si ritrova a sua volta disorientato, travolto da un flusso di notizie, slogan, e ossessioni mediatiche che cambiano di scena in scena.
Il risultato è uno spaesamento incontrollato: il film non ci guida, ma ci costringe a sperimentare lo stesso smarrimento che vivono i personaggi. Forse è proprio questo il punto: non capire più da che parte stia la minaccia, e se davvero ci sia una minaccia reale — o solo la nostra paura di averne bisogno.
Dal punto di vista registico, Aster non rinuncia ai suoi virtuosismi.
La regia alterna simmetrie da western e movimenti nervosi, specie nei duelli tra lo sceriffo e il sindaco. L’uso della macchina a mano nelle sequenze finali amplifica la tensione, ci trascina nella mente paranoica del protagonista, fino a farci sentire noi stessi braccati, alla ricerca di un bersaglio invisibile.
La fotografia contribuisce al senso di irrealtà: la cittadina di Eddington, con il suo cartello di benvenuto e le sue tinte surreali, sembra un luogo sospeso, una Springfield contemporanea, abitata da caricature dell’America profonda.
Eppure, se da un lato Eddington affascina per ambizione e potenza visiva, dall’altro soffre la sua stessa complessità. I temi — pandemia, complottismo, suprematismo, religione — si accumulano fino a confondersi, lasciando la sensazione di un racconto dispersivo, privo di una direzione unitaria.
Il film appare come un collage di spunti brillanti che non trovano sempre una sintesi coerente: il pensiero corre veloce, ma la narrazione arranca.
In definitiva, Eddington è un esperimento imperfetto ma coraggioso: un affresco delirante di un’America che non sa più chi credere, né in cosa credere.
Aster continua a scavare nell’ansia contemporanea, solo che questa volta il trauma non è più personale — è collettivo, globale, e forse irreversibile.

“Ma se nella mia piccola cittadina non ci sono casi di Covid, perché devo portare la mascherina? È davvero necessario, o è solo un’imposizione dall’alto? E se fosse tutto un complotto delle multinazionali per controllarci?”
Il dubbio, la diffidenza, la paranoia. È questo il terreno su cui Ari Aster costruisce Eddington, un film che fotografa un’America frammentata, dove la verità si dissolve tra fake news, estremismi e teorie del complotto.
In un momento storico in cui il confine tra reale e immaginario sembra ormai annullato, Aster abbandona le crisi familiari e intime dei suoi film precedenti per allargare lo sguardo verso una crisi collettiva: quella della comunità.
La cittadina di Eddington diventa così un microcosmo dell’America contemporanea, popolato da figure che incarnano gli stereotipi di una nazione divisa: il fanatico religioso, il sindaco progressista legato alle multinazionali, lo sceriffo che mette il bene della sua gente sopra le leggi dello Stato, i giovani “rivoluzionari” che non sanno più cosa vogliono cambiare, i complottisti pronti a vedere ovunque i “poteri forti”.
È un mondo grottesco, iperbolico, colorato — ma anche soffocante. Un universo dove ogni individuo cerca un nemico contro cui puntare il dito, incapace di riconoscere le proprie responsabilità.
Aster costruisce una narrazione volutamente caotica, fatta di frammenti e contraddizioni, dove i protagonisti paranoici, rendono paranoica la pellicola stessa. Lo spettatore si ritrova a sua volta disorientato, travolto da un flusso di notizie, slogan, e ossessioni mediatiche che cambiano di scena in scena.
Il risultato è uno spaesamento incontrollato: il film non ci guida, ma ci costringe a sperimentare lo stesso smarrimento che vivono i personaggi. Forse è proprio questo il punto: non capire più da che parte stia la minaccia, e se davvero ci sia una minaccia reale — o solo la nostra paura di averne bisogno.
Dal punto di vista registico, Aster non rinuncia ai suoi virtuosismi.
La regia alterna simmetrie da western e movimenti nervosi, specie nei duelli tra lo sceriffo e il sindaco. L’uso della macchina a mano nelle sequenze finali amplifica la tensione, ci trascina nella mente paranoica del protagonista, fino a farci sentire noi stessi braccati, alla ricerca di un bersaglio invisibile.
La fotografia contribuisce al senso di irrealtà: la cittadina di Eddington, con il suo cartello di benvenuto e le sue tinte surreali, sembra un luogo sospeso, una Springfield contemporanea, abitata da caricature dell’America profonda.
Eppure, se da un lato Eddington affascina per ambizione e potenza visiva, dall’altro soffre la sua stessa complessità. I temi — pandemia, complottismo, suprematismo, religione — si accumulano fino a confondersi, lasciando la sensazione di un racconto dispersivo, privo di una direzione unitaria.
Il film appare come un collage di spunti brillanti che non trovano sempre una sintesi coerente: il pensiero corre veloce, ma la narrazione arranca.
In definitiva, Eddington è un esperimento imperfetto ma coraggioso: un affresco delirante di un’America che non sa più chi credere, né in cosa credere.
Aster continua a scavare nell’ansia contemporanea, solo che questa volta il trauma non è più personale — è collettivo, globale, e forse irreversibile.


Mi sono laureato in Cinema alla RUFA, ho proseguito con una magistrale in Filologia Moderna e un master in 3D Digital Production. Il mio percorso unisce tecnica, creatività e cultura visiva, e nasce da una passione: raccontare storie attraverso le immagini. Amo lavorare sul campo, curare l’inquadratura e dare forma a un racconto visivo preciso ed evocativo. In Ready to Rec porto questa visione, con l’obiettivo di crescere sempre e trasformare la mia passione in progetti che parlino davvero a chi guarda.

Mi sono laureato in Cinema alla RUFA, ho proseguito con una magistrale in Filologia Moderna e un master in 3D Digital Production. Il mio percorso unisce tecnica, creatività e cultura visiva, e nasce da una passione: raccontare storie attraverso le immagini. Amo lavorare sul campo, curare l’inquadratura e dare forma a un racconto visivo preciso ed evocativo. In Ready to Rec porto questa visione, con l’obiettivo di crescere sempre e trasformare la mia passione in progetti che parlino davvero a chi guarda.


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