Già maggior incasso d’apertura di sempre per un prodotto italiano – e canonicamente in periodo festivo/natalizio – , Buen camino è il sesto film dell’oramai nuovo assoluto mattatore dei botteghini Luca Medici in arte Checco Zalone (per chi non lo sapesse, rimaneggiamento dal barese “Che cozzalone!”, ossia un individuo di bassa levatura morale, intellettuale e comportamentale, diciamo…), capace di insidiare nientemeno che un certo James Cameron e il suo Avatar – Fuoco e cenere (Avatar: Fire and Ashes, 2025), nonché di riconquistare il suo stesso primato raggiunto appena nove anni fa col “capolavoro” zaloniano Quo vado? (2016), solo momentaneamente usurpatogli da un altro “capolavoro” nostrano: il C’è ancora domani di Paola Cortellesi, recante targa anno domini 2023.
Data per assodata la scarsa lungimiranza e consapevolezza del nostro paese nel riconoscere i capolavori – operazione già di per sé complessa anche per lo spettatore, per il critico o per lo studioso più avveduto – , è inutile star qui a negare quanto, e ancor più del succitato neorealista esercizietto di stile della riscoperta portabandiera femminista e attrice romana, Quo vado? sia stato uno spartiacque del nostro cinema sotto diversi punti di vista: di certo per il mostruoso incasso, che però fu forse il dato a stupire meno, assieme a quello a servire di più la nostra industria; per la recezione critica, dato che anche i più arcigni esponenti della categoria faticarono a non riconoscere almeno un’abbondante sufficienza condivisa alla quarta iterazione targata Zalone-Gennaro Nunziante; e infine, quello che più destò sorpresa, ossia il dato relativo al generale gradimento rispetto una commedia dall’altrettanto generale e difficilmente trascurabile qualità specifica, capace finalmente di dare vera credibilità alla formula del ridere “con e dell’italiano medio”, tirando in ballo a vari livelli le idiosincrasie romantiche, goffe e un po’ inquietanti del post-ideologico italico, facendo sorridere di testa e sganasciare il pubblico prendendolo – stavolta legittimamente, perché con giusto bilanciamento – alla pancia, pur non disdegnando una costruzione narrativa più complessa che avrebbe portato a più “complessi” morali della favola.
La maschera di Checco si faceva finalmente realtà nella composita funzionalità che si addita ai più canonici e artisticamente vivi esponenti iconografici e favolistici di questa definizione – pur non raggiungendone davvero nemmeno uno, non temete, così come Zalone non raggiunge i più amati e riconosciuti volti della categoria “mattatori”, e chiariamo a scanso di equivoci – , il nome di Luca Medici scavalcava la barriera che divide i puri comici prestati al cinema dagli autori e assurgeva a tutti gli effetti simbolici alla nomina di sceneggiatore, ruolo che in fondo aveva già ricoperto e che, ad oggi, ha ricoperto in ognuno dei suoi film, Buen camino compreso. Zalone era/è diventato un evento incarnato e, il suo penultimo film, quel Tolo Tolo (2020) in cui per la prima volta Checco stava sia davanti che dietro alla macchina da presa, certificò probabilmente altri due dati – e così siamo a cinque: la levatura raggiunta aveva fatto sì che si pensasse di poter fare a meno di un regista di professione come Nunziante – la cui carriera di certo non brilla, e che nel periodo di “separazione” da Zalone s’è arricchita (o impoverita) di tutt’altro che convincenti collaborazioni con interpreti in partenza extra-cinema tra cui Fabio Rovazzi, Pio e Amedeo, e in ultimo Angelo Duro nel terrificante Io sono la fine del mondo, di questo stesso 2025; e in più, nonostante a quasi nessuno fosse mai venuto in mente di chiamare Quo vado? “un film di Gennaro Nunziante”, agire da regista poteva far sì di far assurgere il comico barese al ruolo riconosciuto di autore totale, giustificando il ben più pronunciato “un film di Checco Zalone”… operazione che, però, non andò certo benissimo.
Se in Tolo Tolo prevaleva forse lo Zalone più sporco, scorretto, idiota e banale, s’intravedeva pure quello con più evidenti mire da satiro sociale, bilanciando però male il rapporto tra invettive dirette e allusioni, struttura e testo, gags e racconto, in un film equivocabile e sfrondato che dava adito al pensiero di un effettivo bisogno del mestiere di Nunziante dietro la macchina da presa, e al fianco del nostro amato mattatore.
Ora il regista – seppur dopo il succitato disastro cinematografico dell’esordio di Angelo Duro – è tornato, Luca Medici si “limita” a recitare e sceneggiare e, assieme, dopo nove anni dall’ultima partnership portano in sala Buen camino… Saremo dunque tornati alle (pur modeste) vette di Quo vado?, potendo mettere una pietra sopra a Tolo Tolo e salutando il radioso futuro artistico del calvo e sornione mascherone barese del nostro cinema?
La risposta alla prima domanda è no, e lo stesso vale per la seconda.
Riassumiamo (più o meno) rapidamente la trama cercando, per quanto possibile, di dare un po’ di dignità al film accennando una sorta di “bello stile”, per passare poi ai motivi per cui Buen camino, effettivamente, non meriterebbe neanche questo piccolo sforzo:
Checco (Checco Zalone) è un fanta-miliardario proprietario di infinite e faraoniche ville, barche e auto sportive, gode dei sessant’anni di lavoro del padre proprietario d’impresa e (come Leonardo DiCaprio) allo stesso modo colleziona top-model che non superino i venticinque anni. Vive in una dimensione di abbondanza continua, un benessere che sembra aver anestetizzato ogni frizione con il reale. Le sue giornate scorrono tra comfort, abitudini rassicuranti e una leggerezza che non prevede conseguenze, finché Cristal (Letizia Arnò), la figlia, decide arbitrariamente di partire per il Cammino di Santiago, lasciando dietro di sé una casa che non sente più come un luogo di crescita ma come una gabbia dorata. La sua scelta non nasce da uno scontro aperto, ma da un silenzio che pesa più di qualsiasi litigio, e Checco, incapace di restare fermo di fronte a quella distanza improvvisa, sceglie di seguirla.
Il viaggio lo espone a una serie di incontri e deviazioni che incrinano progressivamente la sua sicurezza. Alma (Beatriz Arjona) incrocia il suo percorso come una presenza laterale ma necessaria, una figura che non giudica e non consola, limitandosi a stare, a osservare, a condividere il tempo del cammino. Cristal procede, ostinata e fragile, tenendo il padre a distanza, costringendolo a misurarsi non tanto con i chilometri quanto con ciò che non ha mai saputo dire. Attraversando paesaggi che non gli appartengono, Checco scopre la fatica, il limite, l’inadeguatezza del proprio ruolo, mentre il rapporto con Cristal si ricompone lentamente, senza strappi né rivelazioni improvvise, ma attraverso una serie di piccoli scarti, di attese, di riconoscimenti reciproci. Il cammino diventa così lo spazio in cui padre e figlia imparano a guardarsi senza protezioni, accettando che l’amore non coincida con il controllo e che la vicinanza possa nascere solo dopo aver attraversato una distanza reale.
Detto ciò, il punto più alto del tutto non potrà che essere lo scorrimento dei titoli di coda, accompagnati dal videoclip del singolo Prostata Enflamada che accompagna il film, cantato da uno Zalone che destruttura e ridicolizza la figura del “femminaro” latino afflitto dai principi di un invalidante e poco sensuale tumore alla prostata – che poi è lo stesso che farà poco più che spaventare il nostro protagonista sulla fasi finali del racconto, paventando quel minimo di dramma che invece l’occasione non ricoprirà mai davvero.
Il vero problema di Buen camino è l’assoluta inesistenza e mediocrità di ogni valore a schermo: dalle interpretazioni degli attori (tutti) sino alla punteggiatura scenica, dalle battute stanche e poco più che estemporanee al piglio blando con cui i paesaggi del camino – nemmeno loro – riescono a illuminare il quadro, terminando con la chiara e netta sensazione che si sia voluto criticare un po’ tutto ciò che questa semplificata contemporaneità offra sotto tiro, con l’evidente e consueto risultato di finire per non criticare né esaltare davvero nulla. E quando ci si prova, seppur forse più con la volontà di strappare la facile risata populista rispetto alla critica o alla riflessione propriamente detta, Checco riesce ad estorcere la posizione della fuggitiva figlia Cristal – di suo specchio dei proverbiali “comunisti con Rolex” e gioventù che piuttosto che godere delle esperienze non può fare a meno di “postarle” – alla sua migliore amica in dieta ed evidentemente affetta da obesità o disturbi alimentari e del peso, portandola in un ristorante tristellato e condannandola a porzioni misere mentre lui degusta in faccia a lei la versione più golosa e nouvelle dei una allettantissima gricia.
Questo non è che uno degli esempi, dato che la coppia che ospita Cristal, composta dall’ex modella, aspirante attrice fallimentare, disoccupata ed ex moglie di Checco Linda (Martina Colombari) e dal regista teatrale palestinese Tarek (Hossein Taheri, anche lui palestinese, rispetto cui ipotizziamo il bisogno di un ingaggio, e a cui auguriamo ogni fortuna per la battaglia coi sensi di colpa che potrebbero venirgli a bussare all’orecchio in piena notte), non è che un’evenienza poco utile al racconto, se non ad imbastire una narrazione che – magari involontariamente, per carità – va a sminuire, elitarizzandola, il senso della mobilitazione pro-pal, non tanto per l’attendibile aria da artistoide complesso, incomprensibile nell’eloquio e fanfarone nelle proposte assegnata a Tarek – che è “l’unico palestinese ad occupare suolo altrui” (casa di Checco) – , quanto soprattutto per la discreta somiglianza del personaggio di Linda con una nota e italiana giurista e relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, con cui condivide colore e foggia dei capelli oltre alla montatura degli occhiali – quest’ultima, segnalazione per cui, almeno per il merito di averla fatta notare per primi in dibattiti live e di massa, ci sentiamo di essere onesti e ringraziare il lavoro del collettivo I Criticoni.
Come anticipato, allo stesso modo è messo in ridicolo il Vacchi/Zalone protagonista, che mai ha lavorato nella sua vita ed è in procinto di abbandonare il cammino con Cristal perché sul suo yacht, lo Zalonius II, è avvenuto l’indicibile, configurabile nel guasto della macchina del ghiaccio e nell’esaurimento delle scorte di alcool di eccelsa qualità, proprio mentre il nostro povero eroe si ritrova a fare i conti col riavvicinamento alla figlia e, peggio ancora, con l’arduo compito di ostacolare l’eretico cuoco giapponese della collettività, che si ostina nell’esecrabile volontà di cucinare la pasta da non italiano (unico retaggio da Quo vado?, purtroppo non di quelli buoni), e che Checco argina contravvenendo alla totalità dei santi propositi della povertà collettiva ingaggiando un chef stellato, lautamente ricompensato, pronto a cucinare per tutti.
Il buon gusto della patria, di nuovo, è stato portato in salvo.
And that’s all folks! Poco altro da aggiungere – o in fondo nulla – per un film che fa lo stesso: poco aggiunge e poco tenta di aggiungere, ma senza neanche l’accennato sforzo di affrontare ciò che già c’è sul ricco e a tratti tedioso mercato a cielo aperto dell’attuale opinione pubblica su questo o quel fatto. Anche la tanto discussa validità della maschera di Zalone viene meno perché la sua versione di ricco rampollo ne occupa lo spazio fin troppo, senza che il resto della narrazione, svelate le calvizie e riacquisiti gli shorts cargo, dia il tempo al comico di farci tornare anche per poco a riconoscerlo per quello che è sempre stato.
Per quanto non ci piaccia farlo, Buen camino è un film che vi consigliamo di non vedere, e quasi di boicottare, per quanto ciò significherebbe purtroppo anche boicottare non poco le future speranze economiche dell’impresa cinematografica italiana tutta. Nondimeno, se grandi riscontri di pubblico portano anche e spesso a segnare un trend, una strada per il futuro, noi ci sentiamo di dire che quello all’orizzonte è tutt’altro che un buen camino, e potrebbe aver senso augurarsi di essere la ruspa che lo ricopre affinché lo si dimentichi.
Certo, nella speranza di ricostruire di meglio.







