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DISCLOSURE DAY – Steven Spielberg

Giunto alla veneranda età di ottant’anni (da compiere a dicembre), ritorna nelle sale cinematografiche il pluripremiato regista Steven Spielberg – uno dei principali fondatori della concezione di blockbuster, intesa nel suo connubio tra indirizzo commerciale e impronta autoriale, durante la New Hollywood degli anni ‘70 con la realizzazione del film Lo squalo (Jaws, 1975) e di Guerre Stellari (Star Wars, 1977) ad opera di George Lucas, stretto amico di quella generazione colta di cineasti. Un’influente fisionomia che è maturata con Christopher Nolan e nell’eventuale passaggio della cultura nerd da fenomeno di nicchia (e di derisione sociale) a pilastro del mercato globale (operazioni transmediali di saghe provenienti da fumetti e libri di fantascienza), anche se in questi ultimi anni sta attraversando una piena fase di crisi ontologica in cui è coinvolto anche il Marvel Cinematic Universe, il cui destino verrà stabilito dopo i risultati al botteghino di Spider-Man: Brand New Day (2026, Destin Daniel Cretton) e di Avengers: Doomsday (2026, Anthony e Joe Russo).

Questo cappello introduttivo serve per allargare un discorso produttivo e stilistico sul ritorno spielberghiano degli alieni in Disclosure Day che, oltre a vantare la presenza di un notevole cast con all’interno Emily Blunt, Josh O’Connor, Colin Firth, Eve Hewson e Colman Domingo, si staglia nell’immaginario collettivo della post-verità e riprende quella poetica umanista e intimista iniziata in gioventù con Incontri ravvicinati del terzo tipo (Close Encounters of the Third Kind, 1977), uno sci-fi che faceva leva sulle pressioni esistenziali di un dramma piccolo-borghese per elevare ad universale la necessità dialogica con l’estraneo, e E.T. L’extraterrestre (E.T. the Extra-Terrestrial, 1982), contenente la scena del volo in bicicletta più magica mai realizzata secondo la rivista Empire – divenuta il logo dell’Amblin Entertainment e la silhouette del bambino Elliott Taylor viene riproposta anche per la Dreamworks Animation, di proprietà dello stesso Spielberg – e la cui fonte d’ispirazione discende dal volo delle scope sul Duomo di Miracolo a Milano (1951, Vittorio De Sica).

Sullo sfondo del contesto geopolitico nordamericano che evoca l’incombere imminente della Terza guerra mondiale, la popolazione, però, è troppo impegnata a farsi trascinare da violenze spettacolarizzate e catodiche di wrestling – ossia l’incipit del film che riprende una contre-plongée di un sguardo complessivo della nostra percezione attuale e sugli effetti stordenti e disorientanti che si scatenano lungo la decifrazione di una Verità sempre più sfaccettata in narrazioni suggestive, come gli articoli giornalistici e i notiziari televisivi e in simulazioni ingannevoli per quanto riguarda la manipolazione e la falsificazione delle immagini estrapolabili e la loro conseguente diffusione (o “divulgazione”, per l’appunto, traduzione letterale in italiano del “disclosure” titolo originale).

La scelta in medias res ci catapulta immediatamente in una dinamica tensiva da puro inseguimento – quasi a riecheggiare le atmosfere desertiche di Duel (1971, Steven Spielberg), rimodellate iconograficamente da Paul Thomas Anderson in Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another, 2025), da considerare un film gemello sulla base di un processo di re-indentificazione dell’apparato politico e governativo statunitense – che vede coinvolti Daniel Kellner (Josh O’Connor), addetto alla sicurezza informatica dotato di un potere straordinario legato al saper comunicare attraverso il linguaggio della matematica per decifrare codici criptici e enigmatici nella sintesi tra simboli e parole, oppure per collegare dei ponti con un linguaggio trascendente per i limiti dell’umano – un riferimento esplicito al cosiddetto “relativismo linguistico” di Arrival (2016, Denis Villeneuve). Invece la meteorologa Margaret Fairchild (interpretata da Emily Blunt e in italiano il cognome “bambina onesta” ne suggerisce già la statura morale), donna segnata da un’esperienza infantile (23 febbraio 1996 – è ironicamente analoga la coincidenza con l’uscita in sala di Trainspotting di Danny Boyle?) che le ha lasciato in eredità una forma di sensibilità empatica (l’essere in quanto te) prossima all’onniscienza, rievocata mentalmente e percettivamente alla vista di un uccello cardinale – esemplare di colore rosso e simbolo funzionale nell’accezione mnemonica proustiana della madeleine. Ad ostacolare i due prescelti c’è di mezzo la Wardex Corporation capitanata da Noah Scanlon (Colin Firth), che forse avrebbe meritato una maggiore esplorazione sui motivi dell’insabbiamento. Tutti e tre entreranno in possesso di un dispositivo extra-terrestre con cui definire le potenzialità tecnologiche di una civiltà ancora sconosciuta.

Ciò che tuttavia emerge alla fine della visione è un risultato profondamente scisso e discordante di un’opera che oscilla tra un indubbio apprezzamento concettuale e una parziale svalutazione tecnico-sintattica delle tematiche, della messa in scena e dell’impatto emotivo.

Se volessimo isolare gli elementi positivi di Disclosure Day, di sicuro potremmo concentrarci sul binomio protagonistico, l’eroismo complementare di genere (maschile-femminile), che si manifesta come modello di riferimento culturale e smuove le fondamenta di un periodo temporalmente critico per la Storia, sia sul piano reale che quello narrativo – entrambi a supporre un’indagine apocalittica sul presente – in cui la solidarietà e la cooperazione devono essere interpretabili come approcci necessari e vincenti per raggiungere la destinazione risolutiva della salvezza, della crescita e del cambiamento. L’epilogo racchiude in sé lo scenario ulteriore del senso utopico concettuale dell’alieno, fortemente ricollegabile al lascito politico dietro l’incidente di Roswell del 1947 e alle testimonianze audiovisive custodite per un segreto indicibile agli occhi (guardare) e alle orecchie (ascoltare) della sfera collettiva.

Spielberg è pienamente cosciente della prassi di autocensura delle qualità intrinseche e spirituali dell’uomo: il condizionamento della dimensione religiosa non è da ricercare nel dogmatismo, piuttosto nella rivendicazione della fede laica e smarrita di Jane Blankenship (Eve Hewson). Ritornare a riporre fiducia nei nostri simili consacra definitivamente quella traiettoria ottimistica del regista, il suo desiderio finalmente esaudito di un futuro possibile.

Eppure, approfondendo un’evidente criticità verso il blockbuster contemporaneo – di cui Disclosure Day si fa qui parziale e indiretto capro espiatorio enunciativo – l’andamento ritmico e catapultante delle scene action di scontro/inseguimento soffre di una grammatica del montaggio fortemente caratterizzata da stacchi e raccordi repentini e fuggevoli, da un’angolazione all’altra, i quali suggeriscono un effetto di distrazione di massa, di psicosi allucinatoria e deficitaria, tipica del palesamento di un attuale trend espositivo di questi lungometraggi mossi dall’estremizzazione dell’intrattenimento in termini di caoticità e frenesia di più punti di vista (POV) oggettivi e soggettivi. Ne consegue un distoglimento dell’attenzione per il pubblico odierno e di una riflessione critica ulteriore per smascherare la segretezza tenuta nascosta per ben 79 anni. Il brand Spielberg, già messo in atto negli anni ‘80, con budget elevati e idee ambiziose, non sempre è in grado di adattarsi con successo a queste dinamiche creative e produttive così distanti da quel modus operandi contraddistinto, con cui il regista ha consolidato l’immortalità di una carriera e l’iconicità di un universo fantastico.

Anche la tripartizione parallela dell’agency dei personaggi principali – nell’introduzione, nello svolgimento e nella fine, sempre enunciata attraverso le immagini – non riesce a costituire una distribuzione temporalmente equa nei background psicologici e nella lunghezza precisamente metrica e segmentata della durata. È ormai diventata carente quell’intuizione registica dell’unità classica formulata da Raymond Bellour nel suo saggio L’evidenza e il codice – all’interno del quale il teorico analizza la consecuzione filmica di dodici inquadrature de Il grande sonno (The Big Sleep, 1946, Howard Hawks). Inoltre, il character design delle forme di vita umanoidi non gode di una struttura anatomica e fisiologica propriamente originale, e ricalca nostalgicamente quelle raffigurazioni arcaiche e retrotopiche – alcuni addirittura sembrano provenire da Indiana Jones – Il regno del teschio di cristallo (Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull, 2008), il cui sceneggiatore David Koepp, richiamato anche in Disclosure Day, accentua la poetica spielberghiana attraverso la scoperta antropologica della leggenda della città d’oro:

“La parola ‘oro’ degli Ugha si traduce con ‘tesoro’.

Ma il loro tesoro era la conoscenza. Il sapere era il loro tesoro”.

Al netto delle sue evidenti fragilità sintattiche e di montaggio, l’opera merita comunque un sincero elogio per come riesce a salvaguardare l’immutata sensibilità umanista spielberghiana fino all’ultimo istante, producendo una significativa risonanza con l’esortazione finale “Ascoltate!”, simile a un credo spirituale fondato sulla rivelazione (la risemantizzazione sacra del termine “disclosure”) dello sguardo. 

Giunto alla veneranda età di ottant’anni (da compiere a dicembre), ritorna nelle sale cinematografiche il pluripremiato regista Steven Spielberg – uno dei principali fondatori della concezione di blockbuster, intesa nel suo connubio tra indirizzo commerciale e impronta autoriale, durante la New Hollywood degli anni ‘70 con la realizzazione del film Lo squalo (Jaws, 1975) e di Guerre Stellari (Star Wars, 1977) ad opera di George Lucas, stretto amico di quella generazione colta di cineasti. Un’influente fisionomia che è maturata con Christopher Nolan e nell’eventuale passaggio della cultura nerd da fenomeno di nicchia (e di derisione sociale) a pilastro del mercato globale (operazioni transmediali di saghe provenienti da fumetti e libri di fantascienza), anche se in questi ultimi anni sta attraversando una piena fase di crisi ontologica in cui è coinvolto anche il Marvel Cinematic Universe, il cui destino verrà stabilito dopo i risultati al botteghino di Spider-Man: Brand New Day (2026, Destin Daniel Cretton) e di Avengers: Doomsday (2026, Anthony e Joe Russo).

Questo cappello introduttivo serve per allargare un discorso produttivo e stilistico sul ritorno spielberghiano degli alieni in Disclosure Day che, oltre a vantare la presenza di un notevole cast con all’interno Emily Blunt, Josh O’Connor, Colin Firth, Eve Hewson e Colman Domingo, si staglia nell’immaginario collettivo della post-verità e riprende quella poetica umanista e intimista iniziata in gioventù con Incontri ravvicinati del terzo tipo (Close Encounters of the Third Kind, 1977), uno sci-fi che faceva leva sulle pressioni esistenziali di un dramma piccolo-borghese per elevare ad universale la necessità dialogica con l’estraneo, e E.T. L’extraterrestre (E.T. the Extra-Terrestrial, 1982), contenente la scena del volo in bicicletta più magica mai realizzata secondo la rivista Empire – divenuta il logo dell’Amblin Entertainment e la silhouette del bambino Elliott Taylor viene riproposta anche per la Dreamworks Animation, di proprietà dello stesso Spielberg – e la cui fonte d’ispirazione discende dal volo delle scope sul Duomo di Miracolo a Milano (1951, Vittorio De Sica).

Sullo sfondo del contesto geopolitico nordamericano che evoca l’incombere imminente della Terza guerra mondiale, la popolazione, però, è troppo impegnata a farsi trascinare da violenze spettacolarizzate e catodiche di wrestling – ossia l’incipit del film che riprende una contre-plongée di un sguardo complessivo della nostra percezione attuale e sugli effetti stordenti e disorientanti che si scatenano lungo la decifrazione di una Verità sempre più sfaccettata in narrazioni suggestive, come gli articoli giornalistici e i notiziari televisivi e in simulazioni ingannevoli per quanto riguarda la manipolazione e la falsificazione delle immagini estrapolabili e la loro conseguente diffusione (o “divulgazione”, per l’appunto, traduzione letterale in italiano del “disclosure” titolo originale).

La scelta in medias res ci catapulta immediatamente in una dinamica tensiva da puro inseguimento – quasi a riecheggiare le atmosfere desertiche di Duel (1971, Steven Spielberg), rimodellate iconograficamente da Paul Thomas Anderson in Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another, 2025), da considerare un film gemello sulla base di un processo di re-indentificazione dell’apparato politico e governativo statunitense – che vede coinvolti Daniel Kellner (Josh O’Connor), addetto alla sicurezza informatica dotato di un potere straordinario legato al saper comunicare attraverso il linguaggio della matematica per decifrare codici criptici e enigmatici nella sintesi tra simboli e parole, oppure per collegare dei ponti con un linguaggio trascendente per i limiti dell’umano – un riferimento esplicito al cosiddetto “relativismo linguistico” di Arrival (2016, Denis Villeneuve). Invece la meteorologa Margaret Fairchild (interpretata da Emily Blunt e in italiano il cognome “bambina onesta” ne suggerisce già la statura morale), donna segnata da un’esperienza infantile (23 febbraio 1996 – è ironicamente analoga la coincidenza con l’uscita in sala di Trainspotting di Danny Boyle?) che le ha lasciato in eredità una forma di sensibilità empatica (l’essere in quanto te) prossima all’onniscienza, rievocata mentalmente e percettivamente alla vista di un uccello cardinale – esemplare di colore rosso e simbolo funzionale nell’accezione mnemonica proustiana della madeleine. Ad ostacolare i due prescelti c’è di mezzo la Wardex Corporation capitanata da Noah Scanlon (Colin Firth), che forse avrebbe meritato una maggiore esplorazione sui motivi dell’insabbiamento. Tutti e tre entreranno in possesso di un dispositivo extra-terrestre con cui definire le potenzialità tecnologiche di una civiltà ancora sconosciuta.

Ciò che tuttavia emerge alla fine della visione è un risultato profondamente scisso e discordante di un’opera che oscilla tra un indubbio apprezzamento concettuale e una parziale svalutazione tecnico-sintattica delle tematiche, della messa in scena e dell’impatto emotivo.

Se volessimo isolare gli elementi positivi di Disclosure Day, di sicuro potremmo concentrarci sul binomio protagonistico, l’eroismo complementare di genere (maschile-femminile), che si manifesta come modello di riferimento culturale e smuove le fondamenta di un periodo temporalmente critico per la Storia, sia sul piano reale che quello narrativo – entrambi a supporre un’indagine apocalittica sul presente – in cui la solidarietà e la cooperazione devono essere interpretabili come approcci necessari e vincenti per raggiungere la destinazione risolutiva della salvezza, della crescita e del cambiamento. L’epilogo racchiude in sé lo scenario ulteriore del senso utopico concettuale dell’alieno, fortemente ricollegabile al lascito politico dietro l’incidente di Roswell del 1947 e alle testimonianze audiovisive custodite per un segreto indicibile agli occhi (guardare) e alle orecchie (ascoltare) della sfera collettiva.

Spielberg è pienamente cosciente della prassi di autocensura delle qualità intrinseche e spirituali dell’uomo: il condizionamento della dimensione religiosa non è da ricercare nel dogmatismo, piuttosto nella rivendicazione della fede laica e smarrita di Jane Blankenship (Eve Hewson). Ritornare a riporre fiducia nei nostri simili consacra definitivamente quella traiettoria ottimistica del regista, il suo desiderio finalmente esaudito di un futuro possibile.

Eppure, approfondendo un’evidente criticità verso il blockbuster contemporaneo – di cui Disclosure Day si fa qui parziale e indiretto capro espiatorio enunciativo – l’andamento ritmico e catapultante delle scene action di scontro/inseguimento soffre di una grammatica del montaggio fortemente caratterizzata da stacchi e raccordi repentini e fuggevoli, da un’angolazione all’altra, i quali suggeriscono un effetto di distrazione di massa, di psicosi allucinatoria e deficitaria, tipica del palesamento di un attuale trend espositivo di questi lungometraggi mossi dall’estremizzazione dell’intrattenimento in termini di caoticità e frenesia di più punti di vista (POV) oggettivi e soggettivi. Ne consegue un distoglimento dell’attenzione per il pubblico odierno e di una riflessione critica ulteriore per smascherare la segretezza tenuta nascosta per ben 79 anni. Il brand Spielberg, già messo in atto negli anni ‘80, con budget elevati e idee ambiziose, non sempre è in grado di adattarsi con successo a queste dinamiche creative e produttive così distanti da quel modus operandi contraddistinto, con cui il regista ha consolidato l’immortalità di una carriera e l’iconicità di un universo fantastico.

Anche la tripartizione parallela dell’agency dei personaggi principali – nell’introduzione, nello svolgimento e nella fine, sempre enunciata attraverso le immagini – non riesce a costituire una distribuzione temporalmente equa nei background psicologici e nella lunghezza precisamente metrica e segmentata della durata. È ormai diventata carente quell’intuizione registica dell’unità classica formulata da Raymond Bellour nel suo saggio L’evidenza e il codice – all’interno del quale il teorico analizza la consecuzione filmica di dodici inquadrature de Il grande sonno (The Big Sleep, 1946, Howard Hawks). Inoltre, il character design delle forme di vita umanoidi non gode di una struttura anatomica e fisiologica propriamente originale, e ricalca nostalgicamente quelle raffigurazioni arcaiche e retrotopiche – alcuni addirittura sembrano provenire da Indiana Jones – Il regno del teschio di cristallo (Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull, 2008), il cui sceneggiatore David Koepp, richiamato anche in Disclosure Day, accentua la poetica spielberghiana attraverso la scoperta antropologica della leggenda della città d’oro:

“La parola ‘oro’ degli Ugha si traduce con ‘tesoro’.

Ma il loro tesoro era la conoscenza. Il sapere era il loro tesoro”.

Al netto delle sue evidenti fragilità sintattiche e di montaggio, l’opera merita comunque un sincero elogio per come riesce a salvaguardare l’immutata sensibilità umanista spielberghiana fino all’ultimo istante, producendo una significativa risonanza con l’esortazione finale “Ascoltate!”, simile a un credo spirituale fondato sulla rivelazione (la risemantizzazione sacra del termine “disclosure”) dello sguardo. 


Diplomato al Liceo Linguistico, laureato magistrale in Cinema, Televisione e Produzione multimediale. Attore, doppiatore, critico cinematografico.
Io ti ripeto. Cerco di analizzare i film in maniera trasversale e interdisciplinare (il cinema come sintesi di tutte le arti) e individuare le opere più innovative con le seguenti qualità: rimettere in discussione le Grandi Narrazioni, sconvolgere gli assetti semiotici e iconografici di specifiche tradizioni, agire come dispositivo anticipatore della realtà, della società e del linguaggio in continua evoluzione.

Diplomato al Liceo Linguistico, laureato magistrale in Cinema, Televisione e Produzione multimediale. Attore, doppiatore, critico cinematografico.
Io ti ripeto. Cerco di analizzare i film in maniera trasversale e interdisciplinare (il cinema come sintesi di tutte le arti) e individuare le opere più innovative con le seguenti qualità: rimettere in discussione le Grandi Narrazioni, sconvolgere gli assetti semiotici e iconografici di specifiche tradizioni, agire come dispositivo anticipatore della realtà, della società e del linguaggio in continua evoluzione.


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