In piena crisi creativa, esistenziale ed editoriale, il Marvel Cinematic Universe (MCU) ripropone sul grande schermo un capitolo di riapertura intitolato Spider-Man-Brand New Day (2026, Destin Daniel Cretton), dedicato al beniamino degli (ex-)Avengers. Lui è l’eroe che ha acquisito i superpoteri dopo esser stato morso da un ragno radioattivo e – in questa linea narrativa orizzontalmente estesa, cominciata con Iron Man (2008, Jon Favreau) – il celebre pupillo del mentore Tony Stark (Robert Downey Jr.).
L’Uomo Ragno, interpretato da Tom Holland, ha affrontato uno degli archi di trasformazione più dinamici e stratificati, con specifiche fasi di formazione all’oramai leggendario eco di “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Egli viene presentato originariamente nei panni di un adolescente liceale da rieducare nelle situazioni di minaccia e di morte spericolata, nella sua volontà di apparire e performare a tutti i costi; successivamente il suo approccio oscilla tra il mantenimento di una vita comune e la responsabilità dell’eroe street-level – a questo giro deve anche tenere a bada lo stile balistico e diametralmente opposto di Frank Castle (Jon Bernthal), meglio conosciuto come The Punisher, contestato da alcuni fan per la sua resa caratteriale edulcorata non appena si crea un’alleanza dall’approccio più sensibile con il protagonista.
A quasi cinque anni dall’ultimo lungometraggio, Spider-Man: No Way Home (2021, Jon Watts) – con l’arrampicamuri alle prese con la sregolatezza magica del multiverso delle varianti, le sovrapposizioni meta-cinematografiche alla fan service e la sfida nostalgica (malriuscita secondo il modesto parere del sottoscritto) di voler oltrepassare i canoni prestabiliti e i principi etici di una figura esclusivamente confinata nel target adolescenziale e nella cultura nerd standardizzata tra i millennials (Gen Y) e gli zoomers (Gen Z) – il media franchise statunitense cerca di rigenerare il mito ereditario marveliano con un blockbuster d’azione e di thriller investigativo, arricchito dalla precedente esperienza dietro la macchina da presa di Destin Daniel Cretton con le coreografie da combattimento da Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli (Shang-Chi and the Legend of the Ten Rings, 2021). Significativo è il passaggio inevitabile di Peter Parker all’età adulta, in parallelo con un’introspezione anatomica e psicologica, capace di scatenare reazioni primordiali e istintive del suo essere una belva mostruosa e animalesca. Il terreno in cui si muove e agisce subisce una metamorfosi dagli effetti sia controllabili e incontrollabili.
In Spider-Man: Brand New Day, Tom Holland riesce a maturare il suo percorso artistico con una perfetta aderenza al personaggio fumettistico, sostenuto da una struttura registica volta ad esaltare – in una codificazione fotogenica di chiaroscuri, di piccolezza del singolo e di immensità del paesaggio architettonico e urbano di New York – il dualismo dissociativo dell’identità. Questo fenomeno traumatico è circoscritto nella lotta personale tra la pressione psico-corporea dell’isolamento, con conseguenze biologiche del DNA e dei mutamenti genetici e organici (il disagio di Bruce Banner/Hulk), e la dedizione totale all’eroismo come mansione qualificata e mediaticamente riconosciuta. L’importanza dell’anonimato ha preso il sopravvento e si scontra con una delle frasi più importanti pronunciate da Tony in Spider-Man: Homecoming (2017, Jon Watts):
“Se sei niente senza il costume, non dovresti averlo.”
All’inizio il protagonista appare ai nostri occhi lungo un processo di annullamento del Sé, attuato su Peter Parker – precisamente il suo alter-ego che non vuole mai manifestare le sue tracce mnemoniche a discapito delle sfere amicali e relazionali consolidate, comprendenti il miglior amico Ned Leeds (Jacob Batalon) e la fidanzata Michelle “MJ” Jones-Watson (Zendaya), quest’ultima coinvolta in un bacio ingannevole che copia, cita e rimodella spudoratamente quello “a testa in giù” di Spider-Man (2002, Sam Raimi); in seguito il nostro supereroe chiederà scusa all’amata per quel gesto romantico senza consenso (abbastanza significativo nell’epoca del post-#MeToo) – e successivamente il suo spirito ritorna nella traiettoria di un superamento antropologico-rituale e vitale della personalissima “crisi della presenza” (definizione coniata negli studi antropologici di Ernesto De Martino).
Si comincia con il montaggio ellittico, coincidente a un attraversamento cronologico e narrativo di 4 anni dagli ultimi eventi accaduti e dopo l’incantesimo del Doctor Stephen Strange (Benedict Cumberbatch) che ha cancellato la memoria a tutto il mondo, con uno Spider-Man fortemente contraddittorio tra il suo status alienante di benessere individuale e la fobia sociale dettata dallo scrolling compulsivo dietro il display del cellulare, in stretta connessione con le dirette dei social network, intente a mostrare il proseguimento dei successi scolastici e professionali delle vite altrui a favore della delocalizzazione fisica e virtuale degli esclusi e degli emarginati.
Siamo ben lontani dall’umorismo e dal cinismo di Deadpool (Ryan Reynolds), il mercenario chiacchierone, messo da parte in passato dagli X-Men (“E quelli imbarcano tutti!”) e da Happy Hogan (Jon Favreau), l’esaminatore/selezionatore degli Avengers e autista del defunto Tony Stark, per poi essere convocato e richiamato dal MCU, insieme a Logan/Wolverine (Hugh Jackman), in un racconto di auto-riflessione parodistica sull’instabilità del marchio cinematografico dei supereroi di Stan Lee.
– Cassandra Nova: “A volte passa un Charles Xavier da queste parti. Non il mio, però. No, non gli interessava trovarmi.”
– Wade Wilson/Deadpool: “La generazione Z che sbandiera i suoi traumi! Non potete ingoiarli e trasformarli in successi o in cancro come facciamo noi?”
[Dialogo presente in Deadpool & Wolverine (2024, Shawn Levy) e i protagonisti/antagonisti sono stati spediti nel Vuoto, un luogo sperduto e dimenticato che funge da allegoria perfetta per tutti quei personaggi appartenenti alle saghe cinematografiche cancellate della 20th Century Fox]
L’universo emotivo di Spider-Man sta interiorizzando man mano il dolore e la sofferenza del lutto, la radicalizzazione di uno sviluppo empatico che rende l’Uomo Ragno la salvaguardia del popolo newyorkese, senza troppa differenziazione d’età e di classe politica e sociale, tra movimenti acrobatici ed esperimenti tecnologici avanzati. E la risoluzione finale con la presunta antagonista, Jean Grey (Sadie Sink) – una mutante supercattiva capace di accedere, leggere o influenzare le menti a distanza per raggiungere i suoi obiettivi “malvagi” contro il Damage Control, capitanato da William “Bill” Metzger (Tramell Tillman) – , esplicita un legame di complementarietà sulla natura peculiare delle giovani e ultime generazioni, le quali devono fare i conti con la crescita in un mondo sempre più disgustato dal diverso, con una serie di perdite irreparabili e un contrasto netto con la solitudine.
Ciò che probabilmente non supporta la totale riuscita dell’operazione produttiva è dovuto al fatto che questo film soffra i collegamenti testuali con il suo predecessore, in termini di riacquisizione ontologica del brand, quell’appartenenza genealogica a tutti gli episodi convergenti di una saga sproporzionata che non consente a Spider-Man: Brand New Day di catalogarsi come episodio unicamente antologico. Non è esente da storpiature nel flusso melodrammatico e nell’ancoraggio, ormai danneggiante, con la concezione crossmediale e transmediale dello storyworld di Kevin Feige.
E ancora oggi ci chiediamo: Perché Thanos invece di uccidere metà degli essere viventi, non ha semplicemente raddoppiato le risorse per ristabilire l’equilibrio nell’universo? (capirete questa domanda guardando il film).
Forse il MCU non ha voluto troppo rischiare con un personaggio che ha raggiunto una certa notorietà di icona nell’immaginario collettivo, anche grazie all’impatto mediale e all’ibridazione di forme e universi differenti nei corrispettivi e più innovativi lungometraggi d’animazione della Sony Pictures Animation: Spider-Man: Un nuovo universo (Spider-Man: Into the Spider-Verse, 2018, Bob Persichetti, Peter Ramsey, Rodney Rothman) e Spider-Man: Across the Spider-Verse (2023, Joaquim Dos Santos, Kemp Powers, Justin K.Thompson).
I titoli di coda sono spettacolari nella loro galleria cinematografica ritraente la metropoli newyorkese nelle sue giornate quotidiane e la piccola epica delle classi lavoratrici operaie e umili. Finalmente si contempla “quell’aura da eroe springsteeniana” che ci piace.







