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INK – Danny Boyle

Guardando Ink, film d’apertura di questa 83ª edizione del Festival del Cinema di Venezia, si ha la piena impressione di come una sceneggiatura del genere potesse essere diretta solamente da un regista come Danny Boyle: eclettico, cangiante, preciso, inglese, un regista come pochi altri nel panorama mondiale.
In Ink c’è la rinascita del Sun, squallido tabloid londinese e zimbello di Fleet Street (famosissima strada centrale della capitale inglese dove han sede i principali quotidiani del paese), acquisito dal magnate australiano Rupert Murdoch (Guy Pearce) e redatto da Larry Lamb (Jack O’Connell), piccolo articolista della street.

Ma state attenti ad approcciarvi all’ultimo lavoro di Boyle aspettandovi una di quelle storie eroiche a cui il cinema americano ci ha abituato negli anni, fatte di redazioni compatte e giornalisti pronti a sacrificare tutto pur di far emergere la verità (The Post e Spotlight sono due esempi perfetti): in Ink non abbiamo eroi pronti a difendere dei ragazzini o meglio ancora a salvare uno stato intero, no, abbiamo degli uomini e delle donne al servizio del soldo, pronti a tutto pur di vendere una copia in più, abbiamo delle persone che, consapevolmente o meno, hanno cambiato per sempre il modo di concepire il giornalismo e il mondo mediatico tutto.
Partendo dal suo stesso dramma teatrale, lo sceneggiatore James Graham scrive un film fatto di momenti diversi, quasi frammentati, il cui il filo rosso (letteralmente) è quello di arrivare a vendere più del Daily Mirror, quotidiano di punta di Fleet Street, nonché tabloid più popolare di tutta la UK: perciò, una volta stabilito l’obiettivo, ogni momento del film è buono per mostrarci la “violenza” con cui la squadra di Lamb distrugge il nobile compito del giornalista, un pezzo alla volta, trasformando quest’arte in una ricerca continua dello scandalo, e quindi del soldo; Lamb non cerca mai di arrivare alla quinta W, il Why, perché una volta capite le motivazioni la storia ha finito il suo corso, e non si può più vendere. Il lavoro del giornalista non è più dunque quello della ricerca della verità (se mai si sia trattato di questo), ma è più simile ad un social media manager moderno: stare al passo coi tempi, fare quello che vuole la gente. La verità si vende al soldo, trasformandosi in feccia.

Perciò questa frenetica corsa all’oro viene traslata da Boyle in maniera egregia: come suo solito si dimostra divertito e divertente in ciò che fa, riuscendo perfettamente ad incapsulare questa storia vera in un guscio formale che punta quasi di più all’action di 28 Anni Dopo che ad un normale biopic giornalistico. Non è un caso che il regista ricicli in scena gli stessi strumenti usati nel suo ultimo lavoro: la macchina a 360 gradi e l’obiettivo fisheye tornano qui a scandire il ritmo delle inquadrature insieme a un fisheye quasi da action-cam, mentre il direttore della fotografia Alwin H. Küchler, già suo sodale da Sunshine, costruisce un’identità visiva profondamente diversa, fatta di inquadrature oblique e piani sdoppiati che raramente concedono un momento di respiro. Il montaggio segue quindi la medesima logica, cinetico, sfiancante, capace in pochi secondi di sintetizzare quanto la stampa possa plagiare e alterare la percezione della realtà. E se a tutto ciò ci aggiungiamo una colonna sonora profondamente post e indie rock, completamente sconnessa e non accurata rispetto al periodo storico narrato, capiamo quindi che Boyle non sta solo parlando degli anni 60, ma sta parlando anche di noi e dello stato del giornalismo attuale. Tutto richiama a questo dualismo, e funziona.

Ink, in fondo, funziona proprio perché non cerca mai la strada più facile: Boyle prende una storia fatta di squallore, cinismo e ambizione senza controllo e la trasforma in un’esperienza visiva che non giudica mai i suoi personaggi, limitandosi a mostrarceli nella loro spietata efficacia.

Non ci sono eroi da tifare né mostri da condannare, solo uomini e donne che hanno capito prima di tutti gli altri come funziona il mondo che stava per arrivare, e che per questo lo hanno costruito a propria immagine. La regia frenetica, la fotografia sghemba, il montaggio sfiancante non sono virtuosismi fini a sé stessi, ma diventano la lingua stessa attraverso cui il film racconta la propria tesi: il giornalismo, da allora, non ha più smesso di rincorrere lo scandalo. Guardando Ink si ha la sensazione di assistere non tanto alla nascita di un tabloid, quanto all’origine di un modo di guardare il mondo che è, ancora oggi, il nostro.

Guardando Ink, film d’apertura di questa 83ª edizione del Festival del Cinema di Venezia, si ha la piena impressione di come una sceneggiatura del genere potesse essere diretta solamente da un regista come Danny Boyle: eclettico, cangiante, preciso, inglese, un regista come pochi altri nel panorama mondiale.
In Ink c’è la rinascita del Sun, squallido tabloid londinese e zimbello di Fleet Street (famosissima strada centrale della capitale inglese dove han sede i principali quotidiani del paese), acquisito dal magnate australiano Rupert Murdoch (Guy Pearce) e redatto da Larry Lamb (Jack O’Connell), piccolo articolista della street.

Ma state attenti ad approcciarvi all’ultimo lavoro di Boyle aspettandovi una di quelle storie eroiche a cui il cinema americano ci ha abituato negli anni, fatte di redazioni compatte e giornalisti pronti a sacrificare tutto pur di far emergere la verità (The Post e Spotlight sono due esempi perfetti): in Ink non abbiamo eroi pronti a difendere dei ragazzini o meglio ancora a salvare uno stato intero, no, abbiamo degli uomini e delle donne al servizio del soldo, pronti a tutto pur di vendere una copia in più, abbiamo delle persone che, consapevolmente o meno, hanno cambiato per sempre il modo di concepire il giornalismo e il mondo mediatico tutto.
Partendo dal suo stesso dramma teatrale, lo sceneggiatore James Graham scrive un film fatto di momenti diversi, quasi frammentati, il cui il filo rosso (letteralmente) è quello di arrivare a vendere più del Daily Mirror, quotidiano di punta di Fleet Street, nonché tabloid più popolare di tutta la UK: perciò, una volta stabilito l’obiettivo, ogni momento del film è buono per mostrarci la “violenza” con cui la squadra di Lamb distrugge il nobile compito del giornalista, un pezzo alla volta, trasformando quest’arte in una ricerca continua dello scandalo, e quindi del soldo; Lamb non cerca mai di arrivare alla quinta W, il Why, perché una volta capite le motivazioni la storia ha finito il suo corso, e non si può più vendere. Il lavoro del giornalista non è più dunque quello della ricerca della verità (se mai si sia trattato di questo), ma è più simile ad un social media manager moderno: stare al passo coi tempi, fare quello che vuole la gente. La verità si vende al soldo, trasformandosi in feccia.

Perciò questa frenetica corsa all’oro viene traslata da Boyle in maniera egregia: come suo solito si dimostra divertito e divertente in ciò che fa, riuscendo perfettamente ad incapsulare questa storia vera in un guscio formale che punta quasi di più all’action di 28 Anni Dopo che ad un normale biopic giornalistico. Non è un caso che il regista ricicli in scena gli stessi strumenti usati nel suo ultimo lavoro: la macchina a 360 gradi e l’obiettivo fisheye tornano qui a scandire il ritmo delle inquadrature insieme a un fisheye quasi da action-cam, mentre il direttore della fotografia Alwin H. Küchler, già suo sodale da Sunshine, costruisce un’identità visiva profondamente diversa, fatta di inquadrature oblique e piani sdoppiati che raramente concedono un momento di respiro. Il montaggio segue quindi la medesima logica, cinetico, sfiancante, capace in pochi secondi di sintetizzare quanto la stampa possa plagiare e alterare la percezione della realtà. E se a tutto ciò ci aggiungiamo una colonna sonora profondamente post e indie rock, completamente sconnessa e non accurata rispetto al periodo storico narrato, capiamo quindi che Boyle non sta solo parlando degli anni 60, ma sta parlando anche di noi e dello stato del giornalismo attuale. Tutto richiama a questo dualismo, e funziona.

Ink, in fondo, funziona proprio perché non cerca mai la strada più facile: Boyle prende una storia fatta di squallore, cinismo e ambizione senza controllo e la trasforma in un’esperienza visiva che non giudica mai i suoi personaggi, limitandosi a mostrarceli nella loro spietata efficacia.

Non ci sono eroi da tifare né mostri da condannare, solo uomini e donne che hanno capito prima di tutti gli altri come funziona il mondo che stava per arrivare, e che per questo lo hanno costruito a propria immagine. La regia frenetica, la fotografia sghemba, il montaggio sfiancante non sono virtuosismi fini a sé stessi, ma diventano la lingua stessa attraverso cui il film racconta la propria tesi: il giornalismo, da allora, non ha più smesso di rincorrere lo scandalo. Guardando Ink si ha la sensazione di assistere non tanto alla nascita di un tabloid, quanto all’origine di un modo di guardare il mondo che è, ancora oggi, il nostro.


Il cinema mi accompagna praticamente da sempre: da bambino passavo ore a guardare film e a immaginare storie, oggi ho trasformato quella passione in una professione. Laureato in Arte e Tecnologia del Cinema e dell’Audiovisivo con specializzazione in Suono, e adoro tutto ciò che riguarda il dietro le quinte di un film, dai rumori più impercettibili alle colonne sonore che restano nella memoria. Per farla breve: se c’è una sala buia e uno schermo acceso, probabilmente ci sono anch’io.

Il cinema mi accompagna praticamente da sempre: da bambino passavo ore a guardare film e a immaginare storie, oggi ho trasformato quella passione in una professione. Laureato in Arte e Tecnologia del Cinema e dell’Audiovisivo con specializzazione in Suono, e adoro tutto ciò che riguarda il dietro le quinte di un film, dai rumori più impercettibili alle colonne sonore che restano nella memoria. Per farla breve: se c’è una sala buia e uno schermo acceso, probabilmente ci sono anch’io.


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