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LA RAGAZZA CON LA LEICA – Alina Marazzi

La sezione Orizzonti s’è aperta con il ritorno al cinema di finzione di Alina Marazzi che ha presentato La ragazza con la Leica, tratto dall’omonimo romanzo biografico di Helena Janeczek, vincitore di numerosi premi letterari nel 2018 tra cui Premio Bagutta, il Premio Selezione Campiello e il Premio Strega. All’epoca dell’uscita del libro, l’autrice ha dichiarato in diverse interviste la necessità di riscattare il primato della letteratura all’interno un’industria culturale che riesce a trovare maggiore coinvolgimento emotivo in due ore di proiezione in sala, piuttosto che nel focolare domestico con un libro a portata di mano. Se il cinema è un’arte sintetica capace di coordinare diversi linguaggi (visivo, sonoro spaziale, temporale), per la letteratura intraprendere questa tecnica procedurale equivarrebbe a una semplificazione controproducente sul piano esecutivo.

Marazzi agisce attraverso il procedimento inverso: Janeczek criticava aspramente i suoi concorrenti editoriali con proposte meramente scritturali simili a una sceneggiatura in procinto di spostarsi a livello fruitivo sul grande schermo, mentre la regista rielabora il romanzo della scrittrice italo-tedesca in una sceneggiatura che si impegna a plasmare per immagini quella che Pier Paolo Pasolini definiva “l’allusione pretestuale a un’opera cinematografica da farsi”, e traspone tridimensionalmente le parole emotivamente significative e interiorizzate dai personaggi con l’obiettivo di farci catapultare nel contesto storico e politico degli anni Trenta dell’Europa novecentesca, poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale e durante la potenza oppressiva e propagandistica delle grandi dittature.

Ciò che ne consegue è un tracciamento naturalista e documentaristico di situazioni parallelamente associate. Vediamo la messa in scena “naturalista” di una vita privata – con legami platonici e sentimentali, sempre tendenti a qualche sottotesto seduttivo, anche di natura saffica – vissuta nella spensieratezza dell’amicizia e dell’amore, nel godimento perpetuo del presente con i suoi pro e contro, nella sinuosità della danza. Sul piano documentaristico Marazzi sfrutta il materiale repertoriale per mostrare la carne viva del conflitto e il lavoro sul campo degli intellettuali anti-fascisti. Peccato però che questo connubio stilistico comporti una contraddizione dialettica disfunzionale tra la grana ruvida della storia documentata e la morbidezza patinata delle scene di vita privata. È in questo scarto tra la bellezza del quotidiano e la verità cruda del fotogiornalismo che il film cerca — non sempre riuscendo a mantenerne il peso specifico — di riaffermare il valore baziniano del documento fotografico e audiovisivo come vittoria ontologica sulla morte e sull’oblio.

Emilia Schüle interpreta la fotografa professionista Gerda Taro, con un sex appeal capace di far congiungere lo spettatore con la vorticosità del suo punto di vista. Taro incarna uno spirito libero che crede fermamente nella rivoluzione, vuole  scattare diverse fotografie addentrandosi, fisicamente e politicamente, nel bel mezzo del conflitto bellico, precisamente sul fronte spagnolo. Diverse volte replica al suo gruppo confidenziale con la doverosità di testimoniare la cruenta realtà della guerra.

Suona quasi paradossale assistere a queste continue dichiarazioni verbali nei dialoghi per poi decifrare una carenza contenutistica, lasciata nella sospensione di una suggestione stilistica ridondante e ingombrante.

Nell’incompiutezza visiva e grammaticale de La ragazza con la Leica, Marazzi presuppone una moltitudine direzionale di sguardi, ben incentrata su diverse tematiche sovrapposte e contigue lungo la linea narrativa della protagonista.

La tentata rimodulazione di un parallelismo tra passato e presente – come ad esempio nella scena dell’ attraversamento delle strade di Gerda e il suo incrociarsi con i manifestanti muniti di bandiere pro-Ucraina e contro il genocidio sulla Striscia di Gaza –  rischia di diventare un orpello decorativo che non risuona mai della drammaticità pulsante di argomenti interrotti ancor prima della loro enunciazione esplicativa.

È molto più potente ed evocativa Luna Wedler, ma in un altro film intitolato Silent Friend (Stille Freundin, 2025, Ildikó Enyedi), con il suo sguardo femminista e progressista e un approccio pragmatico – una prossemica silenziosa e senza quell’orgoglio specista rispetto al contagio esibizionista  di Gerda – volto ad adattarsi all’ambiente accademico e universitario di fine Ottocento, retto da regole patriarcali e discriminatorie verso la donna nel campo della scienza.

In La ragazza con la Leica non ci resta altro che relegare la complessità repressa dell’opera ai coinvolgimenti e agli scontri dei corpi attoriali ravvicinati e all’ennesima danza volteggiante, quasi (dis)impegnata, sullo sfondo poeticamente bidimensionale di una serata festiva, sulla sponda del fiume, con i fuochi d’artificio – oggetti di una transizione cinematografica dei filmati d’archivio con al centro i bombardamenti e le esplosioni.

L’impatto simbolico della guerra resta subalterno alla frivolezza corale di visioni e pensieri contrapposti.

E neanche il finale “per rifrazione”, attraverso gli sguardi, le voci e i ricordi delle persone che hanno amato e affiancato la protagonista, riesce purtroppo a riaffermarne l’identità.

La sezione Orizzonti s’è aperta con il ritorno al cinema di finzione di Alina Marazzi che ha presentato La ragazza con la Leica, tratto dall’omonimo romanzo biografico di Helena Janeczek, vincitore di numerosi premi letterari nel 2018 tra cui Premio Bagutta, il Premio Selezione Campiello e il Premio Strega. All’epoca dell’uscita del libro, l’autrice ha dichiarato in diverse interviste la necessità di riscattare il primato della letteratura all’interno un’industria culturale che riesce a trovare maggiore coinvolgimento emotivo in due ore di proiezione in sala, piuttosto che nel focolare domestico con un libro a portata di mano. Se il cinema è un’arte sintetica capace di coordinare diversi linguaggi (visivo, sonoro spaziale, temporale), per la letteratura intraprendere questa tecnica procedurale equivarrebbe a una semplificazione controproducente sul piano esecutivo.

Marazzi agisce attraverso il procedimento inverso: Janeczek criticava aspramente i suoi concorrenti editoriali con proposte meramente scritturali simili a una sceneggiatura in procinto di spostarsi a livello fruitivo sul grande schermo, mentre la regista rielabora il romanzo della scrittrice italo-tedesca in una sceneggiatura che si impegna a plasmare per immagini quella che Pier Paolo Pasolini definiva “l’allusione pretestuale a un’opera cinematografica da farsi”, e traspone tridimensionalmente le parole emotivamente significative e interiorizzate dai personaggi con l’obiettivo di farci catapultare nel contesto storico e politico degli anni Trenta dell’Europa novecentesca, poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale e durante la potenza oppressiva e propagandistica delle grandi dittature.

Ciò che ne consegue è un tracciamento naturalista e documentaristico di situazioni parallelamente associate. Vediamo la messa in scena “naturalista” di una vita privata – con legami platonici e sentimentali, sempre tendenti a qualche sottotesto seduttivo, anche di natura saffica – vissuta nella spensieratezza dell’amicizia e dell’amore, nel godimento perpetuo del presente con i suoi pro e contro, nella sinuosità della danza. Sul piano documentaristico Marazzi sfrutta il materiale repertoriale per mostrare la carne viva del conflitto e il lavoro sul campo degli intellettuali anti-fascisti. Peccato però che questo connubio stilistico comporti una contraddizione dialettica disfunzionale tra la grana ruvida della storia documentata e la morbidezza patinata delle scene di vita privata. È in questo scarto tra la bellezza del quotidiano e la verità cruda del fotogiornalismo che il film cerca — non sempre riuscendo a mantenerne il peso specifico — di riaffermare il valore baziniano del documento fotografico e audiovisivo come vittoria ontologica sulla morte e sull’oblio.

Emilia Schüle interpreta la fotografa professionista Gerda Taro, con un sex appeal capace di far congiungere lo spettatore con la vorticosità del suo punto di vista. Taro incarna uno spirito libero che crede fermamente nella rivoluzione, vuole  scattare diverse fotografie addentrandosi, fisicamente e politicamente, nel bel mezzo del conflitto bellico, precisamente sul fronte spagnolo. Diverse volte replica al suo gruppo confidenziale con la doverosità di testimoniare la cruenta realtà della guerra.

Suona quasi paradossale assistere a queste continue dichiarazioni verbali nei dialoghi per poi decifrare una carenza contenutistica, lasciata nella sospensione di una suggestione stilistica ridondante e ingombrante.

Nell’incompiutezza visiva e grammaticale de La ragazza con la Leica, Marazzi presuppone una moltitudine direzionale di sguardi, ben incentrata su diverse tematiche sovrapposte e contigue lungo la linea narrativa della protagonista.

La tentata rimodulazione di un parallelismo tra passato e presente – come ad esempio nella scena dell’ attraversamento delle strade di Gerda e il suo incrociarsi con i manifestanti muniti di bandiere pro-Ucraina e contro il genocidio sulla Striscia di Gaza –  rischia di diventare un orpello decorativo che non risuona mai della drammaticità pulsante di argomenti interrotti ancor prima della loro enunciazione esplicativa.

È molto più potente ed evocativa Luna Wedler, ma in un altro film intitolato Silent Friend (Stille Freundin, 2025, Ildikó Enyedi), con il suo sguardo femminista e progressista e un approccio pragmatico – una prossemica silenziosa e senza quell’orgoglio specista rispetto al contagio esibizionista  di Gerda – volto ad adattarsi all’ambiente accademico e universitario di fine Ottocento, retto da regole patriarcali e discriminatorie verso la donna nel campo della scienza.

In La ragazza con la Leica non ci resta altro che relegare la complessità repressa dell’opera ai coinvolgimenti e agli scontri dei corpi attoriali ravvicinati e all’ennesima danza volteggiante, quasi (dis)impegnata, sullo sfondo poeticamente bidimensionale di una serata festiva, sulla sponda del fiume, con i fuochi d’artificio – oggetti di una transizione cinematografica dei filmati d’archivio con al centro i bombardamenti e le esplosioni.

L’impatto simbolico della guerra resta subalterno alla frivolezza corale di visioni e pensieri contrapposti.

E neanche il finale “per rifrazione”, attraverso gli sguardi, le voci e i ricordi delle persone che hanno amato e affiancato la protagonista, riesce purtroppo a riaffermarne l’identità.


Diplomato al Liceo Linguistico, laureato magistrale in Cinema, Televisione e Produzione multimediale. Attore, doppiatore, critico cinematografico.
Io ti ripeto. Cerco di analizzare i film in maniera trasversale e interdisciplinare (il cinema come sintesi di tutte le arti) e individuare le opere più innovative con le seguenti qualità: rimettere in discussione le Grandi Narrazioni, sconvolgere gli assetti semiotici e iconografici di specifiche tradizioni, agire come dispositivo anticipatore della realtà, della società e del linguaggio in continua evoluzione.

Diplomato al Liceo Linguistico, laureato magistrale in Cinema, Televisione e Produzione multimediale. Attore, doppiatore, critico cinematografico.
Io ti ripeto. Cerco di analizzare i film in maniera trasversale e interdisciplinare (il cinema come sintesi di tutte le arti) e individuare le opere più innovative con le seguenti qualità: rimettere in discussione le Grandi Narrazioni, sconvolgere gli assetti semiotici e iconografici di specifiche tradizioni, agire come dispositivo anticipatore della realtà, della società e del linguaggio in continua evoluzione.


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