Curioso notare come, in questa stessa edizione del Festival del Cinema di Venezia, siano presenti due film che raccontano la pericolosità della strumentalizzazione di un certo tipo di informazione: di Ink ho già parlato approfonditamente nella recensione di due giorni fa, mentre di questo Primetime, prima opera di finzione del documentarista Lance Oppenheim, prodotta da A24, c’è bisogno di parlare, visti i numerosi difetti che permeano tutta la sceneggiatura. Pur partendo da epoche e contesti mediatici lontanissimi (la stampa scandalistica britannica di fine anni Sessanta da una parte, la reality TV americana dei primi Duemila dall’altra) i due film raccontano in fondo la stessa deriva, quella di un populismo mediatico capace di corrompere il giudizio morale senza che i suoi stessi artefici se ne accorgano.
Chris Hansen è un presentatore e giornalista già noto e acclamato in casa NBC: nel 2004 idea uno dei programmi più controversi ma al contempo più popolari della storia della televisione americana, To Catch a Predator, un format che consisteva nell’adescare online presunti pedofili per attirarli in una casa e smascherarli dal vivo davanti alle telecamere. In tre anni di programma, Hansen e il suo team hanno prodotto 21 puntate, diventando troppo popolari e obbligando la produzione a fermarsi, dopo che nei forum online frequentati dai pedofili nacque il terrore di essere scoperti.
Il film poteva prendere una strada semplicissima: raccontare la nascita del programma, le sue controversie, la sua chiusura e infine il suo carismatico frontman, ma lo sceneggiatore Ajon Singh ha deciso di focalizzarsi su alcuni casi particolari e significativi, così da costruire un racconto corale in cui Hansen (interpretato da un Robert Pattinson istrionico e sopra le righe) la sua produttrice Andie (Merritt Wever) e Xavier (Matthew Maher), l’informatico che iniziava online le prime conversazioni con i sospettati, possono condividere lo schermo quasi in egual misura. A completare il quadro corale ci sono anche Skyler Gisondo (Dan) e la cantautrice Phoebe Bridgers nei panni di Del, una delle decoy chiamate a recitare dal vivo davanti a Hansen.
È qui che nasce il problema: prendendo questa strada, il film si trasforma in un minestrone di idee e concetti fin troppo abbozzati; Singh e Oppenheim non calcano mai davvero la mano sulle problematiche morali e deontologiche evidenti di un programma come questo, ma restano a grattare la superficie dei dubbi che, a un certo punto, lo stesso Hansen inizia a nutrire verso il proprio programma. Oppenheim sembra più interessato a costruire un’esperienza visiva ipnotica, merito anche della fotografia di David Bolen, già al fianco del regista nei suoi due documentari Some Kind of Heaven e Spermworld, qui capace di fondere la grana sporca del mini-DV dei primi anni Duemila con una palette satura e quasi onirica, che a interrogarsi fino in fondo sulle implicazioni etiche della vicenda.
Sembra quasi che questa sceneggiatura sarebbe dovuta essere molto più lunga, date le diverse storyline secondarie che condiscono la narrazione (quasi tutte al limite del superfluo), un’ambizione corale che forse avrebbe trovato più spazio in una miniserie che in un lungometraggio di meno di due ore.
Oppenheim sembra più concentrato a costruire un film dalle tinte horror, quanto mai sgargianti, in pieno “stile A24”: come ho già accennato, fotografia, montaggio ed effettistica sono di ottimo livello se presi singolarmente. Penso ad esempio alla scena d’apertura, con Hansen/Pattinson immerso in una luce rossa quasi demoniaca, ripreso con la grana sporca del mini-DV, mentre in sottofondo una musica glitchata costruisce un crescendo di disagio.
Eppure, per tutta la visione, ho avuto la sensazione che si stesse esagerando a livello formale solo per un mero esercizio di stile: vuoto, e senza un vero significato. Le inquadrature apertamente horror di cui Pattinson è protagonista non trovano giustificazione, perché il suo personaggio, così come scritto, non risulta mai davvero ossessionato dalla riuscita del programma. Se la sceneggiatura fosse stata più cattiva e più critica verso il programma, anche questa scelta visiva avrebbe avuto senso.
Oppenheim ha in mano tutti gli strumenti per raccontare con la dovuta cattiveria una vicenda torbida e ancora oggi scomoda, un programma che ha trasformato la caccia ai pedofili in intrattenimento di massa, con tutte le implicazioni morali che questo comporta, ma preferisce rifugiarsi dietro un’estetica ipnotica, quasi ansiosa di piacere più che di far riflettere. Il risultato è un film che intrattiene, a tratti diverte pure, ma che alla domanda più scomoda di tutte (cosa dice di noi il fatto che una cosa del genere sia potuta diventare un successo televisivo) preferisce non rispondere affatto.

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PRIMETIME – LANCE OPPENHEIM

Curioso notare come, in questa stessa edizione del Festival del Cinema di Venezia, siano presenti due film che raccontano la pericolosità della strumentalizzazione di un certo tipo di informazione: di Ink ho già parlato approfonditamente nella recensione di due giorni fa, mentre di questo Primetime, prima opera di finzione del documentarista Lance Oppenheim, prodotta da A24, c’è bisogno di parlare, visti i numerosi difetti che permeano tutta la sceneggiatura. Pur partendo da epoche e contesti mediatici lontanissimi (la stampa scandalistica britannica di fine anni Sessanta da una parte, la reality TV americana dei primi Duemila dall’altra) i due film raccontano in fondo la stessa deriva, quella di un populismo mediatico capace di corrompere il giudizio morale senza che i suoi stessi artefici se ne accorgano.
Chris Hansen è un presentatore e giornalista già noto e acclamato in casa NBC: nel 2004 idea uno dei programmi più controversi ma al contempo più popolari della storia della televisione americana, To Catch a Predator, un format che consisteva nell’adescare online presunti pedofili per attirarli in una casa e smascherarli dal vivo davanti alle telecamere. In tre anni di programma, Hansen e il suo team hanno prodotto 21 puntate, diventando troppo popolari e obbligando la produzione a fermarsi, dopo che nei forum online frequentati dai pedofili nacque il terrore di essere scoperti.
Il film poteva prendere una strada semplicissima: raccontare la nascita del programma, le sue controversie, la sua chiusura e infine il suo carismatico frontman, ma lo sceneggiatore Ajon Singh ha deciso di focalizzarsi su alcuni casi particolari e significativi, così da costruire un racconto corale in cui Hansen (interpretato da un Robert Pattinson istrionico e sopra le righe) la sua produttrice Andie (Merritt Wever) e Xavier (Matthew Maher), l’informatico che iniziava online le prime conversazioni con i sospettati, possono condividere lo schermo quasi in egual misura. A completare il quadro corale ci sono anche Skyler Gisondo (Dan) e la cantautrice Phoebe Bridgers nei panni di Del, una delle decoy chiamate a recitare dal vivo davanti a Hansen.
È qui che nasce il problema: prendendo questa strada, il film si trasforma in un minestrone di idee e concetti fin troppo abbozzati; Singh e Oppenheim non calcano mai davvero la mano sulle problematiche morali e deontologiche evidenti di un programma come questo, ma restano a grattare la superficie dei dubbi che, a un certo punto, lo stesso Hansen inizia a nutrire verso il proprio programma. Oppenheim sembra più interessato a costruire un’esperienza visiva ipnotica, merito anche della fotografia di David Bolen, già al fianco del regista nei suoi due documentari Some Kind of Heaven e Spermworld, qui capace di fondere la grana sporca del mini-DV dei primi anni Duemila con una palette satura e quasi onirica, che a interrogarsi fino in fondo sulle implicazioni etiche della vicenda.
Sembra quasi che questa sceneggiatura sarebbe dovuta essere molto più lunga, date le diverse storyline secondarie che condiscono la narrazione (quasi tutte al limite del superfluo), un’ambizione corale che forse avrebbe trovato più spazio in una miniserie che in un lungometraggio di meno di due ore.
Oppenheim sembra più concentrato a costruire un film dalle tinte horror, quanto mai sgargianti, in pieno “stile A24”: come ho già accennato, fotografia, montaggio ed effettistica sono di ottimo livello se presi singolarmente. Penso ad esempio alla scena d’apertura, con Hansen/Pattinson immerso in una luce rossa quasi demoniaca, ripreso con la grana sporca del mini-DV, mentre in sottofondo una musica glitchata costruisce un crescendo di disagio.
Eppure, per tutta la visione, ho avuto la sensazione che si stesse esagerando a livello formale solo per un mero esercizio di stile: vuoto, e senza un vero significato. Le inquadrature apertamente horror di cui Pattinson è protagonista non trovano giustificazione, perché il suo personaggio, così come scritto, non risulta mai davvero ossessionato dalla riuscita del programma. Se la sceneggiatura fosse stata più cattiva e più critica verso il programma, anche questa scelta visiva avrebbe avuto senso.
Oppenheim ha in mano tutti gli strumenti per raccontare con la dovuta cattiveria una vicenda torbida e ancora oggi scomoda, un programma che ha trasformato la caccia ai pedofili in intrattenimento di massa, con tutte le implicazioni morali che questo comporta, ma preferisce rifugiarsi dietro un’estetica ipnotica, quasi ansiosa di piacere più che di far riflettere. Il risultato è un film che intrattiene, a tratti diverte pure, ma che alla domanda più scomoda di tutte (cosa dice di noi il fatto che una cosa del genere sia potuta diventare un successo televisivo) preferisce non rispondere affatto.

Il cinema mi accompagna praticamente da sempre: da bambino passavo ore a guardare film e a immaginare storie, oggi ho trasformato quella passione in una professione. Laureato in Arte e Tecnologia del Cinema e dell’Audiovisivo con specializzazione in Suono, e adoro tutto ciò che riguarda il dietro le quinte di un film, dai rumori più impercettibili alle colonne sonore che restano nella memoria. Per farla breve: se c’è una sala buia e uno schermo acceso, probabilmente ci sono anch’io.
Il cinema mi accompagna praticamente da sempre: da bambino passavo ore a guardare film e a immaginare storie, oggi ho trasformato quella passione in una professione. Laureato in Arte e Tecnologia del Cinema e dell’Audiovisivo con specializzazione in Suono, e adoro tutto ciò che riguarda il dietro le quinte di un film, dai rumori più impercettibili alle colonne sonore che restano nella memoria. Per farla breve: se c’è una sala buia e uno schermo acceso, probabilmente ci sono anch’io.





