Con Nessun dolore, fuori concorso all’83esimo Festival della Mostra del Cinema di Venezia, Gianni Amelio reinserisce le riflessioni di convivenza civile e dell’imminente globalizzazione, tra la fine del secondo e l’inizio del terzo millennio, all’interno di quello sguardo “neorealista” che ha influenzato il proprio modus operandi cinematografico più di trent’anni fa con la ristrutturazione anti-epica di Lamerica (1994) – ritratto antropologico di un’Italia che ha dimenticato il proprio passato demistificato.
Il concetto di estraneità si è allargato in relazione al fenomeno dell’immigrazione e al senso di deresponsabilizzazione dell’uomo occidentale bianco caucasico. L’estetica urbana di una Roma miseramente caotica e demograficamente popolata, anche nella dimensione multirazziale, rende la vita odierna apatica, e l’uomo odierno non più grado di riconoscere i valori dell’integrità, dell’accoglienza e dell’ospitalità.
Davide (Alessandro Borghi, la cui performance è arricchita da tic nervosi provocati dalla sindrome di Tourette di cui l’attore soffre, quasi a voler esternare il disagio corporeo dopo la connessione orrorifica con quelli mutilati dei soldati del precedente Campo di Battaglia, sempre con Amelio ma nel 2024), proprietario di un chiosco di libri usati a Piazza Risorgimento, conduce una vita ordinaria all’insegna di un lavoro destinato alla scomparsa culturale, incapace di mantenere un legame di sopravvivenza con il mercato editoriale e, in particolar modo, la “fallace” convinzione che accumulare nozioni e insegnamenti da fonti letterarie, specie quelle amare e tragiche, equivalga a decodificare l’esperienza vivibile di un uomo sospeso nell’aleatorietà del giudizio e nell’assenza di praticità.
Ed è proprio un tragico evento accidentale – al contempo simbolica di un’innocenza mercificata per sensibilizzare/scandalizzare nel divario post-coloniale, del benessere economico-sociale e dell’atto di disfarsi – a disintegrare gradualmente le sue barriere teoricamente (quindi precariamente) protettive: il suo appartamento che si slega dal suono extradiegetico (prima – una forza intrusiva psichica) per confermarsi tecnicamente diegetico (dopo – un suono proveniente dal televisore e un’immagine computerizzata del finale del film Lamerica), ossia il rumore melodico e onomatopeico delle onde del mare. Subentra criticamente anche la comfort zone delle discipline umanistiche e dei loro spazi d’istruzione e di trasmissione del sapere, oramai spogliati di vitalità e di spinte innovatrici capaci di ribaltare i vecchi schemi oppressori e le chiusure mentali.
Ciò che ne sussegue è l’attivazione (in)volontaria di uno svolgimento cristiano-religioso, un percorso di espiazione di un peso ereditato storicamente e a cui si tenta di rimediare, anche con una primordiale dose di riluttanza, al mancato accorgimento dell’alterità nel tempo presente.
L’aspetto controverso e provocatorio, del punto di vista autoriale, si scontra con sottili incongruenze dettate dall’impatto emotivo che si vuole suscitare allo spettatore. È quel sentimento isterico di ambivalenza nei confronti dell’altro, in uno sviluppo cognitivo che consente moralmente un superamento della suddivisione manichea tra le parti coinvolte – con un terzo soggetto operante (il pubblico) che decodifica anime stratificate nella loro complessità caratteriale comportamentale – ma al tempo stesso si assiste a un riscatto esistenziale più con i fantasmi che con i vivi.
Per Davide dare alloggio ad Aminah (Beidja Yahianoui) e a un numeroso gruppo di extracomunitari equivale, da una parte, alle gesta salvifiche di un paladino angelico – dal punto di vista del binomio protagonista-regista fino alla simbolica scena del trasporto della bara sulle spalle – e, dall’altra, al favoreggiamento per immigrazione clandestina – secondo il reato stabilito dal codice penale e dall’intolleranza degli inquilini.
Ciò che desta perplessità, in questa duplicità descrittiva, riguarda una plausibile assimilazione di un desiderio reazionario, il quale rischia di dissolvere la potenzialità dell’impostazione espressiva contesa tra realismo e fiaba, tra morale e religione, tra etica e psicologia. Inoltre, quello che sembra essere un percorso escatologico di redenzione si trasforma, in ultima istanza, in una forma di autocompiacimento del martire, con un Davide che indottrina i compagni detenuti migranti a leggere il Furore di John Steinbeck. Il personaggio di Davide non esercita in questo modo la violenza epistemica dello sguardo, e ottiene ingiustamente un ruolo asimmetrico ed esclusivo dell’occidentale.







