Florian Zeller ritorna alla regia dopo l’enorme fallimento del suo The Son: nonostante il flop, però, qua al Lido si sentiva ancora il peso di un nome come il suo, capace di girare un film riuscitissimo come The Father. Per questo Bunker, del regista francese, si presenta al Festival come uno dei titoli più attesi, anche grazie a un cast pluripremiato composto dalla coppia Javier Bardem e Penélope Cruz, affiancati da un ottimo, e ormai abituale, Stephen Graham e da un Paul Dano nei panni di Andrew, un magnate del tech. Insomma, il potenziale e i nomi c’erano: stava a Zeller il compito di tirarne fuori il lato migliore.
In Bunker, Miguel è un rinomato architetto a cui viene commissionato un progetto molto particolare: disegnare un bunker per la fine del mondo, richiesto da uno degli uomini più ricchi del mondo, un magnate dell’industria tecnologica. Questo compito e un vicino problematico mettono in difficoltà il suo matrimonio con Sofia (Penélope Cruz), insieme da diciassette anni.
Entrando in sala per la visione del film non nascondo che, nonostante la cocente delusione di The Son, un pizzico di curiosità e aspettativa ancora ci fosse: le premesse per un discorso sociale e antropologico c’erano tutte, tant’è che, nello scrivere la sceneggiatura, Zeller ha deciso di inserire fin da subito i dubbi morali che un progetto del genere porta con sé. Sofia, infatti, si dimostra sin dalle prime battute molto preoccupata da ciò che può comportare la costruzione di tale bunker: la già ampia distanza tra le classi sociali, in un contesto in cui il mondo fuori non è più abitabile, è destinata solo ad aggravarsi, e i ricchi ne sono ben consapevoli. Non a caso, nell’unico “dialogo” tra Miguel e Andrew (che per tutto il film compare solo attraverso uno schermo, mai in carne e ossa, come a sottolineare la distanza siderale tra chi il bunker lo costruisce e chi può permetterselo) quest’ultimo gli spiega che dovrà idearlo apposta per evitare delle sommosse. Insomma, la lotta di classe dovrà essere repressa con la violenza.
Il film riesce ad ampliare i discorsi legati a tutto ciò grazie a delle storie che si ramificano da quella principale: Toby, vicino di working class londinese, sta aprendo una finestra sul giardino di Miguel, nonostante chiaramente per legge non possa, e Sofia sente che il matrimonio tra i due non funziona più, aggravato anche dall’ultimo lavoro richiesto, il bunker per l’appunto.
Sfortunatamente, però, non tutto funziona bene in questa pellicola, anzi: nonostante le tematiche siano tante e anche molto interessanti, Zeller fa, secondo me, un errore gigantesco: fa spiegare ai personaggi letteralmente tutte le problematiche. In più di un momento il film si trasforma in uno “spiegone” verboso e noioso, che non lascia spazio a ragionamenti e che trova la risposta ai dubbi morali nel finale (“apriamo finestre, non buchi nella terra”, più didascalico di così…). Ciò mi ha portato a disinteressarmi quasi completamente di tutto ciò che succedeva o che semplicemente veniva detto.
Con questo non sto dicendo che il film sia brutto, perché sarei troppo severo con una sceneggiatura che tratta comunque tematiche importanti e che parte da un incipit molto particolare, ma il modo con cui ci trasporta mi ha decisamente irritato, soprattutto una volta finita la visione.
Bunker resta comunque uno dei titoli più chiacchierati di questi giorni di festival: alla proiezione di Sala Grande il pubblico ha tributato al film sedici minuti di applausi, merito soprattutto della prova dei due protagonisti, capaci di reggere sulle spalle un film che, altrove, fatica a reggersi da solo. Zeller ha in mano tutti gli ingredienti per un dramma coniugale capace di farsi specchio delle nostre paure più contemporanee ma preferisce spiegarceli parola per parola invece di lasciarceli scoprire. Un film che, alla fine, dice tutto quello che ha da dire, forse anche troppo, e proprio per questo finisce per non lasciare addosso quasi nulla.







