Esattamente dopo quarantacinque anni dalla presentazione a Venezia del film Sogni d’oro (1981, vincitore del Leone d’argento – Premio della Giuria) e a trentasette anni dell’anteprima, sempre nell’atmosfera festivaliera della Serenissima, di Palombella Rossa (1989), Nanni Moretti presenta in concorso all’83esima edizione del Festival la sua ultima opera cinematografica intitolata Succederà questa notte, con Louis Garrel e Jasmine Trinca nel ruolo di una coppia travolta dalla potenza leggiadra dell’innamoramento e dalla contingenza geometrica dell’amore.
Il sottoscritto è fortemente convinto che l’approccio adatto per farsi strada nell’opera morettiana sia quello di suddividerla nelle seguenti fasi e nei seguenti tratti ricorrenti:
1) Le vicissitudini del suo alter ego Michele Apicella (cognome preso dalla madre) – da Io sono un autarchico (1976) al citato Palombella rossa, per un periodo caratterizzato dalla sua vena polemica e dissacrante, spesso confinante in quello che Alberto Moravia definiva la “ruggine corrosiva del comico” per smascherare l’abilità sapiente di Moretti nell’osservare le trasformazioni in atto della realtà e nella dimensione borghese della sinistra extraparlamentare di cui faceva parte (“Forse ho sbagliato ideologia”, “Ma che ci frega a noi dei desideri delle masse?).
2) L’intimismo autobiografico, a cominciare da Caro diario (1993, vincitore del premio per la Miglior Regia al Festival di Cannes) e dallo spostamento dello sguardo verso la confidenzialità e la quotidianità dei luoghi e delle relazioni interpersonali, su uno sfondo politico e sociale di grande incertezza e declinato verso quel degrado dell’Italia degli anni Novanta, preannunciato da Pier Paolo Pasolini trent’anni prima con l’avvento della Seconda Repubblica e l’ingresso di Silvio Berlusconi dopo la vittoria alle elezioni del 1994 (come si è visto nella celebre scena davanti al televisore con la madre Agata nel film Aprile del 1998, in cui si celebra la nascita del figlio Pietro). Tra osservazione diaristica e rivelazioni profetiche nel feroce Il caimano (2006), per il clima drammatico giudiziario, e nel disorientante Habemus Papam (2011) per la crisi di una Chiesa Cattolica impermeabile al cambiamento con le dimissioni dell’allora Papa Benedetto XVI.
Qui il caso anomalo e inaspettato si presenta con l’uscita de La stanza del figlio (2001) – vincitore della Palma d’oro –, in cui propone un andamento narrativo classico per affrontare l’attraversamento del lutto, l’approccio registico attento all’aspetto formale degli spazi domestici e quello concettuale delle tematiche umanizzate ai limiti del dolore straziante.
Invece gli anni Duemilaventi osservano Moretti intraprendere una strada sconosciuta, e altrettanto rischiosa agli occhi dei morettiani forgiati ed educati – difficili da sopportare oggi e da convincere di fronte alle svolte significative della senilità. E proprio Tre Piani (2021) – stroncato dalla maggior parte della critica e del pubblico cinque anni fa – evidenzia una maturazione alienante, a partire dalla scelta di adattare l’omonimo libro israeliano di Eshkol Nevo trasferendo spazialmente la vicenda dal quartiere di Tel Aviv alla zona Prati di Roma. Si assiste alla disintegrazione della presenza di Nanni, uscendo letteralmente di scena, per focalizzare la nostra attenzione sugli altri condomini del palazzo, le cui corde delicate della sfera personale e privata vengono accolte sotto una peculiarità universale, rendendo quel nucleo conviviale un nucleo drammaturgico pronto per essere esplorato mediante un tesseramento di emozioni, situazioni e complicazioni coesistenti l’uno con/contro l’altro.
3) Una profonda riflessione verso la capacità di riadattarsi a un cinema conteso tra la spiritualità della sala e la distribuzione nelle piattaforme streaming, come ne Il sol dell’avvenire (2023), ma che al tempo stesso risulta un passo sbagliato di tipo paternalista per mostrare l’annientamento del Sé autore-personaggio. Ciò che regge, fino a un certo punto, all’interno del film è il repertorio iconico del passato che si incastra in un finale ucronico, influenzato dal tocco tarantiniano di Bastardi senza Gloria (Inglourious Basterds, 2009) e C’era una volta a…Hollywood (Once Upon a Time in Hollywood, 2019) – come faceva pure, anche se per motivi di estetica della violenza, il cinema fittizio di Bruno Bonomo (Silvio Orlando) nel citato Il caimano – basati ideologicamente sul revisionismo storico come atto catartico e fine consolatorio (per sé stesso e per quegli elitari inesorabilmente sconfitti).
C’è da chiedersi nel parallelismo morettiano: una piacevole evasione? Sì, la magia e la potenza del cinema. No, il fallimento della politica e della realtà italiana che ci circonda.
E dopo questo lungo e articolato excursus analitico del cinema di Nanni Moretti, si può finalmente parlare di Succederà questa notte, ossia un ulteriore cambio dalla primordiale concezione impegnata dei suoi predecessori per trasmettere la piena fascinazione del Nanni spettatore.
Anche Succederà questa notte prendo lo spunto dallo scrittore/romanziere israeliano di Tre Piani, ma questa volta adatta sul grande schermo uno dei racconti (o la comunione tematica di più riferimenti scritti) della raccolta Legami (Feltrinelli). Moretti racconta la sua storia d’amore nell’arco di diciassette anni (7 anni dopo – 7 anni dopo – 3 anni dopo), con dissolvenze in nero e didascalie letterarie, facendoci addentrare man mano nel gusto elegante e raffinato di commedie e melodrammi, alternato tra provenienza statunitense e quella europea – meglio non citare i nomi perché in fondo Moretti riesce a sovrapporre di un cinema appartenente ai suoi desideri romantici, erotici e giovanili, alle sue critiche legate al conformismo borghese e al suo stato di conservazione temporale contro l’ampio respiro della vita e della sua intricata orchestrazione causale di incontri situazionali, che intercorrono tra ravvicinamenti e distanziamenti fisici e sentimentali.
È un film che invita i due giovani innamorati a intraprendere il sentiero della passione travolgente, della cura accidentale che va oltre il contratto matrimoniale cechoviano e la pratica freudiana, uscita sempre sconfitta nelle opere passate del regista con il risultato incontrollato di attaccamenti materni e complessi edipici, e nell’accontentamento di un benessere mai esistito sul piano percettivo.
È un film di genitori e figli, di diversa estrazione generazionale, confluiti in un’unica coralità atemporale (la predestinazione degli amanti) e distemporale (l’irregolarità cronologica degli eventi e dei ricordi), che imparano gli uni dagli altri i pregi e i difetti, dipesi dal contesto di formazione pedagogica delle abitazioni familiari, dalle prese egoistiche non concernenti su quella “libertà che sta nell’essere in due”.
È un film che sviluppa in maniera ottimistica le reazioni e le ossessioni del regista, andando contro quella disperazione autoriale di fondo e quella resa all’infelicità che aleggiava in Bianca (1984) e La messa è finita (1985, vincitore dell’Orso d’argento – Premio della Giuria).







