Quella che doveva essere originariamente la cosiddetta trilogia sul mondo del lavoro – con le rispettive uscite di La legge del mercato (La loi du marché, 2015), In guerra (En Guerre, 2018) e Un altro mondo (Un autre monde, 2021), ossia tre lungometraggi presieduti dalla coppia Stéphane Brizé (regista) e Vincent Lindon (attore, inoltre vincitore del Premio per la Migliore Interpretazione Maschile al Festival di Cannes per il primo capitolo) – si è rivelata essere una tetralogia con un cambio di direzione del protagonista dominante sul grande schermo.
In A Bon Petit Soldat (2026) – vincitore del Premio per la Miglior Sceneggiatura all’83esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, con la collaborazione della penna di Coralie Amédéo e Olivier Gorce – osserviamo la nostrana Alba Rohrwacher nel ruolo della madre lavoratrice Carla Moretti, una donna quarantatreenne assunta come nuova responsabile delle risorse umane (HR) nella compagnia francese Amali. È una figura femminile che mette in luce la natura competitiva mascherata dal suo volto apparentemente innocuo, si tinge di una forma di idolatria corporativa (o meglio, piaggeria), e vive nella profonda convinzione macchinica del rendimento, secondo le logiche della pressione costante e della disumanizzazione relazionale.
L’abilità registica di Brizé mette in risalto, ancora una volta, uno sguardo della macchina da presa che opprime e schiaccia i primi piani della protagonista, attraverso i quali la dualità performativa di azione/reazione si interpone continuamente tra situazioni attanti di parola (una presunta superiorità morale nella compostezza psico-corporea) e di ascolto/silenzio (una subalternità ai ruoli prestabiliti con una graduale esaltazione delle fragilità nascoste dietro l’apparenza). Nella stessa identica procedura attoriale di Vincent Lindon – in quest’ultimo film non è l’uomo schiacciato dal sistema, bensì il CEO dell’azienda, Arnaud Boronat, il soggetto apicale integrato nell’area di comando e nella spietatezza di fronte a un video promozionale contenente persone tetraplegiche per promuovere la diversità e l’inclusività – anche la Rohrwacher trasforma i silenzi, le pause e gli sguardi in eloquenza para-verbale, vissuta con tensioni emotive alternate a seconda della conflittualità del contesto e del grado di resistenza emotiva degli interlocutori.
Ciò che scombussola il suo animo interiore si intensifica parallelamente alla propria vita privata, segnata da un profondo allontanamento dalla sfera domestica. Il caso emblematico del piccolo Louis e del cubo di Rubik dimostra come l’iper-produttività diventi una pratica di affetto mercificato, in cui il figlio è percepito non come un individuo da accogliere nelle sue fragilità, ma come un enfant prodige da ottimizzare.
A differenza della corrente ideologica del britannico Ken Loach, regista noto per le sue opere volte a collocare la lente di ingrandimento sul mondo del precariato e sulle modalità di oppressione singolare e collettiva perpetrate dal sistema neoliberale, Brizé ha voluto circoscrivere, a partire dal 2021, un dittico politico-sociale – differenziato nei rispettivi casi dall’opposizione dialettica dei sessi maschile/femminile, distantissimo dai meccanismi narrativi e brillanti delle commedie statunitensi degli anni ’30 e ’40 di autori come Howard Hawks, Frank Capra, Leo McCarey, Gregory La Cava e Ernst Lubitsch – con la volontà di indagare il middle management e le sue zone grigie.
Nel monumentale Un altro mondo, Philippe Lemesle (sempre Vincent Lindon) svolge le principali mansioni con profonda fedeltà e rispetto, a discapito del tempo perduto con la famiglia che ha come conseguenza estrema la firma del divorzio per iniziativa della moglie (Sandrine Kiberlain) e la degenerazione mentale del figlio secondogenito, quest’ultimo profondamente convinto di essere entrato nel gruppo Facebook di Mark Zuckenberg durante la detenzione in un ospedale psichiatrico. La proposta di licenziamento di cinquantotto lavoratori rende plausibile l’ambiguità psicologica delle sue azioni, contesa tra la ricerca di una soluzione individuale e l’insistenza dichiarativa proveniente dall’alto.
Per chiudere questa breve ma fondamentale parentesi, i suoi superiori ribadiscono nelle sequenze di violenza dialogica la fedeltà del team riguardo l’esecuzione del licenziamento del personale senza alcun tipo di imposizione anti-gerarchica. E allora per quale motivo, improvvisamente, si vuole ottenere una modifica significativa dei piani di lavorazione? Perché Philippe si impegna a casa e in ufficio – tra colloqui e riunioni dirigenziali via Skype, quasi a voler renderci consapevoli di alcuni aspetti legati alla media awareness del presente lavorativo, alle interfacce schermiche dei media digitali presenti nei desktop film – per organizzare il suo progetto di difesa nei confronti dei dipendenti precari e sfruttati? Non è ben chiaro se le sue intenzioni siano frutto di un gesto di ribellione e di una nuova convinzione ideologica contro i suoi dominatori o solamente un ormai inutile scrupolo di coscienza.
Forse, attraverso questa galleria di dirigenti, il cinema di Brizé ha voluto dimostrare la grande difficoltà del pubblico contemporaneo – spesso incline a rigide suddivisioni manichee sui cliché e sull’autenticità dei fatti – nell’instaurare un legame empatico e simpatetico con figure posizionate a metà della Piramide del Potere, inchiodate alle loro stesse complicità sistemiche.
Carla Moretti, invece, costituisce una rivisitazione odierna e una mutazione antropologica della figura del gerarca nazista Adolf Eichmann – quella stessa “banalità del male” indagata da Hannah Arendt sull’adesione acritica a procedure e regole amministrative sul perseguimento del fanatismo ideologico che sfocia nell’annientamento del prossimo, e sull’incapacità di pensare dal punto di vista altrui (l’impiegata vittima di mobbing). Questi meccanismi si alimentano con i laboratori organizzati dall’happiness manager, pronti a fornire un’illusione cooperativa del team di lavoro, un’ostentazione aggressiva dei limiti evidenti all’interno delle prestazioni giornaliere.
Oggi possiamo fare del male senza essere malvagi, ma l’alibi della deresponsabilizzazione e la cieca obbedienza all’autorità lavorativa si confermano i veri ingranaggi invisibili del nostro tempo, e non devono venire meno nelle nostre coerenze decisionali, anche se rischiano di confinarsi in una sponda involontaria di carnefice burocratico. Se il licenziamento di Philippe Lemesle offre una presunta messa in discussione del proprio ruolo manageriale e una sorta di processo salvifico caratterizzato dalla rottura, dal rifiuto e dalla perdita/rinascita del sé, Carla Moretti è il “buon piccolo soldato” (annullamento dell’identità) che resta imprigionata in quell’ambizione “demoniaca” di affermazione, di riconoscimento sociale e di efficienza professionale e gestionale dopo aver interiorizzato i dogmi del potere e abbandonato i dubbi morali o i sussulti di solidarietà.







