Questo è l’apice dell’animazione in stop motion. Con Wildwood, Laika Studios dimostra di aver portato la propria arte a un livello straordinario, realizzando un film tecnicamente gigantesco, capace di dare vita a sequenze monumentali senza rinunciare a quella cura artigianale che da sempre contraddistingue il suo cinema.
La complessità degli ambienti e la quantità di dettagli che popolano ogni inquadratura testimoniano una padronanza della tecnica impressionante. Eppure, la grandezza di Wildwood non risiede soltanto in ciò che riesce a mostrarci, ma soprattutto nel modo in cui utilizza tutto questo per raccontarci una storia, nel modo in cui mette la propria tecnica al servizio del racconto. La meraviglia non diventa mai un semplice virtuosismo ma ogni scelta visiva contribuisce a costruire l’atmosfera e ad alimentare il senso del pericolo.
È soprattutto quando il racconto si fa più cupo e brutale che questa sintesi trova la sua espressione migliore. Rispetto ad altre opere dello studio, Wildwood sembra spingersi verso una crudezza ancora più marcata, lasciando che il fantastico si trasformi anche in qualcosa di minaccioso. La magia infatti non è soltanto uno spazio in cui rifugiarsi: è un territorio che può ferire, spaventare e mettere alla prova chiunque vi si avventuri.
E allora la ricerca del fratello smette di essere soltanto il motore dell’avventura e diventa ciò che tiene insieme ogni elemento del film.
Il desiderio di salvarlo alimenta la tensione, dà peso ai pericoli e ci trascina verso un finale in cui la spettacolarità delle immagini trova finalmente una ragione emotiva. Forse è proprio questo il risultato più importante di Wildwood: ricordarci che la grande animazione non si misura soltanto dalla complessità di ciò che riesce a costruire, ma dalla capacità di farci sentire qualcosa attraverso quelle immagini.
Perché la stop motion, con la sua natura inevitabilmente concreta e imperfetta, possiede una qualità particolare: ci mostra qualcosa che non esiste, ma che qualcuno ha realizzato materialmente, un frammento alla volta, fotogramma dopo fotogramma.
In un’epoca in cui possiamo generare immagini spettacolari con una facilità sempre maggiore, assistere a un’opera costruita attraverso un simile lavoro di precisione assume un significato ulteriore. Non perché la tecnologia sia nemica dell’arte, ma perché Wildwood ci ricorda che dietro la meraviglia possono ancora esserci tempo, fatica, ricerca e una quantità smisurata di immaginazione.
Laika non ci chiede semplicemente di guardare un mondo fantastico. Ci invita a crederci, perché, al di là della sua straordinaria realizzazione, Wildwood è anche un ritorno a un immaginario che sembrava appartenere a un altro tempo del cinema per ragazzi: quello di Le cronache di Narnia, Spiderwick e Un ponte per Terabithia. Storie in cui i protagonisti erano ragazzi alle prese con un mondo ancora tutto da scoprire, capaci di trovare nella fantasia una via di fuga dalla realtà e, allo stesso tempo, con il loro sguardo, trasformare il mondo in qualcosa di misterioso, imprevedibile e meraviglioso.
C’è una frase di Thibault Leclercq, character designer del film, che racchiude perfettamente lo sp irito con cui bisognerebbe avvicinarsi a questa avventura:
«Guardatelo con gli occhi di un bambino che si addentra per la prima volta in una foresta».







