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Wild Horse Nine – Martin McDonagh

Wild Horse Nine di Martin Mcdonagh, in concorso a Venezia 83, è un film sulla morale, sul senso di colpa e, soprattutto, sulla caducità della vita. Un film che sembra chiedersi cosa accada quando, arrivati alla fine del proprio percorso, ci si volta indietro e si ripensa alle scelte prese e a quelle che, forse, avremmo potuto prendere diversamente.

La storia è ambientata nei giorni che precedono la guerra civile cilena nel settembre 1973 e i personaggi si trovano a vivere nuovamente un evento che cambierà il corso della storia, sospesi tra un mondo che sta finendo e uno che sta per cominciare. Sono il riflesso di una società sull’orlo del cambiamento: uno scontro generazionale tra vecchi e nuovi ideali, ma anche tra chi ha trascorso una vita seguendo ordini e convinzioni e chi, ormai giunto alla fine, comincia a chiedersi quale sia stato realmente il peso delle proprie azioni.

In questo senso, l’Isola di Pasqua diventa uno scenario perfetto. Le enormi teste dei Moai che dominano costantemente il paesaggio, sembrano ricordare ai personaggi quanto siano piccoli rispetto alla storia del mondo. È forse anche per questo che il film guarda continuamente indietro, fino ai dinosauri: perché di fronte a una storia che si misura in millenni, l’esistenza dell’uomo appare improvvisamente effimera. Quei personaggi che hanno passato la vita a credere di poter cambiare il corso della storia si ritrovano così piccoli davanti a qualcosa che esisteva prima di loro e continuerà a esistere.

Ed è proprio qui che Wild Horse Nine diventa anche una riflessione sull’America e sulla sua storia. Un’America che per decenni ha giustificato le proprie azioni attraverso l’idea di un bene superiore, senza rendersi conto che, forse, il problema non fosse distinguere tra bene e male, ma riconoscere che gli ideali in nome dei quali si agiva potevano essere profondamente sbagliati. Il film sembra quindi invitare a guardare al passato non per giudicarlo semplicemente, ma per comprenderne le conseguenze e assumersene la responsabilità.

Al centro di tutto ci sono Sam Rockwell e John Malkovich, la cui sinergia è semplicemente incredibile. Interpretano due uomini che hanno trascorso gran parte della propria vita condividendo scelte drastiche, discutibili e moralmente ambigue. Sono due personaggi complementari, quasi due facce della stessa medaglia.

Malkovich, arrivato ormai alla fine della propria vita è costretto a fare i conti con le conseguenze delle proprie azioni. Per questo cerca in tutti i modi di impedire al suo collega e amico di seguire la sua stessa strada. Vuole che Rockwell riesca a comprendere ciò che lui ha capito troppo tardi e proprio per questo decide di lasciarsi andare completamente, a briglie sciolte, concedetemi il termine, per provare un senso di sollievo. Anche la malattia di Malkovich assume così un valore simbolico: la morfina con cui cerca di sedare il dolore diventa quasi l’unico strumento attraverso cui riesce a contenere i propri impulsi, il proprio corpo e, forse, anche il peso di una vita trascorsa nell’ombra. Sam Rockwell passa invece gran parte del film cercando di comprendere il proprio collega. Lo osserva, cerca di decifrarne le parole e i comportamenti, forse perché dentro quella verità apparentemente delirante comincia a riconoscere qualcosa di profondamente reale.

McDonagh mette in scena una drammaturgia di grande spessore, costruendo una commedia nera fatta di dialoghi sottili, ironici e capaci di arrivare dritti al punto. Ma sotto questa superficie si nasconde un film profondamente malinconico, ricco di simboli che ne amplificano il significato.

La vera preziosità di Wild Horse Nine sta proprio qui: nell’essenza di un uomo che, per tutta la vita, ha creduto di poter influenzare il corso della storia e che, arrivato alla fine, si rende conto di quanto sia piccolo rispetto ad essa.

Wild Horse Nine di Martin Mcdonagh, in concorso a Venezia 83, è un film sulla morale, sul senso di colpa e, soprattutto, sulla caducità della vita. Un film che sembra chiedersi cosa accada quando, arrivati alla fine del proprio percorso, ci si volta indietro e si ripensa alle scelte prese e a quelle che, forse, avremmo potuto prendere diversamente.

La storia è ambientata nei giorni che precedono la guerra civile cilena nel settembre 1973 e i personaggi si trovano a vivere nuovamente un evento che cambierà il corso della storia, sospesi tra un mondo che sta finendo e uno che sta per cominciare. Sono il riflesso di una società sull’orlo del cambiamento: uno scontro generazionale tra vecchi e nuovi ideali, ma anche tra chi ha trascorso una vita seguendo ordini e convinzioni e chi, ormai giunto alla fine, comincia a chiedersi quale sia stato realmente il peso delle proprie azioni.

In questo senso, l’Isola di Pasqua diventa uno scenario perfetto. Le enormi teste dei Moai che dominano costantemente il paesaggio, sembrano ricordare ai personaggi quanto siano piccoli rispetto alla storia del mondo. È forse anche per questo che il film guarda continuamente indietro, fino ai dinosauri: perché di fronte a una storia che si misura in millenni, l’esistenza dell’uomo appare improvvisamente effimera. Quei personaggi che hanno passato la vita a credere di poter cambiare il corso della storia si ritrovano così piccoli davanti a qualcosa che esisteva prima di loro e continuerà a esistere.

Ed è proprio qui che Wild Horse Nine diventa anche una riflessione sull’America e sulla sua storia. Un’America che per decenni ha giustificato le proprie azioni attraverso l’idea di un bene superiore, senza rendersi conto che, forse, il problema non fosse distinguere tra bene e male, ma riconoscere che gli ideali in nome dei quali si agiva potevano essere profondamente sbagliati. Il film sembra quindi invitare a guardare al passato non per giudicarlo semplicemente, ma per comprenderne le conseguenze e assumersene la responsabilità.

Al centro di tutto ci sono Sam Rockwell e John Malkovich, la cui sinergia è semplicemente incredibile. Interpretano due uomini che hanno trascorso gran parte della propria vita condividendo scelte drastiche, discutibili e moralmente ambigue. Sono due personaggi complementari, quasi due facce della stessa medaglia.

Malkovich, arrivato ormai alla fine della propria vita è costretto a fare i conti con le conseguenze delle proprie azioni. Per questo cerca in tutti i modi di impedire al suo collega e amico di seguire la sua stessa strada. Vuole che Rockwell riesca a comprendere ciò che lui ha capito troppo tardi e proprio per questo decide di lasciarsi andare completamente, a briglie sciolte, concedetemi il termine, per provare un senso di sollievo. Anche la malattia di Malkovich assume così un valore simbolico: la morfina con cui cerca di sedare il dolore diventa quasi l’unico strumento attraverso cui riesce a contenere i propri impulsi, il proprio corpo e, forse, anche il peso di una vita trascorsa nell’ombra. Sam Rockwell passa invece gran parte del film cercando di comprendere il proprio collega. Lo osserva, cerca di decifrarne le parole e i comportamenti, forse perché dentro quella verità apparentemente delirante comincia a riconoscere qualcosa di profondamente reale.

McDonagh mette in scena una drammaturgia di grande spessore, costruendo una commedia nera fatta di dialoghi sottili, ironici e capaci di arrivare dritti al punto. Ma sotto questa superficie si nasconde un film profondamente malinconico, ricco di simboli che ne amplificano il significato.

La vera preziosità di Wild Horse Nine sta proprio qui: nell’essenza di un uomo che, per tutta la vita, ha creduto di poter influenzare il corso della storia e che, arrivato alla fine, si rende conto di quanto sia piccolo rispetto ad essa.


Mi sono laureato in Cinema alla RUFA, ho proseguito con una magistrale in Filologia Moderna e un master in 3D Digital Production. Il mio percorso unisce tecnica, creatività e cultura visiva, e nasce da una passione: raccontare storie attraverso le immagini. Amo lavorare sul campo, curare l’inquadratura e dare forma a un racconto visivo preciso ed evocativo. In Ready to Rec porto questa visione, con l’obiettivo di crescere sempre e trasformare la mia passione in progetti che parlino davvero a chi guarda.

Mi sono laureato in Cinema alla RUFA, ho proseguito con una magistrale in Filologia Moderna e un master in 3D Digital Production. Il mio percorso unisce tecnica, creatività e cultura visiva, e nasce da una passione: raccontare storie attraverso le immagini. Amo lavorare sul campo, curare l’inquadratura e dare forma a un racconto visivo preciso ed evocativo. In Ready to Rec porto questa visione, con l’obiettivo di crescere sempre e trasformare la mia passione in progetti che parlino davvero a chi guarda.


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