L’elemento che più colpisce di Elsinore, oltre alla straordinaria interpretazione di Andrew Scott, che potrebbe valergli una candidatura agli Oscar, è il modo in cui la vicenda personale del protagonista si intreccia con quella di Amleto. Due storie che finiscono per dialogare tra loro, creando una connessione profonda, capace di accompagnare lo spettatore e travolgerlo dall’inizio alla fine.
Il dubbio esistenziale, il desiderio di rivalsa, la follia, la ricerca della propria identità, l’incertezza, i legami familiari e l’amore: sono questi alcuni dei temi centrali del dramma shakespeariano che Simon Stone riprende e rielabora attraverso la vita di Ian Charleson, attore scozzese noto per aver interpretato Eric Liddell in Momenti di gloria (1981).
Stone costruisce un racconto vorticoso, che ci trascina fin da subito nell’esistenza di un uomo consapevole della fragilità del tempo. Ian è un attore che vuole lasciare il segno, riuscire a fare qualcosa che dia un senso alla propria vita prima che sia troppo tardi. È una paura che appartiene a molti artisti: sentire il tempo scorrere inesorabilmente, temendo di non riuscire a realizzare qualcosa che permetta, un giorno, di guardarsi indietro e pensare: «Ne è valsa la pena».
Ed è proprio quando le circostanze sembrano offrirgli un’occasione irripetibile che la vita presenta a Ian il conto. Il ritiro di Daniel Day-Lewis dal ruolo di Amleto al National Theatre diventa l’opportunità che aspettava da tempo. Una possibilità di riscatto, forse l’occasione di dimostrare finalmente il proprio valore. Eppure, proprio nel momento in cui quel sogno sembra diventare realtà, emergono i primi segni della malattia che, di lì a poco, lo condurrà alla morte.
È qui che il parallelismo con Shakespeare si fa più potente. «Essere o non essere» diventa, per Ian, anche un altro dilemma: recitare o rinunciare? Accettare uno dei ruoli più impegnativi della storia del teatro, mettendo a rischio le proprie forze, oppure fermarsi e dedicarsi alle cure di cui ha disperatamente bisogno? La sua scelta diventa una lotta contro il tempo, ma soprattutto contro l’idea che la malattia debba privarlo della possibilità di essere ancora ciò che desidera: un attore.
Perché a volte esiste qualcosa che spinge ad andare oltre i propri limiti, a credere in se stessi anche quando tutto sembra suggerire il contrario. Non necessariamente per sconfiggere la propria condizione, ma per continuare a vivere secondo ciò che si è, fino in fondo.
A incarnare il contrappunto a questa ostinazione è la dottoressa Margaret Johnson, interpretata da una straordinaria Olivia Colman. Ferma e determinata, è convinta che il suo dovere morale sia quello di prolungare la vita di Ian, anche a costo di allontanarlo dal palcoscenico. Ma il rapporto con il suo paziente la porta progressivamente a confrontarsi con una prospettiva diversa: l’arte può diventare essa stessa una ragione per continuare a vivere. Una riflessione che richiama anche l’importanza del benessere e della qualità della vita nell’assistenza alle persone malate.
Diretto da Simon Stone, Elsinore è un’ulteriore dimostrazione di quanto teatro e cinema siano due arti profondamente intrecciate e capaci di dialogare. Da una parte, assistiamo alla lotta di Ian per guadagnare tempo contro la malattia; dall’altra, entriamo nel processo di preparazione dello spettacolo, tra prove, dubbi e il tentativo di dare vita a un Amleto destinato a lasciare il segno nella storia del National Theatre.
È proprio in questo continuo passaggio tra vita e rappresentazione che il film trova la sua forza: il teatro non diventa una semplice fuga dalla realtà, ma il luogo in cui Ian può affrontarla, trasformando la propria fragilità in qualcosa di universale. Ne nasce un dramma intenso e coinvolgente, che trova nella recitazione non soltanto una forma d’arte, ma un modo per affermare la propria esistenza fino all’ultimo.







