Strano. È la prima parola che viene in mente una volta terminata la visione di “Enea”, l’ultimo film diretto da Pietro Castellitto. Il lungometraggio si ambienta a Roma e segue le vicende di Enea (Pietro Castellitto appunto) e della sua famiglia.
La caratteristica da subito evidente è che il regista romano abbia uno stile molto anticonvezionale, soprattutto per il panorama cinematografico italiano del nuovo millennio. Castellitto mette in scena una commedia dai toni grotteschi e surreali, densa di scene che tentano, e in alcuni casi riescono, a fondere abilmente ironia e allegoria. I tempi comici sono gestiti bene e i protagonisti riescono a risultare tutti funzionali alla narrazione. Non troppo azzeccato è però il comparto tecnico: alcune sequenze sembrano completamente sconnesse dal sonoro. Ci sono momenti in cui la musica tende a coprire eccessivamente le voci dei personaggi, nota abbastanza stonata se si considera che la seconda fatica del figlio d’arte vive soprattutto di dialoghi. Per quanto possa quindi essere voluta, la decisione di mixare l’audio in questo modo non sempre funziona. Al contrario, il virtuosismo dei movimenti di macchina è ambizioso e, nonostante possa sembrare vacuo, ha in realtà un’aderenza diretta alla lucida follia che permea il tessuto sociale della Roma bene. La fotografia barocca e pomposa contribuisce all’immaginario in bilico fra l’assurdo e il terreno.
Il vero punto forte però è la minuziosa caratterizzazione dei personaggi: ognuno dei protagonisti riesce a distinguersi, ad essere credibile e a rimanere perfettamente coerente con il tipo di ruolo ricoperto.
Pur essendo un prodotto soddisfacente, “Enea” rimane comunque ben lontano dalla perfezione.
Ciò che manca davvero a questa pellicola è un chiaro intento, un messaggio, una morale distinguibile e alla portata. Per la maggior parte del tempo sembra di assistere a un esercizio di stile autoreferenziale formalmente interessante ma sostanzialmente tutt’altro che efficace.
Sicuramente il secondo lavoro di Castellitto rimane un film da vedere per provare a coglierne il senso, anche qualora esso fosse solo soggettivo, ma di certo c’è ancora tanto lavoro da fare.
Castellitto sembra avere comunque tutte le carte in regola per aggiungersi al ventaglio dei migliori registi italiani contemporanei.
Gianmatteo Diprima







