Si è vero, generalmente aprire una recensione palesando all’interno dei primi caratteri l’opinione in merito ad un prodotto trasgredisce del tutto le regole, ma non posso farne a meno di contravvenirle dichiarando apertamente e senza timore alcuno che “The Last Vikings”, almeno per il momento, rappresenta il picco più alto toccato dalla Mostra in queste prime tre giornate di festival.
Anders Thomas Jensen, regista danese che nel 2021 aveva realizzato quel gioiellino che risponde al nome di “Riders Of Justice”, torna sul grande schermo a quattro anni di distanza regalandoci una delle dark comedy più interessanti, spassose ed ispirate che si siano viste in sala nell’ultimo periodo.
Facendo affidamento nuovamente su Nikolaj Lie Kaas e Mads Mikkelesen (entrambi già presenti nel film sopra citato) ci racconta la storia di Anker (Nikolaj Lie Kaas) che dopo aver scontato 15 anni di carcere a seguito di una rapina andata male torna a casa dove ritrova suo fratello Manfred (Mads Mikkelesen) l’unico a conoscere il luogo in cui è sepolta la refurtiva, ma al tempo stesso affetto da una grave forma di disturbo dissociativo dell’identità; i due decidono quindi di intraprendere un viaggio che li ricondurrà nella dimora in cui sono cresciuti da piccoli e dove, a seguito di incontri e situazioni a dir poco esilaranti, riscopriranno il loro legame fraterno portando a galla vecchi ricordi (e vecchi traumi) che cambieranno radicalmente il loro rapporto e la loro consapevolezza.
Jensen, adottando un registro narrativo prevalentemente comico e talvolta surreale, affronta il tema dell’emarginazione e della malattia mentale con un approccio straordinariamente originale. La sceneggiatura, scritta in punta di penna e straordinariamente attenta ai dettagli, si distingue per la capacità di alternare momenti di fragorosa ilarità, generati principalmente da scambi di battute e gag corporali raffinate, a momenti di grande intensità emotiva, che colpiscono lo spettatore con la forza di un macigno; questa dualità genera un corto circuito interno, coerente con se stesso, all’interno del quale diversi generi si fondono spontaneamente e in maniera autentica.
“The Last Viking”, seguendo le linee guide della commedia nera, imposta uno storytelling apparentemente semplice e che si dimostra sorprendentemente abile nel coniugare un tono grottesco e farsesco ad una sostanza di fondo capace di generare riflessioni socialmente parlando impronosticabili; il viaggio intrapreso dai due protagonisti, e che inizialmente sembrerebbe incanalarsi verso una direzione specifica, muta nel corso del minutaggio instradando la narrazione in quello che diventa a tutti gli effetti un road movie statico volto all’autodeterminazione di entrambi i personaggi che inizieranno man mano ad acquisire più consapevolezza di se e delle proprie psicologie.
Una stramba rimpatriata che riunisce tra di loro i componenti dei “Beatles” (si, sembra che stia farneticando ma capirete guardando il film) diventa si sede di una sezione narrativa completamente folle ed esilarante, ma altresi un segmento di storia che man mano, riuscirà a fare luce su tutte quelle zone d’ombra fino ad allora tenute debitamente a distanza dall’impostazione umoristica che aleggia sull’opera per gran parte della sua durata.
Saranno il prologo ed infine l’epilogo (ovviamente) a scoperchiare il vaso di Pandora con un intuizione strategica illuminante che legherà a doppio filo tutti i sottotesti costruiti meticolosamente durante la visione, fornendo una chiave di lettura dal forte impatto emotivo che non potrà non farvi scendere più di una lacrima.
Tutti abbiamo i nostri demoni, tutti abbiamo le nostre disabilità (anche se non sempre queste si manifestano apertamente) la chiave sta nel riconoscerle e accettarle per come sono, cosi facendo potremmo realmente scoprire chi siamo veramente giungendo ad una chiara consapevolezza: non siamo diversi, ma soltanto inseriti in un contesto (sociale) che ancora non ha maturato la convinzione di essere diverso esattamente come noi.

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The Last Vikings – Anders Thomas Jensen

Si è vero, generalmente aprire una recensione palesando all’interno dei primi caratteri l’opinione in merito ad un prodotto trasgredisce del tutto le regole, ma non posso farne a meno di contravvenirle dichiarando apertamente e senza timore alcuno che “The Last Vikings”, almeno per il momento, rappresenta il picco più alto toccato dalla Mostra in queste prime tre giornate di festival.
Anders Thomas Jensen, regista danese che nel 2021 aveva realizzato quel gioiellino che risponde al nome di “Riders Of Justice”, torna sul grande schermo a quattro anni di distanza regalandoci una delle dark comedy più interessanti, spassose ed ispirate che si siano viste in sala nell’ultimo periodo.
Facendo affidamento nuovamente su Nikolaj Lie Kaas e Mads Mikkelesen (entrambi già presenti nel film sopra citato) ci racconta la storia di Anker (Nikolaj Lie Kaas) che dopo aver scontato 15 anni di carcere a seguito di una rapina andata male torna a casa dove ritrova suo fratello Manfred (Mads Mikkelesen) l’unico a conoscere il luogo in cui è sepolta la refurtiva, ma al tempo stesso affetto da una grave forma di disturbo dissociativo dell’identità; i due decidono quindi di intraprendere un viaggio che li ricondurrà nella dimora in cui sono cresciuti da piccoli e dove, a seguito di incontri e situazioni a dir poco esilaranti, riscopriranno il loro legame fraterno portando a galla vecchi ricordi (e vecchi traumi) che cambieranno radicalmente il loro rapporto e la loro consapevolezza.
Jensen, adottando un registro narrativo prevalentemente comico e talvolta surreale, affronta il tema dell’emarginazione e della malattia mentale con un approccio straordinariamente originale. La sceneggiatura, scritta in punta di penna e straordinariamente attenta ai dettagli, si distingue per la capacità di alternare momenti di fragorosa ilarità, generati principalmente da scambi di battute e gag corporali raffinate, a momenti di grande intensità emotiva, che colpiscono lo spettatore con la forza di un macigno; questa dualità genera un corto circuito interno, coerente con se stesso, all’interno del quale diversi generi si fondono spontaneamente e in maniera autentica.
“The Last Viking”, seguendo le linee guide della commedia nera, imposta uno storytelling apparentemente semplice e che si dimostra sorprendentemente abile nel coniugare un tono grottesco e farsesco ad una sostanza di fondo capace di generare riflessioni socialmente parlando impronosticabili; il viaggio intrapreso dai due protagonisti, e che inizialmente sembrerebbe incanalarsi verso una direzione specifica, muta nel corso del minutaggio instradando la narrazione in quello che diventa a tutti gli effetti un road movie statico volto all’autodeterminazione di entrambi i personaggi che inizieranno man mano ad acquisire più consapevolezza di se e delle proprie psicologie.
Una stramba rimpatriata che riunisce tra di loro i componenti dei “Beatles” (si, sembra che stia farneticando ma capirete guardando il film) diventa si sede di una sezione narrativa completamente folle ed esilarante, ma altresi un segmento di storia che man mano, riuscirà a fare luce su tutte quelle zone d’ombra fino ad allora tenute debitamente a distanza dall’impostazione umoristica che aleggia sull’opera per gran parte della sua durata.
Saranno il prologo ed infine l’epilogo (ovviamente) a scoperchiare il vaso di Pandora con un intuizione strategica illuminante che legherà a doppio filo tutti i sottotesti costruiti meticolosamente durante la visione, fornendo una chiave di lettura dal forte impatto emotivo che non potrà non farvi scendere più di una lacrima.
Tutti abbiamo i nostri demoni, tutti abbiamo le nostre disabilità (anche se non sempre queste si manifestano apertamente) la chiave sta nel riconoscerle e accettarle per come sono, cosi facendo potremmo realmente scoprire chi siamo veramente giungendo ad una chiara consapevolezza: non siamo diversi, ma soltanto inseriti in un contesto (sociale) che ancora non ha maturato la convinzione di essere diverso esattamente come noi.

Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?
Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?





