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A House of Dynamite – Kathryn Bigelow

Sono passati circa otto anni dall’ultima volta che la premio Oscar Kathryn Bigelow ha fatto capolino sul grande schermo con un lungometraggio (Detroit) e finalmente, a seguito di non pochi travagli produttivi, è tornata in grande spolvero con “A House Of Dynamite” presentato in concorso all’ottantaduesima edizione della Mostra d’arte cinematografica di Venezia.


I disclaimer iniziali ci parlano di come, a seguito della guerra fredda, le tensioni belliche tra gli stati in conflitto e lo spauracchio della minaccia nucleare, siano terminate proiettando il mondo verso un futuro più speranzoso ed ottimista… non secondo la Bigelow…
È una normale mattinata lavorativa a Washington DC, tutti assolvono ai propri doveri in maniera clinica e meccanica, quando il rilevamento di un missile nucleare che si sospetta possa colpire la città di Chicago entro pochi minuti getta nel panico tutti i presenti.
Quella impostata dalla regista statunitense è una fitta struttura ad incastro, che attorno ad un unico evento, costruisce la tensione spaziando tra tre diversi punti di vista collegati tra loro a livello tematico e temporale, attraverso un montaggio esaltante ed una regia frenetica che conferiscono alla vicenda una forza e un carisma invidiabile.


La Bigelow, all’interno di quello che sembra essere a tutti gli effetti la chiusura di una trilogia apocrifa cominciata con “The Hurt Locker” e proseguita con “Zero Dark Thirty” si insinua nuovamente nella disamina e tra gli ingranaggi della politica americana riflettendo, questa volta, su ciò che potrebbe accadere nel caso in cui la catastrofe nucleare diventasse concreta, risalendo, man mano che i minuti scorrono, le sale del potere incaricate di occuparsi della vicenda; il rilevamento del missile da parte dei radar di una base militare è il primo punto di innesco, si passa poi all’intelligence, al Pentagono fino ad arrivare al Presidente in carica, che non solo è deputato a prendere atto di quanto stia accadendo, ma che si ritrova, parimente, nell’arco di un arco temporale relativamente breve, a dover scegliere se rispondere o meno al fuoco.
Ed è proprio qui che quello che sembrava essere una presa di coscienza collettiva in attesa dell’inevitabile, diventa l’ennesima dimostrazione di forza tra potenze mondiali, interessate più ad identificare il nemico piuttosto che fare fronte comune dinnanzi ad una catastrofe dalla portata globale che segnerà irrimediabilmente l’epilogo della nostra umanità, il tutto coadiuvato da uno scheletro narrativo che più procede per gerarchie, più mette in mostra la perdita di controllo dei soggetti in essere.


“A House Of Dynamite”, in definitiva, non rappresenta soltanto una manifesto cinematografico dalla qualità inossidabile, quanto più un monito destinato alla specie umana, un racconto che mostra senza esporre, comunica senza parlare, dimostrandoci come continuiamo a rimanere inermi e indifferenti di fronte ad un destino già segnato.
Non è se, ma quando, come recita il tanto semplice quanto essenziale sottotitolo.

Sono passati circa otto anni dall’ultima volta che la premio Oscar Kathryn Bigelow ha fatto capolino sul grande schermo con un lungometraggio (Detroit) e finalmente, a seguito di non pochi travagli produttivi, è tornata in grande spolvero con “A House Of Dynamite” presentato in concorso all’ottantaduesima edizione della Mostra d’arte cinematografica di Venezia.


I disclaimer iniziali ci parlano di come, a seguito della guerra fredda, le tensioni belliche tra gli stati in conflitto e lo spauracchio della minaccia nucleare, siano terminate proiettando il mondo verso un futuro più speranzoso ed ottimista… non secondo la Bigelow…
È una normale mattinata lavorativa a Washington DC, tutti assolvono ai propri doveri in maniera clinica e meccanica, quando il rilevamento di un missile nucleare che si sospetta possa colpire la città di Chicago entro pochi minuti getta nel panico tutti i presenti.
Quella impostata dalla regista statunitense è una fitta struttura ad incastro, che attorno ad un unico evento, costruisce la tensione spaziando tra tre diversi punti di vista collegati tra loro a livello tematico e temporale, attraverso un montaggio esaltante ed una regia frenetica che conferiscono alla vicenda una forza e un carisma invidiabile.


La Bigelow, all’interno di quello che sembra essere a tutti gli effetti la chiusura di una trilogia apocrifa cominciata con “The Hurt Locker” e proseguita con “Zero Dark Thirty” si insinua nuovamente nella disamina e tra gli ingranaggi della politica americana riflettendo, questa volta, su ciò che potrebbe accadere nel caso in cui la catastrofe nucleare diventasse concreta, risalendo, man mano che i minuti scorrono, le sale del potere incaricate di occuparsi della vicenda; il rilevamento del missile da parte dei radar di una base militare è il primo punto di innesco, si passa poi all’intelligence, al Pentagono fino ad arrivare al Presidente in carica, che non solo è deputato a prendere atto di quanto stia accadendo, ma che si ritrova, parimente, nell’arco di un arco temporale relativamente breve, a dover scegliere se rispondere o meno al fuoco.
Ed è proprio qui che quello che sembrava essere una presa di coscienza collettiva in attesa dell’inevitabile, diventa l’ennesima dimostrazione di forza tra potenze mondiali, interessate più ad identificare il nemico piuttosto che fare fronte comune dinnanzi ad una catastrofe dalla portata globale che segnerà irrimediabilmente l’epilogo della nostra umanità, il tutto coadiuvato da uno scheletro narrativo che più procede per gerarchie, più mette in mostra la perdita di controllo dei soggetti in essere.


“A House Of Dynamite”, in definitiva, non rappresenta soltanto una manifesto cinematografico dalla qualità inossidabile, quanto più un monito destinato alla specie umana, un racconto che mostra senza esporre, comunica senza parlare, dimostrandoci come continuiamo a rimanere inermi e indifferenti di fronte ad un destino già segnato.
Non è se, ma quando, come recita il tanto semplice quanto essenziale sottotitolo.


Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?

Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?


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