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Le città di pianura -Francesco Sossai

A quattro anni dal primo lungometraggio, che fu l’esordio fantasma col meraviglioso Altri cannibali (2021) – distribuito e pubblicizzato in Italia con la stessa abbondanza delle razioni in un piano quinquennale sovietico – , e ad appena due dalla prima comparsa sulla blasonata croisette francese col cortometraggio Il compleanno di Enrico (2023), nella sezione Quinzaine des Cinéastes; il trentaseienne feltrino Francesco Sossai torna al Festival di Cannes col lungometraggio Le città di pianura – stavolta nella sezione Un Certain Regard – , proseguendo ed espandendo coerentemente la sua riflessione sulla provincia: su tempi e luoghi mutati e resi indecidibili dallo scacco del Millennium Bug, in una riscrittura della geografia dell’infanzia che tramuta il suo Veneto in qualcosa che si intravede e si immagina, spiando tra le pieghe e le ombre ora della fantasia ora del sogno, ora nella poesia nostalgica della memoria e – anche se in minor misura rispetto alle precedenti opere – nell’orrore di un imprevedibile e sfuggente futuro.

Sappiamo tutti, e fin troppo bene, quanto l’ingresso nel giro della grande distribuzione italiana sia oramai più contingentato di quello alle poste nei tempi del Covid, tanto che, ad esempio, il vitalissimo e più che mai contemporaneo panorama della cinematografia coreana ha dovuto spettare, per farvi finalmente capolino, l’incontenibile successo internazionale – e, senza nemmeno il bisogno di dirlo, agli Academy Awards – dell’oramai cult Parasite (기생충 o Gisaengchung) di Bong Joon-ho del 2019, anno che segnò l’arrivo da noi (piattaforme incluse) di tre quarti delle produzioni di tale paese, anche quelle più o meno dimenticabili. Nel 2021, quindi, a processo già in atto, all’uscita del – ribadiamo – imperdibile Altri cannibali, il talentuoso Sossai pagò forse la colpa di non venire dal territorio degli idol, ed è proprio alla luce di questo peccato di nascita – di questa parsimonia distributiva – che ci sentiamo di rubarvi del tempo per introdurvi il film, anche in previsione di successivi raffronti con quest’ultimo e ottimo Le città di pianura.

Altri cannibali calava il mostruoso evento riportato nel titolo in un asfittico e suggestivo contesto veneto, di provincia industriale ed abbandonata, in cui il desiderio di evasione da una routine di alienazione industriale, solitudine, ammirazione e senso di distanza dalle idealmente meno depresse condizioni sociali e collettive dei grandi centri urbani, rendeva l’atto estremo simile ad un punto di svolta favorevole, certo problematizzato, eppure quasi impossibile da giudicare nel più totale e repulso diniego, dato esso quale spinta di desiderio estrema, certo inquietante, ma più o meno follemente necessaria; il tutto ora osservato e ora scandagliato da distanze e ravvicinamenti, ad alternare il documentario al thriller, all’horror e al dramma sociale, in un bianco e nero tanto suggestivo ed enfatico quanto, all’occorrenza, freddo e spietato…insomma, clamoroso!

In Il compleanno di Enrico, invece – che ugualmente vi invitiamo fortemente a tentar di recuperare – , Sossai rimaneva in Veneto approcciando più direttamente una matrice dichiaratamente autobiografica, in cui – e similmente a quanto fatto nel suo esordio, seppur più limitatamente o “in controluce” – negli occhi di un bambino l’orrore si sedimentava e pietrificava in volti vinti dal tempo, atti piccoli e invisibili di violenza mal trattenuta e promesse destinate a un  nulla di fatto, nei bei colori di interni in pellicola abitati da generazioni che in vario modo affrontavano condanne e speranze tra fine ’90 e inizio 2000.

Più meno similmente, e su brillante variazione – segno abbastanza eloquente di un’autorialità viva e confermata per la terza volta in pochi anni – , si suggerisce in Le città di pianura, storia degli amici di una vita Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (brillantemente interpretato dal cantautore e fondatore degli One Dimensional Men e de Il Teatro degli Orrori, Pierpaolo Capovilla), ubriachi e dispersi a tarda notte per la provincia veneta e in cerca di dove farsi «l’ultima» birra prima di recarsi all’aeroporto, dove alle undici della mattina successiva hanno intenzione di andare a prendere Genio (Andrea Pennacchi), storico membro della loro triade giovanile, da anni nella lontana Argentina per motivi sconosciuti, e che ora sta tornando a casa. Nella ricerca di un bar per quella che vorrebbe essere – ma che, spoiler, non sarà –  la loro ultima bevuta, incontrano Giulio (Filippo Scotti), giovane studente di architettura sapiente, ligio al dovere e innamorato di una sua bella e irriverente compagna di corso, che quella notte festeggia la laurea a Venezia. Tanto per il carattere introverso, quanto per la preparazione di una revisione da affrontare la mattina successiva, Giulio lascia prima degli altri amici i festeggiamenti della ragazza, a cui ha regalato un libro sul memoriale Brion di Carlo Scarpa –  che i due s’erano in qualche modo promessi di visitare insieme – , e col rimorso di non aver fatto nulla nell’ultima notte prima della ripartenza di lei per Verona, sua città natale. Il tutto avviene sotto gli occhi indiscreti, simpatici ed appassionati dei due ubriaconi di mezz’età, molestamente infiltratisi nei festeggiamenti e che, vista la situazione del giovane Giulio, lo inseguono per farlo ricredere, sino a trasportarselo dietro per circa ventiquattrore on-the-road, raccontandogli il loro mondo, la loro provincia, e cambiando gradualmente la visione del giovane sulla vita e sull’amore.

Seppur mai direttamente attivo nel campo del puro documentario – prassi a cui a dire il vero, e grazie al cielo, il termine “puro” si addice poco – , e anche se parliamo da un tempo che ha visto il sempre più evidente sbiadimento dei gruppi artistici, di un cinema collettivo, e di collettivi quanto dichiarati intenti; Sossai si pone nel pieno di quelli che con ardire vorremmo definire i “figli di Herzog”, ossia di colui che più di tutti dichiarò l’inscindibilità tra reale e finzionale al punto da affermare: «Fitzcarraldo è il mio migliore documentario e Little Dieter Needs to Fly il mio migliore film di fiction. Non faccio una chiara distinzione tra di essi. Sono tutti film.»

Dalla filiazione del maestro tedesco – forse ancor di più che dal realismo magico di immediata italiana radice – è individuabile un generazione di mezzo che ha visto i brillanti esempi del primo Pietro Marcello, della prima Alice Rohrwacher, sino ad una più netta esplosione e contaminazione di pratiche che ha dato il via alla carriera di ancor poco conosciuti talenti quali Alessandro Comodin, Fulvio Risuleo, Jonas Carpignano, Yuri Ancarani, Roberto Minervini, Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis e, appunto – e a nostro avviso – anche il nostro Sossai, che bazzica funzionalmente anche Wim Wenders, Carlo Mazzacurati e Dino Risi.

È quasi un cinema della resistenza, della denuncia – e non è un caso la ricorrenza di un’Italia di pianura, con le sua discrasie tra i riconosciutissimi centri urbani e gli infiniti chilometri vuoti o di frazioni distanti e dimenticate – ad un immaginario polarizzato che ricerca la conferma di realtà e di finzione laddove, in realtà, né l’una ne l’altra si danno mai come esistenti a priori, in una sovrapposizione di mondi tanto all’apparenza distanti quanto in continua comunicazione nascosta. Esattamente come i suoi colleghi, infatti, in Le città di pianura Sossai riconfigura la realtà come fosse composta di strati posti uno sull’altro, di temporalità, luoghi e vite che si intravedono e ricalcano confondendo lo sguardo, come posato controluce su di un mondo fatto e livellato su più fogli di lucido.

Il viaggio di questi tre strambi eroi si svolge infatti in un Veneto che – certo complici gli oramai immancabili 16 e i 35mm, assieme ai costumi e alle cromaticità spinte della fotografia – , seppur rappresentante quello di oggi, pare l’impronta sbiadita ma quantomai presente di certi irrisolti anni ’90, di un Millennium Bug che ha veramente “buggato” il sistema, facendo collassare il peso di grandi promesse passate sull’inattuato dell’oggi. Ecco dunque che anche la cartografia cambia, e si rimodula su punti riferimento tanto solidi nella memoria quanto oramai spariti dal tempo e dallo spazio, in un rimescolamento di reali fantasmi passati – la birreria Kilometro 19 sulla statale 51 Alemagna, il bacaro Da Lele, il bar Ai Biliardi di Venezia, la Luxottica – e luoghi fittizi – come il Comune di Cornia, di cui Carlobianchi, Doriano e Genio sono originari – , destinati a esser dimenticati con la costruzione dell’autostrada Lisbona-Budapest. L’unico luogo certo e tangibile finisce per essere il memoriale Brion, un tomba sospesa in contemplazione tra la morte e la suggestione di un punto di vista diverso, di un inedito sguardo sulle sorti di una provincia che è «terra» d’appartenenza e non «territorio» vendibile.

Le città di pianura non è che – come fosse poco – , in fondo, una picaresca metafora, un on-the-road in un paesaggio impossibile e immaginario, fatto di incontri e vicende grottescamente umane: su luoghi svenduti alla promessa di una ricchezza che sta in oggetti scintillanti, come il Rolex dorato regalato dal capitano d’industria (Roberto Citran) all’operaio Sossai per i tanti anni di onorati sacrifici, nella leggenda che i due raccontano a Giulio durante le prime battute; sul “sogno americano” trapiantato in un’Italia che di continuo lo ingurgita pur sapendo che ancora lo rigetterà – vedasi le serate a tema rodeo nel bar sulla statale, Carlobianchi chiamato anche «Charlie White», Doriano chiamato «Dory» e il ristorante da «Mery» – , ed esempio a cui Scarpa ha preferito quello giapponese per il suo memoriale, così come Genio ha scelto l’Argentina per la sua fuga; e, infine, su un mondo che è futuro, che è azione, e che assieme sono incertezza.

Carlobianchi quest’incertezza l’ha accettata, e ora vive inebriandosi e godendosi la qualsiasi che gli capiti e che lo faccia star su senza rinunciare al bello della vita; Doriano ancora la soffre, come dichiara nella magnifica scena in cui, in macchina con l’amico dopo aver seminato una volante, s’appoggia in penombra col volto ridotto ad una maschera mal indossata, sedimentata di increspate delusioni, e nei cui occhi brilla la luce della macchina da presa, che scova in lui i fantasmi di un futuro in cui sa che “non entrerà mai in quella casa luminosa”.

L’incontro col giovane Giulio è dunque per loro un compito, una missione, e anche un bisogno. Se infatti di fronte a quella nuova incertezza dei duemila Genio era fuggito, hanno ora la possibilità di trovare qualcuno al suo posto – tanto che ora l’amico di loro pare non volerne sapere, cosa che si evince dalla maestria con cui Andrea Pennacchi da forma al nulla che conserva del passato, nella breve ma struggente scena del loro fugace ritrovarsi – , di salvare Giulio dalla resa e, soprattutto, di dirgli la loro verità sulla vita…

Una delle principali chiavi di interpretazione e suggestione poetica del film, infatti – ad alimentare l’indecisione tra realtà e fantasia assieme al sonno iniziale dei due, in macchina e già ubriachi – , è proprio questa verità sulla vita, a detta di Carlobianchi e Doriano scoperta proprio la sera dell’incontro con Giulio, ma che ora nessuno dei due ricorda. A fare da eco a questa grande rivelazione ce ne sono poi altre due: una detta all’operaio Sossai dal capitano d’industria, le cui parole vengono però rese inudibili dal chiasso delle pale dell’elicottero con cui s’è recato in fabbrica per consegnargli il Rolex, nel giorno del pensionamento da lavoratore; e una sul finale, detta proprio da Carlobianchi a un Giulio sul punto di partire per Verona, impossibilitato però a sentirla a causa della porta del vagone che si richiude tra i due – da segnalare è anche, al momento della partenza, un simpatico meta-riferimento che gioca sulle aspettative di chiunque abbia visto Scotti in È stata la mano di Dio (2021, Paolo Sorrentino), in relazione al finale di quest’ultimo, a cui Sossai contravviene con una certa ironia.

Dispiace, dunque, che a fronte di un così ricco, al contempo universale e locale impianto di azioni e riferimenti socio-narrativo, rispetto ai lavori precedenti Sossai paia farsi prendere da quelle che – o l’una o l’altra o, come spesso capita, entrambe – sembrano retoriche e sintattiche necessarie ad una maggiore vendibilità dell’opera – aldilà dell’oramai apparentemente irrinunciabile grana di pellicola, anche la “videoclippara” forte ingerenza di zoom-in e zoom-out, così come una leggibilissima ma sin troppo didascalica logica del dettaglio e del campo controcampo, a restringere l’altrimenti ampissima portata del racconto – , o a un più che comprensibile innamoramento dell’autore verso i suoi personaggi, che rischia spesso di incrinare l’eleganza antropologica di un’equilibrata osservazione partecipata sino quasi alla melassa, al patetico, seppur mai insopportabile.

Al netto di certe piaghe, tanto comuni ai tre quarti del cinema italiano (quandanche non internazionale) da non sentirci di additarle per intero al giovane autore veneto, con Le città di pianura Sossai compone un piccolo racconto che, come uno specchio sapientemente e appositamente deformato, restituisce un immenso panorama, stratificato di anni, eventi, stagioni e storie che dal passato suggeriscono l’indicibile, il dubbio oscuro o radioso del futuro di almeno due generazioni di italiani. E sembra di leggere Leopardi, con quella tanta parte dell’ultimo orizzonte che, se il guardo di esso era escluso all’occhio e all’animo del poeta, guardando dalla sua siepe, lo è ancor di più dentro e fuori dai limiti di un profilmico che l’immagine – che per definizione esclude – rende vero da dietro una camera.

Sossai lo sa e non ne fa un dramma, ma, in compenso, ne tira fuori un ottimo film, di indimenticabili interpretazioni e consapevolissimo cinema.

A quattro anni dal primo lungometraggio, che fu l’esordio fantasma col meraviglioso Altri cannibali (2021) – distribuito e pubblicizzato in Italia con la stessa abbondanza delle razioni in un piano quinquennale sovietico – , e ad appena due dalla prima comparsa sulla blasonata croisette francese col cortometraggio Il compleanno di Enrico (2023), nella sezione Quinzaine des Cinéastes; il trentaseienne feltrino Francesco Sossai torna al Festival di Cannes col lungometraggio Le città di pianura – stavolta nella sezione Un Certain Regard – , proseguendo ed espandendo coerentemente la sua riflessione sulla provincia: su tempi e luoghi mutati e resi indecidibili dallo scacco del Millennium Bug, in una riscrittura della geografia dell’infanzia che tramuta il suo Veneto in qualcosa che si intravede e si immagina, spiando tra le pieghe e le ombre ora della fantasia ora del sogno, ora nella poesia nostalgica della memoria e – anche se in minor misura rispetto alle precedenti opere – nell’orrore di un imprevedibile e sfuggente futuro.

Sappiamo tutti, e fin troppo bene, quanto l’ingresso nel giro della grande distribuzione italiana sia oramai più contingentato di quello alle poste nei tempi del Covid, tanto che, ad esempio, il vitalissimo e più che mai contemporaneo panorama della cinematografia coreana ha dovuto spettare, per farvi finalmente capolino, l’incontenibile successo internazionale – e, senza nemmeno il bisogno di dirlo, agli Academy Awards – dell’oramai cult Parasite (기생충 o Gisaengchung) di Bong Joon-ho del 2019, anno che segnò l’arrivo da noi (piattaforme incluse) di tre quarti delle produzioni di tale paese, anche quelle più o meno dimenticabili. Nel 2021, quindi, a processo già in atto, all’uscita del – ribadiamo – imperdibile Altri cannibali, il talentuoso Sossai pagò forse la colpa di non venire dal territorio degli idol, ed è proprio alla luce di questo peccato di nascita – di questa parsimonia distributiva – che ci sentiamo di rubarvi del tempo per introdurvi il film, anche in previsione di successivi raffronti con quest’ultimo e ottimo Le città di pianura.

Altri cannibali calava il mostruoso evento riportato nel titolo in un asfittico e suggestivo contesto veneto, di provincia industriale ed abbandonata, in cui il desiderio di evasione da una routine di alienazione industriale, solitudine, ammirazione e senso di distanza dalle idealmente meno depresse condizioni sociali e collettive dei grandi centri urbani, rendeva l’atto estremo simile ad un punto di svolta favorevole, certo problematizzato, eppure quasi impossibile da giudicare nel più totale e repulso diniego, dato esso quale spinta di desiderio estrema, certo inquietante, ma più o meno follemente necessaria; il tutto ora osservato e ora scandagliato da distanze e ravvicinamenti, ad alternare il documentario al thriller, all’horror e al dramma sociale, in un bianco e nero tanto suggestivo ed enfatico quanto, all’occorrenza, freddo e spietato…insomma, clamoroso!

In Il compleanno di Enrico, invece – che ugualmente vi invitiamo fortemente a tentar di recuperare – , Sossai rimaneva in Veneto approcciando più direttamente una matrice dichiaratamente autobiografica, in cui – e similmente a quanto fatto nel suo esordio, seppur più limitatamente o “in controluce” – negli occhi di un bambino l’orrore si sedimentava e pietrificava in volti vinti dal tempo, atti piccoli e invisibili di violenza mal trattenuta e promesse destinate a un  nulla di fatto, nei bei colori di interni in pellicola abitati da generazioni che in vario modo affrontavano condanne e speranze tra fine ’90 e inizio 2000.

Più meno similmente, e su brillante variazione – segno abbastanza eloquente di un’autorialità viva e confermata per la terza volta in pochi anni – , si suggerisce in Le città di pianura, storia degli amici di una vita Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (brillantemente interpretato dal cantautore e fondatore degli One Dimensional Men e de Il Teatro degli Orrori, Pierpaolo Capovilla), ubriachi e dispersi a tarda notte per la provincia veneta e in cerca di dove farsi «l’ultima» birra prima di recarsi all’aeroporto, dove alle undici della mattina successiva hanno intenzione di andare a prendere Genio (Andrea Pennacchi), storico membro della loro triade giovanile, da anni nella lontana Argentina per motivi sconosciuti, e che ora sta tornando a casa. Nella ricerca di un bar per quella che vorrebbe essere – ma che, spoiler, non sarà –  la loro ultima bevuta, incontrano Giulio (Filippo Scotti), giovane studente di architettura sapiente, ligio al dovere e innamorato di una sua bella e irriverente compagna di corso, che quella notte festeggia la laurea a Venezia. Tanto per il carattere introverso, quanto per la preparazione di una revisione da affrontare la mattina successiva, Giulio lascia prima degli altri amici i festeggiamenti della ragazza, a cui ha regalato un libro sul memoriale Brion di Carlo Scarpa –  che i due s’erano in qualche modo promessi di visitare insieme – , e col rimorso di non aver fatto nulla nell’ultima notte prima della ripartenza di lei per Verona, sua città natale. Il tutto avviene sotto gli occhi indiscreti, simpatici ed appassionati dei due ubriaconi di mezz’età, molestamente infiltratisi nei festeggiamenti e che, vista la situazione del giovane Giulio, lo inseguono per farlo ricredere, sino a trasportarselo dietro per circa ventiquattrore on-the-road, raccontandogli il loro mondo, la loro provincia, e cambiando gradualmente la visione del giovane sulla vita e sull’amore.

Seppur mai direttamente attivo nel campo del puro documentario – prassi a cui a dire il vero, e grazie al cielo, il termine “puro” si addice poco – , e anche se parliamo da un tempo che ha visto il sempre più evidente sbiadimento dei gruppi artistici, di un cinema collettivo, e di collettivi quanto dichiarati intenti; Sossai si pone nel pieno di quelli che con ardire vorremmo definire i “figli di Herzog”, ossia di colui che più di tutti dichiarò l’inscindibilità tra reale e finzionale al punto da affermare: «Fitzcarraldo è il mio migliore documentario e Little Dieter Needs to Fly il mio migliore film di fiction. Non faccio una chiara distinzione tra di essi. Sono tutti film.»

Dalla filiazione del maestro tedesco – forse ancor di più che dal realismo magico di immediata italiana radice – è individuabile un generazione di mezzo che ha visto i brillanti esempi del primo Pietro Marcello, della prima Alice Rohrwacher, sino ad una più netta esplosione e contaminazione di pratiche che ha dato il via alla carriera di ancor poco conosciuti talenti quali Alessandro Comodin, Fulvio Risuleo, Jonas Carpignano, Yuri Ancarani, Roberto Minervini, Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis e, appunto – e a nostro avviso – anche il nostro Sossai, che bazzica funzionalmente anche Wim Wenders, Carlo Mazzacurati e Dino Risi.

È quasi un cinema della resistenza, della denuncia – e non è un caso la ricorrenza di un’Italia di pianura, con le sua discrasie tra i riconosciutissimi centri urbani e gli infiniti chilometri vuoti o di frazioni distanti e dimenticate – ad un immaginario polarizzato che ricerca la conferma di realtà e di finzione laddove, in realtà, né l’una ne l’altra si danno mai come esistenti a priori, in una sovrapposizione di mondi tanto all’apparenza distanti quanto in continua comunicazione nascosta. Esattamente come i suoi colleghi, infatti, in Le città di pianura Sossai riconfigura la realtà come fosse composta di strati posti uno sull’altro, di temporalità, luoghi e vite che si intravedono e ricalcano confondendo lo sguardo, come posato controluce su di un mondo fatto e livellato su più fogli di lucido.

Il viaggio di questi tre strambi eroi si svolge infatti in un Veneto che – certo complici gli oramai immancabili 16 e i 35mm, assieme ai costumi e alle cromaticità spinte della fotografia – , seppur rappresentante quello di oggi, pare l’impronta sbiadita ma quantomai presente di certi irrisolti anni ’90, di un Millennium Bug che ha veramente “buggato” il sistema, facendo collassare il peso di grandi promesse passate sull’inattuato dell’oggi. Ecco dunque che anche la cartografia cambia, e si rimodula su punti riferimento tanto solidi nella memoria quanto oramai spariti dal tempo e dallo spazio, in un rimescolamento di reali fantasmi passati – la birreria Kilometro 19 sulla statale 51 Alemagna, il bacaro Da Lele, il bar Ai Biliardi di Venezia, la Luxottica – e luoghi fittizi – come il Comune di Cornia, di cui Carlobianchi, Doriano e Genio sono originari – , destinati a esser dimenticati con la costruzione dell’autostrada Lisbona-Budapest. L’unico luogo certo e tangibile finisce per essere il memoriale Brion, un tomba sospesa in contemplazione tra la morte e la suggestione di un punto di vista diverso, di un inedito sguardo sulle sorti di una provincia che è «terra» d’appartenenza e non «territorio» vendibile.

Le città di pianura non è che – come fosse poco – , in fondo, una picaresca metafora, un on-the-road in un paesaggio impossibile e immaginario, fatto di incontri e vicende grottescamente umane: su luoghi svenduti alla promessa di una ricchezza che sta in oggetti scintillanti, come il Rolex dorato regalato dal capitano d’industria (Roberto Citran) all’operaio Sossai per i tanti anni di onorati sacrifici, nella leggenda che i due raccontano a Giulio durante le prime battute; sul “sogno americano” trapiantato in un’Italia che di continuo lo ingurgita pur sapendo che ancora lo rigetterà – vedasi le serate a tema rodeo nel bar sulla statale, Carlobianchi chiamato anche «Charlie White», Doriano chiamato «Dory» e il ristorante da «Mery» – , ed esempio a cui Scarpa ha preferito quello giapponese per il suo memoriale, così come Genio ha scelto l’Argentina per la sua fuga; e, infine, su un mondo che è futuro, che è azione, e che assieme sono incertezza.

Carlobianchi quest’incertezza l’ha accettata, e ora vive inebriandosi e godendosi la qualsiasi che gli capiti e che lo faccia star su senza rinunciare al bello della vita; Doriano ancora la soffre, come dichiara nella magnifica scena in cui, in macchina con l’amico dopo aver seminato una volante, s’appoggia in penombra col volto ridotto ad una maschera mal indossata, sedimentata di increspate delusioni, e nei cui occhi brilla la luce della macchina da presa, che scova in lui i fantasmi di un futuro in cui sa che “non entrerà mai in quella casa luminosa”.

L’incontro col giovane Giulio è dunque per loro un compito, una missione, e anche un bisogno. Se infatti di fronte a quella nuova incertezza dei duemila Genio era fuggito, hanno ora la possibilità di trovare qualcuno al suo posto – tanto che ora l’amico di loro pare non volerne sapere, cosa che si evince dalla maestria con cui Andrea Pennacchi da forma al nulla che conserva del passato, nella breve ma struggente scena del loro fugace ritrovarsi – , di salvare Giulio dalla resa e, soprattutto, di dirgli la loro verità sulla vita…

Una delle principali chiavi di interpretazione e suggestione poetica del film, infatti – ad alimentare l’indecisione tra realtà e fantasia assieme al sonno iniziale dei due, in macchina e già ubriachi – , è proprio questa verità sulla vita, a detta di Carlobianchi e Doriano scoperta proprio la sera dell’incontro con Giulio, ma che ora nessuno dei due ricorda. A fare da eco a questa grande rivelazione ce ne sono poi altre due: una detta all’operaio Sossai dal capitano d’industria, le cui parole vengono però rese inudibili dal chiasso delle pale dell’elicottero con cui s’è recato in fabbrica per consegnargli il Rolex, nel giorno del pensionamento da lavoratore; e una sul finale, detta proprio da Carlobianchi a un Giulio sul punto di partire per Verona, impossibilitato però a sentirla a causa della porta del vagone che si richiude tra i due – da segnalare è anche, al momento della partenza, un simpatico meta-riferimento che gioca sulle aspettative di chiunque abbia visto Scotti in È stata la mano di Dio (2021, Paolo Sorrentino), in relazione al finale di quest’ultimo, a cui Sossai contravviene con una certa ironia.

Dispiace, dunque, che a fronte di un così ricco, al contempo universale e locale impianto di azioni e riferimenti socio-narrativo, rispetto ai lavori precedenti Sossai paia farsi prendere da quelle che – o l’una o l’altra o, come spesso capita, entrambe – sembrano retoriche e sintattiche necessarie ad una maggiore vendibilità dell’opera – aldilà dell’oramai apparentemente irrinunciabile grana di pellicola, anche la “videoclippara” forte ingerenza di zoom-in e zoom-out, così come una leggibilissima ma sin troppo didascalica logica del dettaglio e del campo controcampo, a restringere l’altrimenti ampissima portata del racconto – , o a un più che comprensibile innamoramento dell’autore verso i suoi personaggi, che rischia spesso di incrinare l’eleganza antropologica di un’equilibrata osservazione partecipata sino quasi alla melassa, al patetico, seppur mai insopportabile.

Al netto di certe piaghe, tanto comuni ai tre quarti del cinema italiano (quandanche non internazionale) da non sentirci di additarle per intero al giovane autore veneto, con Le città di pianura Sossai compone un piccolo racconto che, come uno specchio sapientemente e appositamente deformato, restituisce un immenso panorama, stratificato di anni, eventi, stagioni e storie che dal passato suggeriscono l’indicibile, il dubbio oscuro o radioso del futuro di almeno due generazioni di italiani. E sembra di leggere Leopardi, con quella tanta parte dell’ultimo orizzonte che, se il guardo di esso era escluso all’occhio e all’animo del poeta, guardando dalla sua siepe, lo è ancor di più dentro e fuori dai limiti di un profilmico che l’immagine – che per definizione esclude – rende vero da dietro una camera.

Sossai lo sa e non ne fa un dramma, ma, in compenso, ne tira fuori un ottimo film, di indimenticabili interpretazioni e consapevolissimo cinema.


Diplomato all’Artistico, laureato magistrale in cinema, critico e politicamente schierato in tutto…ma non sui film: se li fai bene, bene, o questi anni di studio e scrittura s’abbatteranno su di te con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno – come contasse qualcosa. Amante dell’avanguardia, dello spavento, di ciò che è lento e del B/N; prometto di scovare quel cavillo non visto – e non volevate – , quella tematica persa – “chi ve lo fa fa” – , ma strappando un sorriso o, magari, solo un colpevole ghigno.

Diplomato all’Artistico, laureato magistrale in cinema, critico e politicamente schierato in tutto…ma non sui film: se li fai bene, bene, o questi anni di studio e scrittura s’abbatteranno su di te con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno – come contasse qualcosa. Amante dell’avanguardia, dello spavento, di ciò che è lento e del B/N; prometto di scovare quel cavillo non visto – e non volevate – , quella tematica persa – “chi ve lo fa fa” – , ma strappando un sorriso o, magari, solo un colpevole ghigno.


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