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Couture – Alice Winocour

“Inutile e necessaria.” così viene descritta la moda dalla protagonista di Couture, film scritto e diretto da Alice Winocour, presentato quest’anno alla Festa del Cinema di Roma.

La pellicola rinuncia a un protagonista univoco per intrecciare la vita di tre donne nel vortice della Paris Fashion Week: la prima è Maxine, interpretata da Angelina Jolie, che si presta al ruolo di una regista in ascesa, invitata a girare un piccolo film per la sfilata; in parallelo abbiamo la storia di Ada (Anyier Anei), modella in erba del Sudan del Sud catapultata nell’alta moda; a loro si aggiunge Angèle (Ella Rumpf), truccatrice con il sogno di diventare scrittrice, che coltiva usando le sue esperienze maturate nel settore come soggetto per la sua opera. La trama si incupisce nel momento in cui Maxine viene a conoscenza da una visita medica, di avere un grave tumore al seno.

Il primo plauso va senza dubbio a un cast affiatato e ben diretto, a partire da una Jolie estremamente credibile e misurata nel ruolo di Maxine, elevata anche dalla sua sensibilità personale sul tema della malattia, per passare a ottimi comprimari, tra cui viene ritagliato anche un ruolo all’attore Louis Garrel. Un film quasi tutto al femminile, che analizza il già citato rapporto con la malattia e la sua influenza nella sfera lavorativa e affettiva, per poi focalizzarsi su Ada, raccontando la distanza da casa e dagli affetti, la fuga dalla guerra e la riluttanza del padre nell’appoggiare questo tipo di carriera per la figlia e, attraverso Angèle, puntare i riflettori anche sulla precarietà di certi lavori nel settore artistico.

Come suggerisce la frase d’apertura, questi temi sono innegabilmente “necessari”, urgenti, e meritano uno spazio cinematografico, ma il modo in cui la pellicola li mette in scena non è sufficiente a dare loro giustizia. Purtroppo il nucleo di questi argomenti viene soltanto scalfito da una narrazione che, data la mole di tematiche, è quasi costretta a restare in superficie.

La decisione di distribuire la focalizzazione su tre nuclei narrativi, fa calare la leva empatica che i singoli personaggi hanno sullo spettatore. Paradossalmente, l’ambientazione nel mondo della moda e delle sfilate resta un mero sfondo, portando in scena tra l’altro esperienze di questo ecosistema che già conosciamo bene, non riuscendo quindi ad aggiungere nulla al puzzle del tossico mondo dietro l’alta moda.

Al netto di un comparto tecnico di rilievo, purtroppo il film resta un’occasione mancata, una pellicola sulla carta non poco interessante ma, in definitiva, senza mordente, che non trova mai il coraggio di affondare il coltello critico dove è richiesto.

“Inutile e necessaria.” così viene descritta la moda dalla protagonista di Couture, film scritto e diretto da Alice Winocour, presentato quest’anno alla Festa del Cinema di Roma.

La pellicola rinuncia a un protagonista univoco per intrecciare la vita di tre donne nel vortice della Paris Fashion Week: la prima è Maxine, interpretata da Angelina Jolie, che si presta al ruolo di una regista in ascesa, invitata a girare un piccolo film per la sfilata; in parallelo abbiamo la storia di Ada (Anyier Anei), modella in erba del Sudan del Sud catapultata nell’alta moda; a loro si aggiunge Angèle (Ella Rumpf), truccatrice con il sogno di diventare scrittrice, che coltiva usando le sue esperienze maturate nel settore come soggetto per la sua opera. La trama si incupisce nel momento in cui Maxine viene a conoscenza da una visita medica, di avere un grave tumore al seno.

Il primo plauso va senza dubbio a un cast affiatato e ben diretto, a partire da una Jolie estremamente credibile e misurata nel ruolo di Maxine, elevata anche dalla sua sensibilità personale sul tema della malattia, per passare a ottimi comprimari, tra cui viene ritagliato anche un ruolo all’attore Louis Garrel. Un film quasi tutto al femminile, che analizza il già citato rapporto con la malattia e la sua influenza nella sfera lavorativa e affettiva, per poi focalizzarsi su Ada, raccontando la distanza da casa e dagli affetti, la fuga dalla guerra e la riluttanza del padre nell’appoggiare questo tipo di carriera per la figlia e, attraverso Angèle, puntare i riflettori anche sulla precarietà di certi lavori nel settore artistico.

Come suggerisce la frase d’apertura, questi temi sono innegabilmente “necessari”, urgenti, e meritano uno spazio cinematografico, ma il modo in cui la pellicola li mette in scena non è sufficiente a dare loro giustizia. Purtroppo il nucleo di questi argomenti viene soltanto scalfito da una narrazione che, data la mole di tematiche, è quasi costretta a restare in superficie.

La decisione di distribuire la focalizzazione su tre nuclei narrativi, fa calare la leva empatica che i singoli personaggi hanno sullo spettatore. Paradossalmente, l’ambientazione nel mondo della moda e delle sfilate resta un mero sfondo, portando in scena tra l’altro esperienze di questo ecosistema che già conosciamo bene, non riuscendo quindi ad aggiungere nulla al puzzle del tossico mondo dietro l’alta moda.

Al netto di un comparto tecnico di rilievo, purtroppo il film resta un’occasione mancata, una pellicola sulla carta non poco interessante ma, in definitiva, senza mordente, che non trova mai il coraggio di affondare il coltello critico dove è richiesto.


La mente che lavora dietro le quinte del progetto. Appassionato fin da piccolo di fantascienza, il cinema, per me, non ha confini: non mi pongo limiti quando si tratta di storie, generi e visioni diverse. Credo che ogni film abbia il potere di trasportarci altrove, di farci riflettere e di farci emozionare. Sempre pronto a discutere e dibattere in maniera costruttiva.

La mente che lavora dietro le quinte del progetto. Appassionato fin da piccolo di fantascienza, il cinema, per me, non ha confini: non mi pongo limiti quando si tratta di storie, generi e visioni diverse. Credo che ogni film abbia il potere di trasportarci altrove, di farci riflettere e di farci emozionare. Sempre pronto a discutere e dibattere in maniera costruttiva.


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