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Queens of the Dead – Tina Romero

Può la comunitá queer arrivare a divorare sé stessa?

Una lunga notte, un locale in rovina che tenta in ogni modo di tornare in auge, un’epidemia zombie forse scatenata da una sostanza andata a male e un gruppo queer pronto a mettere in scena lo spettacolo che potrebbe cambiare le loro vite.

Il messaggio di Tina Romero è chiaro, diretto, come un fulmine nella notte: non vuole provocare né scandalizzare, ma far riflettere. Queens of the Dead mette in scena gli stereotipi e le fragilità di una comunità ancora troppo spesso fraintesa, ridandoci anche lo sguardo di chi ne resta ai margini — come l’unico uomo bianco etero del gruppo, spaesato, come un pesce fuor d’acqua, incapace di coglierne fino in fondo i meccanismi.

Ed è proprio lì che il film colpisce più forte: nel confronto tra prospettive diverse, in quel momento in cui lo spettatore riconosce come “zombie” ciò che per i personaggi non lo è affatto. Abbiamo imparato dagli zombie movie a individuare i mostri e a capire come eliminarli. Ma se ciò che per noi è il mostro, per qualcun altro non lo fosse? Se cambiasse il punto di vista, cambierebbe anche la percezione del diverso. È da questo slittamento di sguardo che nasce la vera forza del film. Usando l’horror come linguaggio politico, Romero costruisce uno specchio della società, dei suoi timori e delle sue repressioni. Ma lo fa con un tono nuovo, che parla di una comunità che, nel desiderio di affermarsi, rischia a volte di respingersi, di divorare sé stessa.

Le drag queen sul palco incendiano la notte: sono stelle, simboli di libertà e desiderio — ma quel desiderio, portato all’estremo, divora chi ne è oggetto. Così, ciò che nasce come celebrazione si trasforma in cannibalismo emotivo e sociale.

Come La notte dei morti viventi, anche Queens of the Dead ci ricorda che il vero orrore non sono gli zombie — siamo noi.

Il film è visivamente curato, con una fotografia nitida e un’estetica perfettamente in linea con l’immaginario queer fatto di glitter, trucco e costumi esuberanti. Il ritmo è incalzante, i dialoghi vivaci, i personaggi sono scritti con attenzione e ognuno di loro porterà a termine il proprio arco narrativo. È un horror che diverte e fa pensare, capace di giocare con gli elementi classici del genere — la notte, l’assedio, le regole per sopravvivere, i personaggi archetipici — per ribaltarli con leggerezza e intelligenza, mescolando ironia e tragedia con sorprendente naturalezza. Quella che sembra una notte di terrore diventa la serata più viva, rumorosa e affollata che il locale Yum abbia mai ospitato.

Questa pellicola segna l’inizio di una nuova voce nel genere: quella di una regista capace di fondere politica, identità e spettacolo. E se questo è solo l’inizio, le aspettative per ciò che verrà dopo non possono che essere alte.

Può la comunitá queer arrivare a divorare sé stessa?

Una lunga notte, un locale in rovina che tenta in ogni modo di tornare in auge, un’epidemia zombie forse scatenata da una sostanza andata a male e un gruppo queer pronto a mettere in scena lo spettacolo che potrebbe cambiare le loro vite.

Il messaggio di Tina Romero è chiaro, diretto, come un fulmine nella notte: non vuole provocare né scandalizzare, ma far riflettere. Queens of the Dead mette in scena gli stereotipi e le fragilità di una comunità ancora troppo spesso fraintesa, ridandoci anche lo sguardo di chi ne resta ai margini — come l’unico uomo bianco etero del gruppo, spaesato, come un pesce fuor d’acqua, incapace di coglierne fino in fondo i meccanismi.

Ed è proprio lì che il film colpisce più forte: nel confronto tra prospettive diverse, in quel momento in cui lo spettatore riconosce come “zombie” ciò che per i personaggi non lo è affatto. Abbiamo imparato dagli zombie movie a individuare i mostri e a capire come eliminarli. Ma se ciò che per noi è il mostro, per qualcun altro non lo fosse? Se cambiasse il punto di vista, cambierebbe anche la percezione del diverso. È da questo slittamento di sguardo che nasce la vera forza del film. Usando l’horror come linguaggio politico, Romero costruisce uno specchio della società, dei suoi timori e delle sue repressioni. Ma lo fa con un tono nuovo, che parla di una comunità che, nel desiderio di affermarsi, rischia a volte di respingersi, di divorare sé stessa.

Le drag queen sul palco incendiano la notte: sono stelle, simboli di libertà e desiderio — ma quel desiderio, portato all’estremo, divora chi ne è oggetto. Così, ciò che nasce come celebrazione si trasforma in cannibalismo emotivo e sociale.

Come La notte dei morti viventi, anche Queens of the Dead ci ricorda che il vero orrore non sono gli zombie — siamo noi.

Il film è visivamente curato, con una fotografia nitida e un’estetica perfettamente in linea con l’immaginario queer fatto di glitter, trucco e costumi esuberanti. Il ritmo è incalzante, i dialoghi vivaci, i personaggi sono scritti con attenzione e ognuno di loro porterà a termine il proprio arco narrativo. È un horror che diverte e fa pensare, capace di giocare con gli elementi classici del genere — la notte, l’assedio, le regole per sopravvivere, i personaggi archetipici — per ribaltarli con leggerezza e intelligenza, mescolando ironia e tragedia con sorprendente naturalezza. Quella che sembra una notte di terrore diventa la serata più viva, rumorosa e affollata che il locale Yum abbia mai ospitato.

Questa pellicola segna l’inizio di una nuova voce nel genere: quella di una regista capace di fondere politica, identità e spettacolo. E se questo è solo l’inizio, le aspettative per ciò che verrà dopo non possono che essere alte.


Mi sono laureato in Cinema alla RUFA, ho proseguito con una magistrale in Filologia Moderna e un master in 3D Digital Production. Il mio percorso unisce tecnica, creatività e cultura visiva, e nasce da una passione: raccontare storie attraverso le immagini. Amo lavorare sul campo, curare l’inquadratura e dare forma a un racconto visivo preciso ed evocativo. In Ready to Rec porto questa visione, con l’obiettivo di crescere sempre e trasformare la mia passione in progetti che parlino davvero a chi guarda.

Mi sono laureato in Cinema alla RUFA, ho proseguito con una magistrale in Filologia Moderna e un master in 3D Digital Production. Il mio percorso unisce tecnica, creatività e cultura visiva, e nasce da una passione: raccontare storie attraverso le immagini. Amo lavorare sul campo, curare l’inquadratura e dare forma a un racconto visivo preciso ed evocativo. In Ready to Rec porto questa visione, con l’obiettivo di crescere sempre e trasformare la mia passione in progetti che parlino davvero a chi guarda.


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