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Rental Family – Hikari

Il bello di conoscere altre culture è scoprire che ciò che noi riteniamo “strano”, altrove può essere normale, anche “affittare” una persona per colmare un vuoto emotivo.

Ogni paese ha le sue tradizioni, le sue abitudini, i suoi modi di colmare la solitudine e così, in Giappone, esistono davvero agenzie dove puoi “affittare” una persona — un padre, una moglie, un amico — per qualche ora o qualche giorno.
Eppure, se ci pensiamo, non è poi così diverso dal bisogno universale di essere ascoltati, compresi, sostenuti da qualcuno nei momenti in cui la realtà pesa troppo.

Rental Family parte proprio da questa premessa per parlare di mancanze, incomunicabilità, di legami fittizi ma necessari, e di quanto a volte la finzione possa curare più della verità.

Brendan Fraser interpreta un attore americano in difficoltà che si trasferisce a Tokyo per cercare un nuovo inizio. Vuole rilanciare la propria carriera, ma finisce per riscoprire se stesso.
Il suo nuovo lavoro consiste nell’interpretare persone che non esistono davvero: un padre per una figlia sola, un marito per una moglie dimenticata, un amico per chi non ne ha più.
Ruoli temporanei, fragili, ma che lasciano un segno profondo. Con la sua presenza gentile e malinconica, diventa una sorta di gigante buono che attraversa vite diverse senza mai appartenere del tutto a nessuna. È un personaggio che porta addosso il peso dell’estraneità: è straniero in Giappone, ma anche nella propria vita, come se interpretare ruoli per gli altri fosse il modo più sincero che conosce per sentirsi utile.

In fondo, non è quello che fanno gli attori ogni giorno? indossano i panni di personaggi per restituirci emozioni vere che, almeno per un istante, ci fanno sentire meno soli. 

Hikari attraverso una regia semplice, senza virtuosismi o drammatizzazioni eccessive , lascia che siano i piccoli gesti a parlare, costruendo un racconto delicato, intimo, dove la finzione diventa una forma di empatia.
Tokyo è rappresentata come un luogo brulicante di vita, una città che corre veloce, dove è facile perdersi e ancora più difficile farsi vedere davvero.
La regista giudica velatamente la sua cultura, osservandola con tenerezza e malinconia.
Mostra quanto sia più semplice nascondersi dietro una menzogna piuttosto che affrontare il dolore della verità.

Un film comfort movie che ti accoglie con dolcezza e ci invita a guardare la solitudine con occhi nuovi — non come una condanna, ma come qualcosa che può essere condiviso, anche solo per un momento, anche solo attraverso una bugia gentile. Ci fa piangere, sorridere e ci ricorda che, in fondo, tutti noi — in un modo o nell’altro — abbiamo bisogno di qualcuno che resti, anche solo per un po’.

Com’è si dice? Paese che vai, usanze che trovi ma la necessità di sentirci amati… quella è universale per tutti.

Il bello di conoscere altre culture è scoprire che ciò che noi riteniamo “strano”, altrove può essere normale, anche “affittare” una persona per colmare un vuoto emotivo.

Ogni paese ha le sue tradizioni, le sue abitudini, i suoi modi di colmare la solitudine e così, in Giappone, esistono davvero agenzie dove puoi “affittare” una persona — un padre, una moglie, un amico — per qualche ora o qualche giorno.
Eppure, se ci pensiamo, non è poi così diverso dal bisogno universale di essere ascoltati, compresi, sostenuti da qualcuno nei momenti in cui la realtà pesa troppo.

Rental Family parte proprio da questa premessa per parlare di mancanze, incomunicabilità, di legami fittizi ma necessari, e di quanto a volte la finzione possa curare più della verità.

Brendan Fraser interpreta un attore americano in difficoltà che si trasferisce a Tokyo per cercare un nuovo inizio. Vuole rilanciare la propria carriera, ma finisce per riscoprire se stesso.
Il suo nuovo lavoro consiste nell’interpretare persone che non esistono davvero: un padre per una figlia sola, un marito per una moglie dimenticata, un amico per chi non ne ha più.
Ruoli temporanei, fragili, ma che lasciano un segno profondo. Con la sua presenza gentile e malinconica, diventa una sorta di gigante buono che attraversa vite diverse senza mai appartenere del tutto a nessuna. È un personaggio che porta addosso il peso dell’estraneità: è straniero in Giappone, ma anche nella propria vita, come se interpretare ruoli per gli altri fosse il modo più sincero che conosce per sentirsi utile.

In fondo, non è quello che fanno gli attori ogni giorno? indossano i panni di personaggi per restituirci emozioni vere che, almeno per un istante, ci fanno sentire meno soli. 

Hikari attraverso una regia semplice, senza virtuosismi o drammatizzazioni eccessive , lascia che siano i piccoli gesti a parlare, costruendo un racconto delicato, intimo, dove la finzione diventa una forma di empatia.
Tokyo è rappresentata come un luogo brulicante di vita, una città che corre veloce, dove è facile perdersi e ancora più difficile farsi vedere davvero.
La regista giudica velatamente la sua cultura, osservandola con tenerezza e malinconia.
Mostra quanto sia più semplice nascondersi dietro una menzogna piuttosto che affrontare il dolore della verità.

Un film comfort movie che ti accoglie con dolcezza e ci invita a guardare la solitudine con occhi nuovi — non come una condanna, ma come qualcosa che può essere condiviso, anche solo per un momento, anche solo attraverso una bugia gentile. Ci fa piangere, sorridere e ci ricorda che, in fondo, tutti noi — in un modo o nell’altro — abbiamo bisogno di qualcuno che resti, anche solo per un po’.

Com’è si dice? Paese che vai, usanze che trovi ma la necessità di sentirci amati… quella è universale per tutti.


Mi sono laureato in Cinema alla RUFA, ho proseguito con una magistrale in Filologia Moderna e un master in 3D Digital Production. Il mio percorso unisce tecnica, creatività e cultura visiva, e nasce da una passione: raccontare storie attraverso le immagini. Amo lavorare sul campo, curare l’inquadratura e dare forma a un racconto visivo preciso ed evocativo. In Ready to Rec porto questa visione, con l’obiettivo di crescere sempre e trasformare la mia passione in progetti che parlino davvero a chi guarda.

Mi sono laureato in Cinema alla RUFA, ho proseguito con una magistrale in Filologia Moderna e un master in 3D Digital Production. Il mio percorso unisce tecnica, creatività e cultura visiva, e nasce da una passione: raccontare storie attraverso le immagini. Amo lavorare sul campo, curare l’inquadratura e dare forma a un racconto visivo preciso ed evocativo. In Ready to Rec porto questa visione, con l’obiettivo di crescere sempre e trasformare la mia passione in progetti che parlino davvero a chi guarda.


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