Netflix l’ha fatto di nuovo. In un’annata cinematografica in cui si contano sulle dita di una mano le opere davvero necessarie, proprio quando ci si era abituati all’idea che la piattaforma avesse perso quel colpo di reni che in passato l’aveva portata a produrre o ospitare film come Roma (Alfonso Cuarón, 2018), la ricostruzione definitiva della lunga appendice incompiuta di The Other Side of the Wind (del defunto e arcinoto Orson Welles, uscito nel 2018), l’acclamato film indiano The Disciple (Chaitanya Tamhane, 2020, prodotto da Alfonso Cuarón) e la solida – seppur meno entusiasmante rispetto agli altri film citati – epopea rurale di Mudbound(Dee Rees, 2017), ecco che dal nulla arriva un’opera capace di ritagliarsi, nel silenzio generale, un posto che potrebbe diventare centrale negli anni a venire. Non parliamo dell’attesissimo ma altalenante Frankenstein (Guillermo del Toro, 2025), bensì di un film uscito in sordina, quasi nascosto nelle pieghe del catalogo, salvo poi emergere rapidamente online come uno dei titoli più discussi, amati e analizzati della stagione. Con l’inevitabile rammarico, per noi, di non averlo visto in sala.
A firmarlo è Clint Bentley, autore ancora giovane, cresciuto tra indie minuti, festival “laterali” e un percorso di formazione passato attraverso Jockey(2021), film che gli aveva permesso di affinare una sensibilità tutta centrata sugli spazi vuoti, sui corpi piegati dal lavoro e sulla solitudine come condizione più che come stato. Con Train Dreams, tratto dalla novella omonima di Denis Johnson, Bentley affronta la materia forse più delicata della sua carriera: il racconto della nascita del “nuovo mondo”, quello statunitense, attraverso gli occhi di chi lo ha letteralmente costruito con le mani e ne ha al tempo stesso subito gli scarti, le contraddizioni, le fratture.
Protagonista è Robert Grainier, interpretato da un Joel Edgerton che conferma, una volta per tutte, la sua statura d’attore: lo si era intuito già in Animal Kingdom (David Michôd, 2010) e poi ribadito – tra i vari – in The Stranger (Thomas M. Wright, 2022), ma qui la sua capacità di ridursi, contrarsi, chiudersi su se stesso diventa l’asse interiore del film. In Train Dreams il corpo di Edgerton non racconta solo un uomo: racconta un territorio, un’epoca, un Paese che cresce più in fretta delle persone che lo abitano. Spalle raccolte, passo incerto, sguardo che arriva un attimo dopo gli eventi, come se la vita richiedesse sempre un supplemento di interpretazione. Il suo Grainier è un uomo che attraversa il tempo senza riuscire a trattenerlo, che si sposta perché tutti si spostano, perché in quegli anni – tra ferrovie, tagli boschivi e lavori affidati a squadre miste di statunitensi e immigrati – fermarsi significava rischiare di sparire.
La metafora del tagliaboschi, qui, diventa fondamentale. I forestali d’inizio Novecento non si limitavano a tagliare alberi: ridefinivano l’architettura del territorio statunitense, aprivano corridoi di passaggio, incanalavano la natura verso forme “utili”, rendendola attraversabile, trasformandola in una geografia a misura d’uomo. Molti venivano da altrove, portavano lingue diverse, storie fragili, eppure finirono per essere parte della costruzione materiale di un Paese che non li avrebbe mai riconosciuti pienamente. In questo senso, la violenza razzista subita da un lavoratore cinese all’inizio della vita di Grainier – episodio che nel film resta come un’ombra incisa nella memoria – diventa una ferita che accompagna, forse senza essere detta, l’intera parabola del protagonista: la nascita del “nuovo mondo” ha un prezzo, e a pagarlo sono sempre i più invisibili.
Tra i compagni di lavoro di Grainier emerge, in particolare, il tagliaboschi Arn Peeples, interpretato da William H. Macy (di nuovo a confermare una bravura già legittimata, tra le altre cose, nella serie tv di culto Shameless) figura che incarna quella fraternità ruvida, fatta di poche parole, gesti ripetuti, rituali di sopravvivenza e lutto che in quelle comunità prendevano forma nell’unico modo possibile: continuando a lavorare, continuando a mangiare, continuando a dormire nelle baracche in cui il dolore veniva condiviso più con lo sguardo che con il linguaggio. È attraverso questi micro-rapporti che Train Dreams costruisce una memoria collettiva fatta di presenze che svaniscono e di assenze che pesano più dei vivi.
Incontro altrettanto decisivo, benché rapido, è quello con la guardaboschi (Kerry Condon) che Grainier scorta sulla torre di avvistamento verso la fine del film: una scena contemplativa, sospesa, in cui due solitudini imparano a riconoscersi senza la necessità di dirsi nulla. Lei è figura di osservazione, di controllo e di cura; lui, divenuto ormai un uomo che ha perso e attraversato più di quanto abbia mai scelto, trova in quell’ascesa silenziosa una specie di dialogo che non aveva mai avuto. È un momento che il film non sottolinea, ma che resta come uno dei suoi acuti emotivi più intensi.
Accanto a Edgerton, Felicity Jones offre una prova misurata, coerente con il percorso che già in The Brutalist(Brady Corbet, 2023, alla quale disillusione aggiungiamo il riferimento al cinema di Terrence Malick, come ideale chiusura di un triangolazione tra dolore ed elegia poetica degli spazi a stelle e strisce) l’aveva vista incarnare figure che vivono nei punti di frattura della storia statunitense. Anche qui è presenza che dà forma ai ricordi del protagonista, che segna lo scarto tra ciò che avrebbe potuto essere e ciò che non sarà più, e lo fa con una grazia trattenuta, evitando qualsiasi enfasi.
La trama segue Grainier dagli anni ’10 fino ai primi anni Sessanta: lavoro, matrimonio, incendio, perdita, solitudini, piccoli spostamenti. Ma ciò che conta è il modo in cui questi eventi si combinano con la struttura del film: Train Dreams è narrato da una voce off onnisciente che segue il protagonista come un archivista della sua esistenza, dando al racconto un timbro letterario che non imita la prosa di Johnson ma ne conserva la limpidezza, la malinconia, la capacità di trattare la vita come un flusso più che come una sequenza di fatti.
Il tema del “ricominciare” attraversa tutto il film. Ci si sposta per cambiare vita, per sfuggire al ricordo, per cercare un altrove che prometta una felicità diversa; ma prima o poi bisogna tornare in un luogo – un prato, una casa, una radura – e lì scoprire che ciò che si voleva lasciare non è mai davvero rimasto indietro. Grainier lo capisce tardi, in vecchiaia, quando finalmente sale su un aereo – un piccolo biplano – per vedere dall’alto i boschi che aveva sempre osservato dal basso. È un gesto semplice, quasi minimo, ma che racchiude la parabola intera: l’uomo che ha passato la vita tra alberi e rotaie guarda dall’alto il paese che ha contribuito a creare, e che non gli ha mai davvero appartenuto.
Train Dreams si chiude così, negli anni Sessanta, con Grainier che entra in un cinema e guarda filmati di cronaca, immagini del mondo che cambia troppo in fretta per essere compreso, come se la modernità stesse definitivamente superando quel mondo di boscaioli, treni e comunità disperse che lui aveva abitato. È un epilogo che non alza la voce ma che colpisce con precisione: un uomo finisce, e con lui finisce un modo di concepire la vita, il lavoro, la terra.
Netflix, questa volta, ha davvero rimesso in circolo un’idea di cinema che sembrava perduta: un’opera apparentemente piccola, che invece si apre come un atlante della nascita degli Stati Uniti moderni, raccontata attraverso la vita di un uomo che non chiede nulla se non di esistere. Edgerton offre una delle prove più intense della sua carriera, Bentley trova finalmente un respiro ampio e personale, e Train Dreams si impone come uno dei film più sorprendenti dell’anno, capace di attraversare tempo e spazio senza mai perdere la nitidezza dello sguardo.







