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Die My Love – Lynne Ramsey

Presentato in concorso alla settantottesima edizione del Festival di Cannes e dopo aver creato non poche spaccature all’interno delle ricezioni di pubblico e critica, esce finalmente in Italia “Die My Love”, il nuovo film di Lynne Ramsay, prodotto tra gli altri da Martin Scorsese, con protagonisti Jennifer Lawrence e Robert Pattinson basato sull’omonimo romanzo di Ariana Harwicz. Grace e Jackson sono una giovane coppia che decide di trasferirsi da New York in una zona rurale e isolata del Montana nella speranza di ricominciare dopo la gravidanza.
Poco dopo la nascita del bambino però, Grace comincia a comportarsi in modo bizzarro mostrando i segni di una fortissima depressione post-partum.


La regista scozzese, che nel corso della propria carriera artistica si è sempre distinta nel delineare la psicologia di personaggi oppressi e tormentati, indaga nella mente angosciata di una donna (una Jennifer Lawrence sugli scudi) che suo malgrado si ritrova intrappolata emotivamente all’interno di una gabbia metaforica alimentata proprio da quello stesso contesto di quiete e solitudine che sembravano inizialmente procurarle sollievo. La Ramsay si concentra prevalentemente sulla figura femminile – è possibile, in virtù di questo, che in quanto donna sia istintivamente più accessibile la comprensione in merito a determinate sezioni narrative – ma si dimostra estremamente efficace nel riuscire comunque a rivolgersi a tutti, indipendentemente dal sesso o dalla categoria di appartenenza.


“Die My Love” non è soltanto un analisi psicologica che scava nei meandri della mente di Grace, quanto più una rappresentazione materiale dei nostri demoni interiori sviscerata perlopiù in maniera profondamente ispirata, all’interno di un opera che, sebbene cada spesso vittima delle proprie stesse ambizioni, di dinamiche ripetitive e di una durata forse un po troppo ingente per quel che si impone di raccontare, riesce a fare breccia nello spettatore restituendo perfettamente una sensazione di perenne (e profondo) disagio interiore.
Regia, montaggio e sonoro si mescolano tra di loro in una comunione di intenti che concorre a trasmettere la giusta dose di disorientamento: rumori sovrapposti, pianti di neonato, suoni ambientali e un utilizzo frastornante della musica diegetica vengono utilizzati in maniera invasiva traghettatando l’osservatore in un turbinio simestetico senza via di fuga.


Col progredire dei minuti i confini della realtà di Grace si fanno via via sempre più vacillanti, la sua mente crolla e cede il passo al delirio più totale in una dimensione emotiva in cui la percezione si distorce e la narrazione diventa un alternarsi continuo di realtà, delirio e caos in grado di trasmettere un esperienza sensoriale che rifugge qualsiasi forma di didascalismo in favore di un registro più immersivo e concettuale. L’opera della Ramsay però non si limita soltanto ad essere una riflessione minuziosa sulla psiche di una donna frammentata, ma prende spunto da quello stesso innesto per indagare altresi sulle dinamiche di coppia.


Grace e Jackson infatti, a fronte di un entusiasmo iniziale che ce li mostra fin da subito affiatati, tanto nelle iterazioni dialettiche quanto nell’intimità, iniziamo man mano ad allontanarsi aplificando ulteriormente la portata negativa della condizione mentale di lei e che – paradossalmente – permette al coniuge interpretato da Pattinson, messo molto più ai margini della storia e caratterizzato in maniera ben più riposta e misurata, di esprimersi con maggior vigore riflettendo i tratti comportamentali di un uomo si spigoloso ma che nonostante le difficoltà continua a combattere, rimanendo affianco della propria partner laddove per chiunque sarebbe stato piu facile fuggire.


In definitiva “Die My Love” segna, all’interno della programmazione cinematografica corrente, uno degli esempi più riusciti in cui è stato possibile trattare una materia sociale delicata coadiuvata ad un linguaggio estetico e narrativo in grado di esaltarne il potenziale in essere senza mai scadere nella ramanzina scolastica che purtroppo, ormai, sembra affliggere sempre più di frequente operazioni di questo tipo.

Presentato in concorso alla settantottesima edizione del Festival di Cannes e dopo aver creato non poche spaccature all’interno delle ricezioni di pubblico e critica, esce finalmente in Italia “Die My Love”, il nuovo film di Lynne Ramsay, prodotto tra gli altri da Martin Scorsese, con protagonisti Jennifer Lawrence e Robert Pattinson basato sull’omonimo romanzo di Ariana Harwicz. Grace e Jackson sono una giovane coppia che decide di trasferirsi da New York in una zona rurale e isolata del Montana nella speranza di ricominciare dopo la gravidanza.
Poco dopo la nascita del bambino però, Grace comincia a comportarsi in modo bizzarro mostrando i segni di una fortissima depressione post-partum.


La regista scozzese, che nel corso della propria carriera artistica si è sempre distinta nel delineare la psicologia di personaggi oppressi e tormentati, indaga nella mente angosciata di una donna (una Jennifer Lawrence sugli scudi) che suo malgrado si ritrova intrappolata emotivamente all’interno di una gabbia metaforica alimentata proprio da quello stesso contesto di quiete e solitudine che sembravano inizialmente procurarle sollievo. La Ramsay si concentra prevalentemente sulla figura femminile – è possibile, in virtù di questo, che in quanto donna sia istintivamente più accessibile la comprensione in merito a determinate sezioni narrative – ma si dimostra estremamente efficace nel riuscire comunque a rivolgersi a tutti, indipendentemente dal sesso o dalla categoria di appartenenza.


“Die My Love” non è soltanto un analisi psicologica che scava nei meandri della mente di Grace, quanto più una rappresentazione materiale dei nostri demoni interiori sviscerata perlopiù in maniera profondamente ispirata, all’interno di un opera che, sebbene cada spesso vittima delle proprie stesse ambizioni, di dinamiche ripetitive e di una durata forse un po troppo ingente per quel che si impone di raccontare, riesce a fare breccia nello spettatore restituendo perfettamente una sensazione di perenne (e profondo) disagio interiore.
Regia, montaggio e sonoro si mescolano tra di loro in una comunione di intenti che concorre a trasmettere la giusta dose di disorientamento: rumori sovrapposti, pianti di neonato, suoni ambientali e un utilizzo frastornante della musica diegetica vengono utilizzati in maniera invasiva traghettatando l’osservatore in un turbinio simestetico senza via di fuga.


Col progredire dei minuti i confini della realtà di Grace si fanno via via sempre più vacillanti, la sua mente crolla e cede il passo al delirio più totale in una dimensione emotiva in cui la percezione si distorce e la narrazione diventa un alternarsi continuo di realtà, delirio e caos in grado di trasmettere un esperienza sensoriale che rifugge qualsiasi forma di didascalismo in favore di un registro più immersivo e concettuale. L’opera della Ramsay però non si limita soltanto ad essere una riflessione minuziosa sulla psiche di una donna frammentata, ma prende spunto da quello stesso innesto per indagare altresi sulle dinamiche di coppia.


Grace e Jackson infatti, a fronte di un entusiasmo iniziale che ce li mostra fin da subito affiatati, tanto nelle iterazioni dialettiche quanto nell’intimità, iniziamo man mano ad allontanarsi aplificando ulteriormente la portata negativa della condizione mentale di lei e che – paradossalmente – permette al coniuge interpretato da Pattinson, messo molto più ai margini della storia e caratterizzato in maniera ben più riposta e misurata, di esprimersi con maggior vigore riflettendo i tratti comportamentali di un uomo si spigoloso ma che nonostante le difficoltà continua a combattere, rimanendo affianco della propria partner laddove per chiunque sarebbe stato piu facile fuggire.


In definitiva “Die My Love” segna, all’interno della programmazione cinematografica corrente, uno degli esempi più riusciti in cui è stato possibile trattare una materia sociale delicata coadiuvata ad un linguaggio estetico e narrativo in grado di esaltarne il potenziale in essere senza mai scadere nella ramanzina scolastica che purtroppo, ormai, sembra affliggere sempre più di frequente operazioni di questo tipo.


Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?

Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?


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