Tra le varie cose che si possono dire dell’arte e, nel nostro caso, di questa che è la settima, di certo non la si può additare dell’incapacità di fiutare gli elementi del disastro, i pulviscoli che circolano e che rischiano ciclicamente di riaddensarsi nella massa informe e tragica che, oggi come ieri, minaccia di abbattersi al suolo mettendo a rischio il relativo status quo di una tanto rivendicata ma mai davvero raggiunta pace e autodeterminazione dei popoli. Ed è così che gli ultimi anni hanno visto un riaccendersi dell’attenzione internazionale nei confronti della storiografia cinematografata attorno al succedersi dei golpe che hanno sconvolto i vari stati del Sud America nei decenni post Seconda Guerra Mondiale, e la cui rappresentazione, ad oggi, s’aggiunge dell’impossibilità di non ricordare al pubblico le ingerenze statunitensi in difesa ora della democrazia, ora del blocco ai rossi, ora di questo e ora di quel principio, col plus di risonare più che mai nello spettatore informato rispetto ai recenti controversi avvenimenti venezuelani.
Io sono ancora qui (Ainda estou aqui, 2024, Walter Selles) ha gareggiato agli scorsi Oscar per il Brasile e vede ora L’agente segreto (O agente secreto, 2025, Kleber Mendoça Filho) raccogliere l’eredità del discorso sulla dittatura militare, anti-comunista, nazionalista e conservatrice che tra il 1964 e il 1985 macchiò la bandiera blu, verde e gialla; e, seppur con più evidentemente scarsi risultati – tanto artistici quanto in termini di discorso storico-politico – , Il professore e il pinguino (The Penguin Lessons, 2024, Peter Cattaneo) ha calato un’edificante storia di resistenza umana nell’Argentina del golpe a Isabel Perón, ad opera della stessa matrice ideologica del movimento che aveva rovesciato João Goulart poco più di dieci anni prima in Brasile, e con gli stessi esiti.
Nondimeno, un plus di aggravanti nei confronti del mai apprezzato e disinteressato altruismo statunitense è stato messo in luce da un altro film recentemente apparso in sala: Norimberga (Nuremberg, 2025, James Vanderbuilt), anch’esso non di certo eccellente in alcun modo, se non nel sorprendente tentativo di uno statunitense di mettere – neanche a farlo apposta… o forse si – sotto processo la “giustizia” a stelle e strisce, la voglia di quella fetta di torta che pare spettargli sempre, e oltretutto umanizzando i singoli gerarchi nazisti pur senza giustificarli, in un efficace rispecchiamento sull’inquietante parallelismo di leggi razziali, vicendevole brama d’invasione e di “rendere un certo paese grande di nuovo”, e la creazione di quello che in pochi – tra i comuni mortali del popolo dell’epoca – avrebbero immaginato di veder diventare un mostro: lo stato d’Israele – E NON GLI ISRAELIANI, E NEMMENO IL POPOLO EBRAICO TUTTO, CHIARIAMOCI SUBITO! – con la forza e penetrazioni innegabili del Mossad.
In questo più che mai ricco contesto di trasposizioni da ieri all’oggi si pone il regista Russo Kirill Serebrennikov, uno che per nazionalità di ambiguità storiche se ne intende e che, reduce dall’interessante ma altalenante Limonov (2024) – tratto dalla romanzatissima biografia del poeta e attivista sovietico Ėduard Limonov, dello stesso Emmenuel Carrère, forte sostenitore del lavoro di Giuliano Da Empoli, da cui sarà adattato il venturo Il mago del Cremlino – Le origini di Putin (Le Mage du Kremlin, 2025, Olivier Assayas), già problematicamente polarizzato alla luce del solo trailer – , torna a romanzare a immaginare un’altra biografia, decisamente più controversa e “difficile”, inserendo tutto ciò che v’abbiamo finora riassunto sino all’osso nel suo La scomparsa di Josef Mengele (Das Verschwinden des Josef Mengele), tratto dall’omonimo romanzo di Olivier Guez e presentato all’ultimo Cannes nella Selezione Ufficiale di Cannes Premiere.
Per quelli che – esattamente come gli stralunati e chiacchieroni alunni della scena d’apertura del film, ambientata in un 2023 brasiliano in cui un’intera classe di studenti universitari di anatomia si schifa alla vista di uno scheletro, blatera solo per riempire il silenzio e non conosce uno dei più grandi soggetti scandalistici della loro storia nazionale – non dovessero sapere chi sia tale Josef Mengele, non c’è da temere… Ci pensiamo noi.
Mengele non fu “altro” – come se da lui si volesse pretendere dell’altro – che uno dei maggiori responsabili del settore medico del campo di concentramento di Auschwitz Birkenau, antropologo e brillante eugenetico, fatalmente attratto dal mistero del parto gemellare uniovulare e dagli esponenti dei popoli romaní, etnia fuoricasta dell’India meridionale poi stabilitasi in Europa, poi in tutte Le Americhe. Divenne famoso per gli atroci esperimenti e per le sevizie a cui sottopose i suoi “pazienti” ebrei e, più tardi, per una latitanza che lo vide in fuga tra Argentina e Brasile, dove morì annegato nel 1979 a seguito della recidiva di un ictus che già l’aveva colpito qualche anno prima.
Il materiale di partenza è senza dubbio valido, forte delle vicende di un sanguinario reduce da sanguinarie gesta in una sanguinaria guerra, a zonzo per paesi che parzialmente ne favorivano la permanenza per annettibili ideologie o accordi con terzi in periodi di altrettanto sanguinarie repressioni politiche, e sullo sfondo del grande tribunale Israeliano che si accingeva a giudicare l’altro alto gerarca Adolf Eichmann, sancendo la nascita della potenza simbolica e di rivendicazioni che oggi sappiamo sino a che punto sono arrivate… Ma non solo.
Il tutto può permettersi di appoggiare la sua riuscita anche sulla grande interpretazione di un intensissimo August Diehl nei panni dell’angelo della morte Mengele, sui meravigliosi, ossessivi, allucinati e poetici bianchi e neri dell’eccellente fotografia di Vladislav Opelyants e, non in ultimo, sulle prodezze registiche di un Serebrennikov che – per quanto non vi sia nuovo – qui da sfoggio di ispiratissimi movimenti di macchina, giochi di riflessioni ad ampliare il campo ed estendere l’azione, sa quando distanziarsi e quando avvicinarsi sino al dettaglio, quando darsi all’onirico, al poetico e quando al terreno, in un gioco di registri che dal noir passa allo spy movie o all’intimismo, per un’escalation nella paranoia persecutoria di Mengele che al contempo restituisce l’orrore nel rendersi conto del gradi di penetrazione post-nazi nel mondo, tracciando una linea di sangue che concettualmente porta con linearità ineccepibile sino all’oggi.
Eppure, a discapito di ciò che s’è detto finora, quest’ultimo lavoro del regista russo è quasi la diretta prosecuzione del suo Limonov, tanto nella brillantezza visiva e tematico-concettuale quanto, e purtroppo nella poca efficacia del tutto che lo compone: bellissimo in ciò che abbiamo detto sino quasi a giustificate derive felliniane alla 8½ (1963), eppure incapace di capitalizzare a fondo una serie di scelte che, se potentissime e ispiranti prendendole singolarmente, rischiano – e riescono – nel tentativo di far peccare il risultato finale di un’eccessiva ridondanza scenica e, cascata, anche concettuale.
La succitata – in inciso – chiacchiera riempitiva dei silenzi è una caratteristica che si dipana per tutto il film, che attanaglia tanto i protagonisti quanto gli interpreti in secondo piano o fuori campo, aumentando a dismisura l’eccesso delle musiche di Ilya Demutsky che, per quanto meritevoli di essere ascoltate e riascoltate ad occhi chiusi, fanno da tappeto o apice per quasi ogni singola sequenza, lasciando senza scampo né pausa come l’andirivieni del montaggio, attento ma ricamante all’infinito su una struttura di andirivieni temporali tra le varie tappe biografiche dell’esilio di Mengele.
A punteggiare la narrazione c’è anche il ricorso all’oramai sdoganato referente simbolico della pellicola a x millimetri a mostrare la memoria, che se alterna con successo gli idilli d’amore giovanile del Mengele innamorato alle mostruosità viscerali e grafiche degli esperimenti sui corpi dei poveri deportati, non può comunque evitare di aggiungersi come un ulteriore plus esplicativo e di senso, ulteriore trovata scenica che si somma a tutti gli eccessi sinora elencati, ivi compresa una reiterazione dei principi mai domi del nazionalsocialismo tedesco a sormontare i rapporti umani, a un’evoluzione situazionale che mai si dipana rimanendo inevitabilmente tronca di esiti.
E allo stesso modo rimane tronco il film, seppur di certo capace di suggestionare circa la strenua resistenza di un’idea all’evidenza della condanna storica e della solitudine che ne deriva, come pure scandisce fin troppo bene la già citata linea di sangue che ha intercorso tra i paesi ed ii popoli che si sono avvicendati dopo il ’45 sotto l’ombra di interessi internazionali divisi tra i due blocchi più forti, ma senza la continuità narrativa che avrebbe reso il tutto ben più incisivo di una lezione universitaria comparativa tra geopolitica e filosofia delle masse… tra ieri ed oggi.
La scomparsa di Josef Mengele è un film che ci sentiamo di definire come oggetto culturale capace di cambiare il suo valore in relazione a due pubblici ben differenziati: chi già conosce il personaggio, la sua storia e le storie politiche intrecciate tra Germania, Sud America, Stati Uniti, Russia e Israele, avrà dall’ultimo lavoro di Serebrennikov poco più che un – a tratti entusiasmante – commento visivo a fatti già ben noti, dovendo accettare un protagonista standardizzato nelle passionalità per la paura di finire sin troppo compatito in quanto umano; per chi è all’oscuro di tutto, la visione sarà di certo più ricca e stimolante, ardua nel dover venire a sapere degli effettivi benefici attuali delle conquiste della tremenda medicina nazista, e quindi più libera di godere della quasi sempre elevata perizia tecnica ed estetica del film.
In generale, la cosa più sconvolgente e attuale, nonché la più inserita nel flusso dialogico del film, è sentire Mengele descrivere lo stato Israeliano come composto di assassini che stanno per mettere a repentaglio la pace del mondo intero, oltreché, e visto il contesto accennato il cui il film si pone, la riattualizzazione di una celebre perla di Massimo Troisi, secondo cui effettivamente non bisognerebbe additare gli Stati Uniti di arrivismo militarista, dato che, se non avessero ingerenza in tante guerre, noi ci perderemmo l’opportunità di vedere altrettanti film… belli e brutti.
Tra questi due poli, La scomparsa di Mengele si pone quasi esattamente nel mezzo.







