Blog


A cura di

Look Back – Hirokazu Kore’eda

Se una storia come Look Back è riuscita ad attraversare tre media diversi come manga, anime e infine live action un motivo deve esserci. Ed è interessante osservare come passando da un linguaggio all’altro, Look Back riesca non solo ad adattarsi ma addirittura ad intensificare il proprio messaggio.
Quella del maestro Fujimoto è una storia di amicizia, passione, dipendenza affettiva, sogni, speranze e paure. Al centro ci sono Fujino e Kyomoto, due ragazze apparentemente agli antipodi, ma unite da un bisogno reciproco che le porterà a cambiare per sempre le loro vite.


Fujino è una giovane aspirante mangaka convinta di avere talento ma quando scopre che nella sua stessa scuola esiste una ragazza, Kyomoto, capace di disegnare meglio di lei, nasce una rivalità che la spinge a migliorarsi fino a trasformarsi progressivamente in una vera e propria ossessione artistica: libri di anatomia, quaderni pieni di schizzi, ore e ore passate a disegnare. Fujino si immerge completamente nel proprio sogno, arrivando persino a isolarsi dalla famiglia e dagli amici, incarnando la vera e propria immagine dell’artista che er inseguire ciò che desidera, capisce di dover sacrificare qualcosa.


Kyomoto, invece, è una hikikomori, una ragazza che vive rinchiusa nella propria casa e che trova nel disegno l’unica forma di libertà. Se il mondo esterno le appare irraggiungibile, la matita rappresenta l’unico strumento che le permette di esplorarlo per scoprire luoghi che altrimenti non potrebbe vedere. Non è un caso che la sua passione siano soprattutto gli sfondi e i paesaggi poiché attraverso l’arte riesce a costruire una finestra verso il mondo. Sono due facce della stessa medaglia, due modi opposti di vivere la stessa passione. Fujino cerca di conquistare il mondo attraverso il disegno; Kyomoto lo esplora senza nemmeno dover uscire dalla propria stanza. E proprio per questo rappresentano appieno il concetto di yin e yang e hanno bisogno l’una dell’altra.
Sarà proprio la porta ad assumere un significato fondamentale. All’inizio è la barriera fisica che separa Kyomoto dal mondo, la rappresentazione concreta della sua ansia sociale, della sua solitudine e della sua paura. Ma quella stessa porta diventa anche il punto di contatto tra le due ragazze: Kyomoto trova la forza di attraversarla ed esporsi al mondo grazie a Fujino.
Da quel momento, però, la porta diventa anche il confine tra il presente e il passato, tra ciò che è accaduto e ciò che avrebbe potuto essere. Fujino rimane intrappolata nel senso di colpa e nel pensiero che, se Kyomoto non fosse mai uscita da quella porta, forse le cose sarebbero andate diversamente.
Ed è proprio qui che il titolo acquista il suo significato più profondo.


Look Back significa letteralmente voltarsi, guardarsi indietro. Guardare alle persone incontrate, alle scelte compiute, alle strade che abbiamo percorso e, inevitabilmente, anche a quelle che non abbiamo preso. Per questo viene spontaneo pensare, forse grazie ad una scelta mirata del direttore del festival, a Don’t Look Back in Anger degli Oasis, un invito a non guardare al passato con rabbia, a non lasciare che il rimpianto per ciò che è stato o per ciò che avrebbe potuto essere ci impedisca di andare avanti. Ma Look Back non ci dice semplicemente di smettere di guardare indietro. Al contrario, ci insegna che dobbiamo farlo perché solo attraverso il passato possiamo comprendere chi siamo e trovare la forza di continuare a camminare verso il futuro.


E in questa elaborazione del lutto e del rimpianto, la regia di Kore-eda trova un terreno particolarmente fertile. I legami familiari e affettivi, la perdita, il lutto e l’incomunicabilità sono temi che attraversano gran parte della sua filmografia e che e che trovano terreno fertile nell’opera di Tatsuki Fujimoto, in quando fanno parte della sua poetica.


I sentimenti delle due ragazze, infatti, raramente vengono espressi direttamente. Sono nei gesti, negli sguardi, nei silenzi e soprattutto nel disegno. Kore-eda racconta questa amicizia con estrema delicatezza, indugiando sui volti, sui piccoli gesti e sulle interminabili sessioni di disegno. La macchina da presa osserva due ragazze mentre lavorano per raggiungere un sogno che sembra sempre lontanissimo e, inevitabilmente, ci porta a una domanda tanto semplice quanto dolorosa: Perché lo fai? Perché continui a disegnare? Perché continui a inseguire qualcosa che richiede così tanto sacrificio?


La risposta sta forse nel bisogno quasi fisico di creare, di raccontare, di lasciare qualcosa di sé su un foglio e alla fine Look Back, attraverso il manga, l’anime e infine la pellicola di Kore-eda, sembra sintetizzarsi completamente in un’unica immagine: Fujino di spalle, con la testa china sulla scrivania, intenta a disegnare.
È un’immagine semplice, ma dentro quella schiena curva c’è tutto ed è forse per questo che quella figura non rappresenta soltanto Fujino, ma ogni persona che ha scelto di fare dell’arte la propria vita: qualcuno che, nonostante tutto, continua a sedersi davanti a un foglio per disegnar e portare avanti la sua vita.

Se una storia come Look Back è riuscita ad attraversare tre media diversi come manga, anime e infine live action un motivo deve esserci. Ed è interessante osservare come passando da un linguaggio all’altro, Look Back riesca non solo ad adattarsi ma addirittura ad intensificare il proprio messaggio.
Quella del maestro Fujimoto è una storia di amicizia, passione, dipendenza affettiva, sogni, speranze e paure. Al centro ci sono Fujino e Kyomoto, due ragazze apparentemente agli antipodi, ma unite da un bisogno reciproco che le porterà a cambiare per sempre le loro vite.


Fujino è una giovane aspirante mangaka convinta di avere talento ma quando scopre che nella sua stessa scuola esiste una ragazza, Kyomoto, capace di disegnare meglio di lei, nasce una rivalità che la spinge a migliorarsi fino a trasformarsi progressivamente in una vera e propria ossessione artistica: libri di anatomia, quaderni pieni di schizzi, ore e ore passate a disegnare. Fujino si immerge completamente nel proprio sogno, arrivando persino a isolarsi dalla famiglia e dagli amici, incarnando la vera e propria immagine dell’artista che er inseguire ciò che desidera, capisce di dover sacrificare qualcosa.


Kyomoto, invece, è una hikikomori, una ragazza che vive rinchiusa nella propria casa e che trova nel disegno l’unica forma di libertà. Se il mondo esterno le appare irraggiungibile, la matita rappresenta l’unico strumento che le permette di esplorarlo per scoprire luoghi che altrimenti non potrebbe vedere. Non è un caso che la sua passione siano soprattutto gli sfondi e i paesaggi poiché attraverso l’arte riesce a costruire una finestra verso il mondo. Sono due facce della stessa medaglia, due modi opposti di vivere la stessa passione. Fujino cerca di conquistare il mondo attraverso il disegno; Kyomoto lo esplora senza nemmeno dover uscire dalla propria stanza. E proprio per questo rappresentano appieno il concetto di yin e yang e hanno bisogno l’una dell’altra.
Sarà proprio la porta ad assumere un significato fondamentale. All’inizio è la barriera fisica che separa Kyomoto dal mondo, la rappresentazione concreta della sua ansia sociale, della sua solitudine e della sua paura. Ma quella stessa porta diventa anche il punto di contatto tra le due ragazze: Kyomoto trova la forza di attraversarla ed esporsi al mondo grazie a Fujino.
Da quel momento, però, la porta diventa anche il confine tra il presente e il passato, tra ciò che è accaduto e ciò che avrebbe potuto essere. Fujino rimane intrappolata nel senso di colpa e nel pensiero che, se Kyomoto non fosse mai uscita da quella porta, forse le cose sarebbero andate diversamente.
Ed è proprio qui che il titolo acquista il suo significato più profondo.


Look Back significa letteralmente voltarsi, guardarsi indietro. Guardare alle persone incontrate, alle scelte compiute, alle strade che abbiamo percorso e, inevitabilmente, anche a quelle che non abbiamo preso. Per questo viene spontaneo pensare, forse grazie ad una scelta mirata del direttore del festival, a Don’t Look Back in Anger degli Oasis, un invito a non guardare al passato con rabbia, a non lasciare che il rimpianto per ciò che è stato o per ciò che avrebbe potuto essere ci impedisca di andare avanti. Ma Look Back non ci dice semplicemente di smettere di guardare indietro. Al contrario, ci insegna che dobbiamo farlo perché solo attraverso il passato possiamo comprendere chi siamo e trovare la forza di continuare a camminare verso il futuro.


E in questa elaborazione del lutto e del rimpianto, la regia di Kore-eda trova un terreno particolarmente fertile. I legami familiari e affettivi, la perdita, il lutto e l’incomunicabilità sono temi che attraversano gran parte della sua filmografia e che e che trovano terreno fertile nell’opera di Tatsuki Fujimoto, in quando fanno parte della sua poetica.


I sentimenti delle due ragazze, infatti, raramente vengono espressi direttamente. Sono nei gesti, negli sguardi, nei silenzi e soprattutto nel disegno. Kore-eda racconta questa amicizia con estrema delicatezza, indugiando sui volti, sui piccoli gesti e sulle interminabili sessioni di disegno. La macchina da presa osserva due ragazze mentre lavorano per raggiungere un sogno che sembra sempre lontanissimo e, inevitabilmente, ci porta a una domanda tanto semplice quanto dolorosa: Perché lo fai? Perché continui a disegnare? Perché continui a inseguire qualcosa che richiede così tanto sacrificio?


La risposta sta forse nel bisogno quasi fisico di creare, di raccontare, di lasciare qualcosa di sé su un foglio e alla fine Look Back, attraverso il manga, l’anime e infine la pellicola di Kore-eda, sembra sintetizzarsi completamente in un’unica immagine: Fujino di spalle, con la testa china sulla scrivania, intenta a disegnare.
È un’immagine semplice, ma dentro quella schiena curva c’è tutto ed è forse per questo che quella figura non rappresenta soltanto Fujino, ma ogni persona che ha scelto di fare dell’arte la propria vita: qualcuno che, nonostante tutto, continua a sedersi davanti a un foglio per disegnar e portare avanti la sua vita.


Mi sono laureato in Cinema alla RUFA, ho proseguito con una magistrale in Filologia Moderna e un master in 3D Digital Production. Il mio percorso unisce tecnica, creatività e cultura visiva, e nasce da una passione: raccontare storie attraverso le immagini. Amo lavorare sul campo, curare l’inquadratura e dare forma a un racconto visivo preciso ed evocativo. In Ready to Rec porto questa visione, con l’obiettivo di crescere sempre e trasformare la mia passione in progetti che parlino davvero a chi guarda.

Mi sono laureato in Cinema alla RUFA, ho proseguito con una magistrale in Filologia Moderna e un master in 3D Digital Production. Il mio percorso unisce tecnica, creatività e cultura visiva, e nasce da una passione: raccontare storie attraverso le immagini. Amo lavorare sul campo, curare l’inquadratura e dare forma a un racconto visivo preciso ed evocativo. In Ready to Rec porto questa visione, con l’obiettivo di crescere sempre e trasformare la mia passione in progetti che parlino davvero a chi guarda.


Post suggeriti