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The Holdovers – Lezioni di vita – Alexander Payne

Che Alexander Payne fosse un autore coi controfiocchi era un pensiero già solidamente radicato nell’immaginario di chi ne ha seguito l’evoluzione nel corso degli anni (titoli come “Sideways” e “Nebraska” stanno lì a dimostrarlo) ma con “The Holdovers” Payne firma probabilmente la sua opera più matura, correggendo il tiro dopo il deludente “Downsizing” del 2017.

Payne confeziona un prodotto intimo e sentito e lo fa raccontando una storia di convivenza forzata tra le mura di un università: durante le vacanze di Natale uno studente ribelle, un arcigno professore di storia antica (un Paul Giamatti gigantesco) e una cuoca in lutto per la perdita del figlio, sono costretti a convivere, loro malgrado, per due intere settimane, isolati da tutto e da tutti.

Ed è proprio sullo sfondo di questo quadro, ben delineato attraverso una ricostruzione d’epoca minuziosa, una regia aderente allo spirito del racconto e una fotografia desaturata, in grado però di restituire una sensazione accogliente, che i tre protagonisti avranno modo di conoscersi l’un l’altro stipulando un tacito accordo sociale che permetterà loro di portare alla luce tutti quei sentimenti e quelle emozioni represse che dovevano soltanto venire alla luce, stabilendo tra di loro una sorta di connessione empatica, utile a sradicare in maniera prorompente il muro dell’ostruzionismo costruito implicitamente attorno ad essi sin dalle prime battute.

Un film di formazione che descrive un contesto specifico, all’interno del quale buoni sentimenti e rivalsa prendono il sopravvento sui caratteri, senza però cadere mai nel retorico o nel melassoso, ma anzi, contrapponendosi ad un modo di narrare completamente scorretto, schietto, a tratti persino volgare, ma dannatamente propedeutico al raggiungimento di un fine ultimo sempre ben chiaro e consapevole.

Un instant cult, destinato col passare degli anni a diventare un vero e proprio punto di riferimento per nuove e vecchie generazioni; un prodotto delizioso che scalda il cuore a più riprese e che difficilmente abbandonerà la memoria di chi, come me, lo ha amato dal primo all’ultimo minuto, all’interno di quelle che sono state le 2 ore e 13 più rapide, trasportanti e terapeutiche che il cinema mi abbia regalato negli ultimi tempi.

Un gioiello imprescindibile.

Stefano Berta

Che Alexander Payne fosse un autore coi controfiocchi era un pensiero già solidamente radicato nell’immaginario di chi ne ha seguito l’evoluzione nel corso degli anni (titoli come “Sideways” e “Nebraska” stanno lì a dimostrarlo) ma con “The Holdovers” Payne firma probabilmente la sua opera più matura, correggendo il tiro dopo il deludente “Downsizing” del 2017.

Payne confeziona un prodotto intimo e sentito e lo fa raccontando una storia di convivenza forzata tra le mura di un università: durante le vacanze di Natale uno studente ribelle, un arcigno professore di storia antica (un Paul Giamatti gigantesco) e una cuoca in lutto per la perdita del figlio, sono costretti a convivere, loro malgrado, per due intere settimane, isolati da tutto e da tutti.

Ed è proprio sullo sfondo di questo quadro, ben delineato attraverso una ricostruzione d’epoca minuziosa, una regia aderente allo spirito del racconto e una fotografia desaturata, in grado però di restituire una sensazione accogliente, che i tre protagonisti avranno modo di conoscersi l’un l’altro stipulando un tacito accordo sociale che permetterà loro di portare alla luce tutti quei sentimenti e quelle emozioni represse che dovevano soltanto venire alla luce, stabilendo tra di loro una sorta di connessione empatica, utile a sradicare in maniera prorompente il muro dell’ostruzionismo costruito implicitamente attorno ad essi sin dalle prime battute.

Un film di formazione che descrive un contesto specifico, all’interno del quale buoni sentimenti e rivalsa prendono il sopravvento sui caratteri, senza però cadere mai nel retorico o nel melassoso, ma anzi, contrapponendosi ad un modo di narrare completamente scorretto, schietto, a tratti persino volgare, ma dannatamente propedeutico al raggiungimento di un fine ultimo sempre ben chiaro e consapevole.

Un instant cult, destinato col passare degli anni a diventare un vero e proprio punto di riferimento per nuove e vecchie generazioni; un prodotto delizioso che scalda il cuore a più riprese e che difficilmente abbandonerà la memoria di chi, come me, lo ha amato dal primo all’ultimo minuto, all’interno di quelle che sono state le 2 ore e 13 più rapide, trasportanti e terapeutiche che il cinema mi abbia regalato negli ultimi tempi.

Un gioiello imprescindibile.

Stefano Berta


Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?

Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?


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