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The Bikeriders – Jeff Nichols

Tratto dal fotolibro di Danny Lyon, “The Bikeriders” è il titolo dell’ultima fatica firmata Jeff Nichols, regista che con “Take Shelter” aveva già dimostrato un notevole talento, salvo poi perdersi per strada con lavori quantomeno discutibili quali “Mud” e “Midnight Special”

La pellicola segue la vita tumultuosa di una banda di motociclisti di fine anni ’60 nel Midwest degli Stati Uniti. Narrato dalla protagonista Kathy, il film intreccia flashback e presente offrendo un drammatico (e in buona parte noioso) ritratto del mondo dei biker.

Specialmente nel primo atto in forte debito con il cinema di Scorsese, nella fattispecie con Quei bravi ragazzi per la gestione della messa in scena, la direzione degli attori e soprattutto per un montaggio sostanzialmente identico, “The Bikeriders” è un film gravido di problemi nascosti sotto un velo tecnico obiettivamente inattaccabile.

La prima parte della pellicola sembra girovagare incessantemente senza sapere dove andare a parare, e sembra volerlo fare con l’unico e ingiustificato obiettivo di ribadire ancora e ancora gli stessi concetti e le stesse identiche dinamiche, che finiscono inevitabilmente per appiattire il tono del lungometraggio fino a spegnerlo quasi completamente a cinquanta minuti dai titoli di testa. È solo all’inizio del secondo atto, segnato dalla classica dipartita di uno dei membri della banda, che il film comincia ad accendere i motori e a trovare la strada da percorrere, seppur la stessa fosse ben visibile fin dalla prima inquadratura.

Interessante, per quanto derivativa, la scelta di immergere la narrazione in un’atmosfera sempre impregnata di alcool e sigarette, con l’assenza pressoché totale del cibo (Peaky Blinders); utile a dipingere una vita di eccessi e autodistruzione dalla quale sembra non esserci scampo. Perché come in tutte le storie che esplorano temi come il fanatismo — che ben presto dilaga nei principi d’onore tossici, nel senso d’appartenenza corrosivo o nella devozione sconsiderata — anche all’interno della banda la lealtà assume ben presto contorni funerei, diffondendosi a macchia d’olio fino a condurre all’inevitabile punto di rottura. Il difetto principale del film risiede, però, nella sua fastidiosissima, piatta e disfunzionale prevedibilità: la narrazione non riesce a sorprendere né a coinvolgere praticamente mai, provocando un senso di frustrazione e indifferenza che ne compromette del tutto l’impatto emotivo.

Il cast funziona e convince, a partire da Jodie Comer, passando per Austin Butler e Tom Hardy (vero protagonista della storia), per finire con l’imprevedibile comparsata di un piacevole Norman Reedus. Michael Shannon avrà uno screen time di 5 minuti complessivi ma tanto basta per ribadire chi comanda.

In conclusione, “The Bikeriders” è un’opera anodina che, nonostante la solidità della regia di Nichols, soffre un impianto narrativo completamente incapace di farsi ricordare.

Un tributo tecnicamente ben confezionato

ma davvero troppo aderente ai suoi modelli di riferimento.

E non è con una citazione a “Easy Rider” (per altro dovuta) che si guadagnano punti.

Federico Cenni

Tratto dal fotolibro di Danny Lyon, “The Bikeriders” è il titolo dell’ultima fatica firmata Jeff Nichols, regista che con “Take Shelter” aveva già dimostrato un notevole talento, salvo poi perdersi per strada con lavori quantomeno discutibili quali “Mud” e “Midnight Special”

La pellicola segue la vita tumultuosa di una banda di motociclisti di fine anni ’60 nel Midwest degli Stati Uniti. Narrato dalla protagonista Kathy, il film intreccia flashback e presente offrendo un drammatico (e in buona parte noioso) ritratto del mondo dei biker.

Specialmente nel primo atto in forte debito con il cinema di Scorsese, nella fattispecie con Quei bravi ragazzi per la gestione della messa in scena, la direzione degli attori e soprattutto per un montaggio sostanzialmente identico, “The Bikeriders” è un film gravido di problemi nascosti sotto un velo tecnico obiettivamente inattaccabile.

La prima parte della pellicola sembra girovagare incessantemente senza sapere dove andare a parare, e sembra volerlo fare con l’unico e ingiustificato obiettivo di ribadire ancora e ancora gli stessi concetti e le stesse identiche dinamiche, che finiscono inevitabilmente per appiattire il tono del lungometraggio fino a spegnerlo quasi completamente a cinquanta minuti dai titoli di testa. È solo all’inizio del secondo atto, segnato dalla classica dipartita di uno dei membri della banda, che il film comincia ad accendere i motori e a trovare la strada da percorrere, seppur la stessa fosse ben visibile fin dalla prima inquadratura.

Interessante, per quanto derivativa, la scelta di immergere la narrazione in un’atmosfera sempre impregnata di alcool e sigarette, con l’assenza pressoché totale del cibo (Peaky Blinders); utile a dipingere una vita di eccessi e autodistruzione dalla quale sembra non esserci scampo. Perché come in tutte le storie che esplorano temi come il fanatismo — che ben presto dilaga nei principi d’onore tossici, nel senso d’appartenenza corrosivo o nella devozione sconsiderata — anche all’interno della banda la lealtà assume ben presto contorni funerei, diffondendosi a macchia d’olio fino a condurre all’inevitabile punto di rottura. Il difetto principale del film risiede, però, nella sua fastidiosissima, piatta e disfunzionale prevedibilità: la narrazione non riesce a sorprendere né a coinvolgere praticamente mai, provocando un senso di frustrazione e indifferenza che ne compromette del tutto l’impatto emotivo.

Il cast funziona e convince, a partire da Jodie Comer, passando per Austin Butler e Tom Hardy (vero protagonista della storia), per finire con l’imprevedibile comparsata di un piacevole Norman Reedus. Michael Shannon avrà uno screen time di 5 minuti complessivi ma tanto basta per ribadire chi comanda.

In conclusione, “The Bikeriders” è un’opera anodina che, nonostante la solidità della regia di Nichols, soffre un impianto narrativo completamente incapace di farsi ricordare.

Un tributo tecnicamente ben confezionato

ma davvero troppo aderente ai suoi modelli di riferimento.

E non è con una citazione a “Easy Rider” (per altro dovuta) che si guadagnano punti.

Federico Cenni


Sono Federico Cenni, fondatore di ReadyToRec, un capriccio senza futuro concentrato sul cinema e nato nel 2021 durante una serata di totale perdizione e rammarico. Solo che poi un futuro l’ha avuto. Mi sono diplomato alla Romeur Academy nel 2014 e ho studiato regia presso l’Action Academy nel 2021.
La passione per il cinema sboccia in giovane età, subito dopo essermi lasciato affascinare da Il Gigante Di Ferro, che coincide con la mia prima esperienza in sala e con il miglior film d’animazione mai partorito da mente umana.
Voglio trasformare questa passione in una realtà affermata attraverso ReadyToRec e tutti i suoi mirabili membri.

Sono Federico Cenni, fondatore di ReadyToRec, un capriccio senza futuro concentrato sul cinema e nato nel 2021 durante una serata di totale perdizione e rammarico. Solo che poi un futuro l’ha avuto. Mi sono diplomato alla Romeur Academy nel 2014 e ho studiato regia presso l’Action Academy nel 2021.
La passione per il cinema sboccia in giovane età, subito dopo essermi lasciato affascinare da Il Gigante Di Ferro, che coincide con la mia prima esperienza in sala e con il miglior film d’animazione mai partorito da mente umana.
Voglio trasformare questa passione in una realtà affermata attraverso ReadyToRec e tutti i suoi mirabili membri.


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