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Emilia Perez – Jacques Audiard

Il nuovo lavoro del regista francese Audiard è una pellicola tanto eccentrica ed efficace quanto controversa e fallace. Emilia Pérez è ambientato in Messico, dove il boss del cartello Manitas Del Monte chiede aiuto all’avvocata Rita Mora Castro per un’affermazione di genere. Da quel momento in poi il boss con la sua nuova identità, Emilia Pérez appunto, tenterà un lungo e articolato cammino di rendenzione.

La prima domanda che sorge spontanea è: era davvero necessario scomodare un tema così delicato, senza poi approfondirlo in maniera esaustiva? Sì e no. Perché da una parte abbiamo un concetto sicuramente interessante applicato in un contesto estremamente machista, dall’altra non abbiamo informazioni o delucidazioni necessarie per comprendere pienamente il tutto. La percezione di un qualcosa “messo lì tanto per” è tangibile, creando un senso di incompiutezza che pervade tutto il film.

La seconda domanda, quindi, è: era davvero necessario o si sarebbe potuta trovare una soluzione alternativa? Purtroppo una risposta corretta non c’è. Di corretto però troviamo la prestazione corale di tutto il cast femminile (premiato a Cannes) con interpretazioni convincenti, sia per la parte attoriale sia per la parte musical. Ed è proprio questo il punto forte della pellicola: le coreografie funzionano, le canzoni sono perfettamente in linea con lo spirito del film e non ci si stanca mai di sentirle. La regia, messa al servizio in maniera precisa, rende tutto ciò che appare a schermo una sinfonia perfettamente convincente, con inquadrature artistiche e un montaggio concitato, che confermano ancora una volta la bravura del regista francese. Sicuramente il comparto tecnico è di gran lunga superiore alla scrittura, resa scricchiolante da alcune perplessità, come quella sopracitata e un’atmosfera di buonismo che pervade il film dalla metà in poi.

Ciononostante, Emilia Pérez resta una pellicola da recuperare assolutamente: è fresca e coraggiosa, anche se non centra perfettamente il suo obiettivo — o probabilmente lo fa, ma questo non basta per uscire dalla sala senza rimpianti.

Gianmatteo Diprima

Il nuovo lavoro del regista francese Audiard è una pellicola tanto eccentrica ed efficace quanto controversa e fallace. Emilia Pérez è ambientato in Messico, dove il boss del cartello Manitas Del Monte chiede aiuto all’avvocata Rita Mora Castro per un’affermazione di genere. Da quel momento in poi il boss con la sua nuova identità, Emilia Pérez appunto, tenterà un lungo e articolato cammino di rendenzione.

La prima domanda che sorge spontanea è: era davvero necessario scomodare un tema così delicato, senza poi approfondirlo in maniera esaustiva? Sì e no. Perché da una parte abbiamo un concetto sicuramente interessante applicato in un contesto estremamente machista, dall’altra non abbiamo informazioni o delucidazioni necessarie per comprendere pienamente il tutto. La percezione di un qualcosa “messo lì tanto per” è tangibile, creando un senso di incompiutezza che pervade tutto il film.

La seconda domanda, quindi, è: era davvero necessario o si sarebbe potuta trovare una soluzione alternativa? Purtroppo una risposta corretta non c’è. Di corretto però troviamo la prestazione corale di tutto il cast femminile (premiato a Cannes) con interpretazioni convincenti, sia per la parte attoriale sia per la parte musical. Ed è proprio questo il punto forte della pellicola: le coreografie funzionano, le canzoni sono perfettamente in linea con lo spirito del film e non ci si stanca mai di sentirle. La regia, messa al servizio in maniera precisa, rende tutto ciò che appare a schermo una sinfonia perfettamente convincente, con inquadrature artistiche e un montaggio concitato, che confermano ancora una volta la bravura del regista francese. Sicuramente il comparto tecnico è di gran lunga superiore alla scrittura, resa scricchiolante da alcune perplessità, come quella sopracitata e un’atmosfera di buonismo che pervade il film dalla metà in poi.

Ciononostante, Emilia Pérez resta una pellicola da recuperare assolutamente: è fresca e coraggiosa, anche se non centra perfettamente il suo obiettivo — o probabilmente lo fa, ma questo non basta per uscire dalla sala senza rimpianti.

Gianmatteo Diprima


Mi chiamo Gianmatteo Diprima, nella vita faccio tutt’altro e soprattutto non ho mai studiato cinema in maniera specifica. Sono la prova lampante che per parlare di film puoi anche non capirci una mazza, ma basta esserne appassionati ed avere un minimo di senso critico. Odio la retorica, chi non si mette mai in discussione ma soprattutto chi non argomenta le proprie tesi. Adoro i cartoni animati in ogni loro forma e trovo che l’animazione sia il metodo migliore per fare cinema. Miyazaki è il mio regista preferito nonché uno dei registi più importanti e influenti del ventesimo secolo. Discutere un maniera genuina trovo sia la droga migliore di tutte. Peace.

Mi chiamo Gianmatteo Diprima, nella vita faccio tutt’altro e soprattutto non ho mai studiato cinema in maniera specifica. Sono la prova lampante che per parlare di film puoi anche non capirci una mazza, ma basta esserne appassionati ed avere un minimo di senso critico. Odio la retorica, chi non si mette mai in discussione ma soprattutto chi non argomenta le proprie tesi. Adoro i cartoni animati in ogni loro forma e trovo che l’animazione sia il metodo migliore per fare cinema. Miyazaki è il mio regista preferito nonché uno dei registi più importanti e influenti del ventesimo secolo. Discutere un maniera genuina trovo sia la droga migliore di tutte. Peace.


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