Di nuovo in Sudamerica, e di nuovo con un grande film che, leggendone, vi renderete conto quanto si avvicini a un certo tipo di cinema che fu nostro, a una forza che fu nostra e che non lo è più… pazienza – si fa per dire, è un tragedia – , perché almeno pare che, in assenza di un ritorno di tempi migliori, la distribuzione italiana abbia compreso che ci sono cinematografie che più che mai, e tra mille difficoltà di più o meno tragica natura, sono in grado di regalare parabole imperdibili, e ce le portano.
Quella latina è senza dubbio tra queste.
All’interno del recente rinnovamento del cinema colombiano, che ha progressivamente spostato il proprio baricentro verso forme ibride, capaci di far convivere osservazione sociale e tensione intima, il percorso di Simón Mesa Soto si impone per una coerenza che non cerca mai la dichiarazione programmatica. Nato a Medellín e formatosi tra Colombia e Regno Unito, il regista si era fatto conoscere con Leidi, Palma d’Oro al miglior cortometraggio al Festival di Cannes 2014, prima di approdare al lungo con Amparo, presentato di nuovo in croisette alla Semaine de la Critique 2021, e capace di imporsi come uno degli esordi più solidi del nuovo cinema colombiano.
Con Un poeta, al suo secondo lungometraggio, Mesa Soto prosegue e al tempo stesso sposta il proprio lavoro: se Amparo costruiva una tensione tutta giocata sull’urgenza e sulla pressione esterna, qui il conflitto parzialmente si ritrae, si interiorizza, trovando nella figura dell’intellettuale marginale un punto di condensazione. Presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2025, il film ha ottenuto il Premio della giuria, avviando un percorso festivaliero ampio e stratificato: Miglior film – sezione Horizontes Latinos al Festival internazionale del cinema di San Sebastián; Miglior film internazionale al Santiago Festival Internacional de Cine; Bright Horizons Award al Melbourne International Film Festival; al Festival di Lima il Premio speciale della giuria, il premio per la miglior fotografia (al magnifico lavoro di Juan Sarmiento G.), il premio per il miglior attore (Ubeimar Ríos) e il Premio APRECI come miglior film latinoamericano; quindi la Golden Star – miglior lungometraggio al Festival di El Gouna e, quasi finito, tenete duro, un altro premio per il miglior attore al Festival di Biarritz Amérique Latine.
… e ora… di che parla?
Óscar Restrepo è un poeta amatoriale che da giovane pareva lanciatissimo. Ha vinto diversi premi e pubblicato due apprezzatissimi libri di poesia, ma ora, nel circolo di poeti che ha contribuito a fondare lo guardano quasi come un estraneo, un imbarazzo che lui stesso alimenta tra nullafacenza e tendenze autodistruttive che preoccupano sua madre – malata, che lui tanato ama ma a cui ogni tanto spilla soldi che poi investe con qualche suo “amico” cialtrone – , sua sorella e qualche compagno di bevute. Se ciò non bastasse, ha anche perso la possibilità di vedere una figlia che nonn lo considera affatto, che quasi lo schifa, e quindi, giunto al culmine della disperazione e al massimo della consapevolezza che definirsi artista maledetto non lo aiuterà, accetta un’offerta che la sorella ha trovato per lui tramite un amico preside: insegnare letteratura in un liceo di Medellín. Le sue lezioni scorrono allora tra l’attenzione intermittente degli studenti e il peso di parole che sembrano provenire da un altro tempo. Fuori dalla scuola, la sua esistenza si concentra nella scrittura di poesie – ma più che altro il pensiero di scriverle – che restano senza destinatario, mentre la città continua a muoversi secondo ritmi che lo escludono. L’incontro con Yurlady, una studentessa che si avvicina con curiosità a quella stessa materia fragile, apre uno spazio di dialogo fatto di tentativi, esitazioni, piccoli avvicinamenti. Ma ciò che si costruisce resta esposto a continue fratture: le condizioni materiali, le aspettative, le distanze sociali e generazionali intervengono a ridefinire ogni possibilità. In questo scarto, tra il desiderio di trasmettere e l’impossibilità di essere ascoltato, Óscar continua a cercare una forma per la propria voce in quella giovane e diversa della ragazza, sul filo sottile tra l’incoraggiare il talento di lei e cercare riscatto agli altrui occhi per il sopito talento suo… non ancora conscio del fatto che questo finirà per essere l’ultimo dei suoi problemi.
Il protagonista è interpretato da Ubeimar Ríos, insegnante di letteratura e poeta nella vita reale. Accanto a lui, Rebeca Andrade interpreta Yurlady, mentre il film si costruisce attraverso una costellazione di presenze che oscillano tra attori e non attori, spesso chiamati a interpretare versioni prossime a sé stessi. In questo senso, il dispositivo attoriale non è accessorio ma strutturale: Mesa Soto lavora su una continuità tra persona e personaggio che impedisce alla finzione di chiudersi su sé stessa. Se in Amparo questa tensione restava in parte sotterranea, qui diventa principio evidente, quasi programmatico. La centralità del lavoro di Ríos è confermata anche sul piano della ricezione: oltre al riconoscimento già citato al Festival di Lima 2025, l’attore ha ottenuto il premio per il miglior attore al Festival di Biarritz Amérique Latine 2025, a ribadire come l’intero film trovi nel suo corpo e nella sua presenza il proprio punto di equilibrio instabile: visivamente estraneo al clamore delle icone di bellezza ed equilibrio canonico che spesso ci appaiono sullo schermo, l’ubriachezza urlata e disarticolata di Restrepo fa il paio col suo tronco tozzo e le sue spalle strette, le sue braccia lunghe e il viso che pare nato già martoriato ancor prima dell’irrisolutezza come poeta e padre, prima dell’odio della figlia e di tutto ciò che difficile si prepara ad affrontare.
Óscar è un poeta senza riconoscimento, un insegnante che continua a rivolgersi a un’idea di letteratura fuori tempo. La sua figura si costruisce anche attraverso un riferimento esplicito a José Asunción Silva, poeta simbolista colombiano morto suicida nel 1896, la cui biografia segnata da inquietudine e fallimento si riflette come un modello tanto ideale quanto paralizzante. Non è un semplice omaggio: è un dispositivo che inscrive il personaggio in una tradizione nazionale della sconfitta, facendo della poesia un gesto esposto, mai pacificato.
Dal punto di vista tecnico-estetico, Un poeta adotta una forma apparentemente dimessa, ma estremamente controllata. La fotografia di Juan Sarmiento G. lavora su una grana evidente, ottenuta attraverso un trattamento dell’immagine in super 16 mm, il cui risultato è un quadro leggermente sporco, opaco, che sottrae profondità spettacolare per restituire una percezione più ruvida del reale, della sporcizia del mondo lasciato indietro e dei corpi intrisi di fatica e arrendevolezza che come anime speranzose e stanche popolano il profilmico. I colori tendono a una desaturazione costante, con una gamma fredda che raramente si apre, ma che poi lo fa e stravolge il ritmo cromatico al passo di un racconto che alterna la stasi ricercata della contemplazione ispirata alla corsa, al fremito perpetuo della fuga o della ricerca, del piegarsi alle necessità esterne di un sociale, di un politico che, pur se non direttamente chiamato in causa nel visibile, aleggia e muove il dramma con malizia sottile. La luce naturale prevale sugli interventi artificiali, contribuendo a un’impressione di continuità tra spazio filmico e spazio vissuto.
La macchina da presa resta spesso a distanza, evitando sia l’invadenza del primo piano sistematico sia la costruzione di una coreografia visiva marcata, fino a che poi non affronta i close up nel momento della condivisione climatica, sempre in un ritmo che trasforma il corpo di Óscar in drammaturgia, poesia e poetica in movimento. Talvolta, però, movimenti sono anche minimi, e talvolta impercettibili, e il montaggio privilegia la durata, lasciando che le azioni si esauriscano nel tempo reale o in una sua approssimazione. Medellín emerge così come un tessuto attraversato lateralmente: aule scolastiche, interni domestici, strade secondarie, senza mai trasformarsi in oggetto di spettacolarizzazione.
In questo equilibrio tra controllo formale e apertura al contingente si colloca la specificità del film: un realismo che non rinuncia alla dimensione poetica, ma che la espone costantemente al rischio del fallimento. La parola, che per Óscar rappresenta un possibile luogo di resistenza, si scontra con l’indifferenza, con il fraintendimento, con una realtà che non la riconosce. La relazione con Yurlady diventa allora uno spazio instabile, in cui la trasmissione è sempre parziale, sempre minacciata.
Mesa Soto costruisce il film per accumulo di dettagli, per micro-variazioni, evitando qualsiasi costruzione drammatica forte… almeno finché non s’accumula così tanto da divenire fortissima, tragica. È in questa sottrazione che emerge una forma di poesia che non si eleva mai al di sopra del reale, ma resta impigliata nelle sue stesse condizioni materiali, incapace di trasformarle, e proprio per questo costretta a ridefinirsi continuamente, nel racconto tragicomico ma non così comico, e dramedy ma non così comedy sulle opportunità mancate e le sue conseguenze, e su quelle che si impongono agli altri quando li si investe del peso della propria rivalsa.
Insomma, semplicemente un grandissimo film, raro perché capace di contaminare la quintessenza del cinema sociale con quella del poetico e, pur non illudendo rispetto alle tanto amate riscosse di classe in cui chi ha talento ce la fa, mostra la distanza che va sempre tenuta a mente tra chi sta in alto e chi in basso, e senza false gentilezze o pietismi invita tanto alla compassione di classe quanto pure, e soprattutto, alla constatazione di una “coscienza” oramai del tutto incrinata e sfibrata… ma non per questo da abbandonare.







