Clayface, il nuovo film diretto di James Watkins e scritto da Mike Flanagan, costituisce il terzo lungometraggio appartenente al DC Universe di James Gunn, iniziato con le precedenti lavorazioni di Superman (2025. James Gunn) e Supergirl (2026, Craig Gillespie), e concentra l’attenzione degli spettatori sull’origin story di uno dei supercattivi “minori” dell’Uomo Pipistrello. Tra i vari alter ego storici presenti nel panorama fumettistico, come Basil Karlo, la scelta per questa trasposizione sul grande schermo è caduta su Matt Hagen.
Watkins nutre una spiccata propensione verso thriller/horror psicologici, iconograficamente corporali, pronti a trattare quelle tematiche rivolte a una mancata redenzione e a una morbosa sintonia con i traumi e i dolori del passato – come in Eden Lake (2008), The Woman in Black (2012) – fino allo stadio della violenza pedagogica familiare nel remake statunitense di Speak No Evil – Non parlare con gli sconosciuti (Speak No Evil, 2024, dall’omonimo film danese di Christian Tafdrup).
Inoltre, si è distinto anche nel panorama televisivo per aver diretto un episodio della terza stagione di Black Mirror, intitolato Zitto e balla (Shut Up and Dance, 2016), co-sceneggiato con il genio visionario britannico Charlie Brooker, ideatore di questa serie antologica che riflette le conseguenze distopiche delle nostre dipendenze tecnologiche e delle sue degenerazioni drammaticamente umane. E proprio in quest’episodio, uno dei più acclamati da critica e pubblico, viene fuori un plot twist di grande impatto emotivo e drammaturgico, sigillato dal memorabile invio dell’immagine del Trollface, con il giovane adolescente Kenny (Alex Lawther), il quale subisce il ricatto informatico e messaggistico di un gruppo di hacker per poi far emergere una verità oscura e destabilizzante sul suo apparente appellativo vittimistico.
Questa piccola premessa congiuntiva serve per perimetrare l’esplorazione della mascolinità tossica e interiorizzata di Matt Hagen, in netta contrapposizione dicotomica tra bene e male, legando la sua mutazione antagonistico-corporea alla sottocultura incel. Quindi si sta parlando di un soggetto fragile e vulnerabile, comunque non privo di colpe morali e di un’incapacità nelle azioni che vuole portare a compimento, totalmente inabile di affrontare la perdita della desiderabilità estetico-sociale e, successivamente, il rifiuto amoroso che degenera in una pretesa di possesso sull’altro sesso – quest’ultimo in pieno conflitto tra i sentimenti (forse) corrisposti della dottoressa Caitlyn Corr (Naomie Ackie) e il coinvolgimento responsabile nella dissoluzione identitaria del Sé. È un procedimento inscritto nella metafora body horror:la replicabilità delle nano-cellule che imitano e assumono corpi e volti differenti (risposte inconsce dettate dalla furia cieca incontrollata e dalla ricerca di vendetta verso i malvagi e i traditori) si fonde con l’ossessione recitativa degli attori che seguono il Metodo per prendere le sembianze di qualcun altro (l’incarnazione del mostruoso).
Come in The Substance (2024, Coralie Fargeat), l’ascesa di una star hollywoodiana si configura spesso attraverso dei canoni estetici pre-impostati, i quali magari non determinano le reali qualità espressive e il talento comunicativo di un attore formato, però agisce come acceleratore di opportunità in termini di ingaggi produttivi e promozioni commerciali. Hagen è un uomo biondo dal bel volto, ma la sua provenienza sociale nei bassifondi di Gotham, con accennati episodi di bullismo durante la scuola e l’infanzia, ha sempre macchiato la sua reputazione, rendendo arduo e difficile – e al tempo stesso troppo posizionato nel fuoricampo per stabilire un certo grado di credibilità drammaturgica se non per un’invocazione religiosa alla madre defunta – il suo inserimento nel mondo dello spettacolo e nello show business.
È un individuo affascinato dal lusso residenziale, dal potere e dalla ricchezza materiale, dall’ebbrezza del successo, Hagen si abbandona ai festini dell’élite gothamita, sospesa tra celebrità e criminalità. Sarà proprio un rapporto occasionale con una donna sensuale legata a un boss mafioso a provocarne lo sfiguramento del viso e a decretarne il definitivo crollo sociale con conseguente perdita del suo status privilegiato.
Nella prima parte della narrazione, nella graduale decadenza del momento di estasi del protagonista, gli elementi diegetici per allargare un dibattito anti-woke (con echi discussi nella stroncata serie animata di Velma) appaiono plausibilmente impliciti: prima la giustizia non riesce a condannare e processare Markos Szabo per cavilli e mancanza di prove; poi l’opinione pubblica gothamita è fortemente convinta che Matt Hagen abbia abusato della donna (con tanto di false testimonianze su una presunta manipolazione) per aver ottenuto la fama dopo la candidatura agli Oscar per miglior attore protagonista, per essere una celebrità mediatica sulla cresta dell’onda e sui tratti demografici del maschio bianco, fisicamente attraente, etero e privilegiato. Lo sfondo introduttivo del personaggio riflette, in un certo senso, la necessità di andare oltre l’apparenza, la superficie, il giudizio sommario, le frecciate del “razzismo al contrario”, ossia compiere un passo ulteriore per approfondire in maniera sovversiva le sfaccettature complesse di un personaggio ri-collocato ai margini della società e abbandonato dalle istituzioni, sulla falsa riga di quanto compiuto da Arthur Fleck/Joker (Joaquin Phoenix) nel magistrale dittico di Todd Phillips.
Sono entrambi figure intimamente ambigue che mettono in pratica il gesto simbolico di trasformare la loro sofferenza in una forma di piacere, predicandola e esibendola con orgoglio, passando da vittime di eventi sfavorevoli a responsabili di una soggettività percettiva devota alla causa e di devianza psichica ormai lontana da qualsiasi forma di giustificazione morale. Anche nel sopracitato The Substance, Elisabeth Sparkle (Demi Moore) conviveva con questo dilemma narratologico tra vittima sistematica e carnefice individuale della rivalsa autodistruttiva del corpo femminile e, come Matt Hagen, non vuole abbandonare l’illusione di una centralità altrimenti perduta. Se Matt Hagen ha ricevuto una nomination per un premio prestigioso dell’Academy, la dottoressa Caitlyn Corr dovrebbe vincere un Premio Nobel come rivendicazione personale per essere stata esclusa dal proprio ambiente medico-scientifico.
“La migliore vendetta è vivere bene” – Caitlyn Corr
Tuttavia, per quanto avvincenti ed evolute siano le premesse teoriche, l’architettura narrativa e compositiva di Clayface rivela un’evidente contraddittorietà nel tradurre queste suggestioni sociologiche e psicanalitiche in un’efficace continuità drammaturgica e in un’operazione unitaria di codificazioni intercambiabili e trasversali. Se in alcuni punti salienti si riesce ad individuare il conflitto duale intrapsichico, tra mente e corpo, tra identità e maschera, che si cela dietro Matt Hagen/Clayface, d’altro canto i suoi tentativi di ripulire il marcio e vendicarsi dei suoi nemici finiscono per rispondere a impulsi estemporanei e sconnessi, quasi involontariamente comici.
Manca un tessuto di relazioni capaci di fare da ponte tra questa interiorità teorica e la sua manifestazione esterna. La narrazione avrebbe tratto un enorme beneficio dall’inserimento di figure di contrasto meglio strutturate — come, ad esempio, l’esplicitazione di un triangolo affettivo-amoroso che coinvolgesse il compagno di Caitlyn, un poliziotto integerrimo in aperta lotta contro la pervasiva corruzione di Gotham e del commissariato di polizia. Un simile snodo avrebbe permesso di posizionare Hagen di fronte a uno specchio etico più rigido, nella velata competizione con l’altro maschio in piena crisi coniugale, costringendo i suoi tratti psicologici a collidere e a canalizzarsi in un percorso d’azione coerente, piuttosto che in uno sfogo istintivo del tutto disallineato dalle sue premesse (messe da parte).
Anche sul piano strutturale e grammaticale del montaggio si possono riscontrare palesi sfasamenti nella gestione dei raccordi spaziali e temporali, con salti scoordinati e dislocamenti affordatici, ad eccezione della sequenza ambientata nel nightclub con un uso fluido e dinamico del cut-swapping atto a specchiare la natura camaleontica e frammentata di Hagen.
L’intuizione di declinare la mostruosità corporea attraverso le traiettorie del privilegio estetico compromesso, del trauma performativo e delle derive della sottocultura incel, fa di questo capitolo un tassello indubbiamente interessante nel nuovo panorama del DC Universe. Eppure, le insanabili faglie tra l’articolazione psicologica del protagonista e la sua resa pragmatica restituiscono un lavoro incompiuto: pur nobilitato da quest’istanza pop-autoriale, la macchina produttiva di Gunn è ancora alla ricerca di una direzionalità stilistico-tematica in grado di contraddistinguersi.







