“Victor! Victor! Victor!”
Una parola che, di per sé, può sembrare vuota, eppure racchiude tutto. Un po’ come Frankenstein per Guillermo del Toro: non solo un titolo, ma il sogno di una vita, il punto di arrivo di una poetica costruita film dopo film.
Sarò chiaro fin dall’inizio: se vi aspettate un film d’autore da festival, capace di ridefinire il cinema del regista, forse resterete delusi. Non è il suo capolavoro. Ma se cercate un racconto che sappia intrattenere, emozionare e regalare uno sguardo nuovo (soprattutto a chi non conosce il romanzo), allora siete nel posto giusto. È un film che, alla fine, una lacrima ve la strappa e vi intratterrà anche quando lo vedrete comodamente seduti sul divano.
Il film compie pienamente la sua missione: intrattiene e commuove. La fotografia, pur non avendo tratti di spiccata autorialità, si distingue per la sua pulizia e per l’uso di inquadrature dal forte impatto estetico, specialmente quelle al tramonto. A brillare sono soprattutto le interpretazioni: un Oscar Isaac magnetico e folle e un Jacob Elordi che, pur limitato dall’imponente trucco prostetico che ne riduce il range espressivo, riesce a colpire attraverso poche parole pesanti come macigni, dense di significato e dolore.
Frankenstein e la sua Creatura sono specchi l’uno dell’altro: due facce della stessa medaglia che ci lasciano con una domanda antica e sempre attuale — chi è il vero mostro, la creatura o il suo creatore? In fondo Victor è entrambi: al momento della creazione sembra quasi staccare una parte della propria anima per darle forma, come un Prometeo che ruba il fuoco divino. E la Creatura, con il suo design che richiama gli Ingegneri del Prometheus scottiano, diventa un dio immortale che, acquisita coscienza, potrebbe ergersi con inquietante maestosità sull’essere umano.
Del resto, non è la prima volta che del Toro si confronta con questo mito. La forma dell’acqua era già stato il suo personale tentativo di raccontare un Frankenstein moderno. Qui, quegli influssi riaffiorano con forza: perché, come ci insegna il regista, di fronte alla scintilla dell’amore ogni esclusione, ogni emarginazione, ogni incomprensione può essere superata.

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Frankenstein – Guillermo Del Toro

“Victor! Victor! Victor!”
Una parola che, di per sé, può sembrare vuota, eppure racchiude tutto. Un po’ come Frankenstein per Guillermo del Toro: non solo un titolo, ma il sogno di una vita, il punto di arrivo di una poetica costruita film dopo film.
Sarò chiaro fin dall’inizio: se vi aspettate un film d’autore da festival, capace di ridefinire il cinema del regista, forse resterete delusi. Non è il suo capolavoro. Ma se cercate un racconto che sappia intrattenere, emozionare e regalare uno sguardo nuovo (soprattutto a chi non conosce il romanzo), allora siete nel posto giusto. È un film che, alla fine, una lacrima ve la strappa e vi intratterrà anche quando lo vedrete comodamente seduti sul divano.
Il film compie pienamente la sua missione: intrattiene e commuove. La fotografia, pur non avendo tratti di spiccata autorialità, si distingue per la sua pulizia e per l’uso di inquadrature dal forte impatto estetico, specialmente quelle al tramonto. A brillare sono soprattutto le interpretazioni: un Oscar Isaac magnetico e folle e un Jacob Elordi che, pur limitato dall’imponente trucco prostetico che ne riduce il range espressivo, riesce a colpire attraverso poche parole pesanti come macigni, dense di significato e dolore.
Frankenstein e la sua Creatura sono specchi l’uno dell’altro: due facce della stessa medaglia che ci lasciano con una domanda antica e sempre attuale — chi è il vero mostro, la creatura o il suo creatore? In fondo Victor è entrambi: al momento della creazione sembra quasi staccare una parte della propria anima per darle forma, come un Prometeo che ruba il fuoco divino. E la Creatura, con il suo design che richiama gli Ingegneri del Prometheus scottiano, diventa un dio immortale che, acquisita coscienza, potrebbe ergersi con inquietante maestosità sull’essere umano.
Del resto, non è la prima volta che del Toro si confronta con questo mito. La forma dell’acqua era già stato il suo personale tentativo di raccontare un Frankenstein moderno. Qui, quegli influssi riaffiorano con forza: perché, come ci insegna il regista, di fronte alla scintilla dell’amore ogni esclusione, ogni emarginazione, ogni incomprensione può essere superata.

Mi sono laureato in Cinema alla RUFA, ho proseguito con una magistrale in Filologia Moderna e un master in 3D Digital Production. Il mio percorso unisce tecnica, creatività e cultura visiva, e nasce da una passione: raccontare storie attraverso le immagini. Amo lavorare sul campo, curare l’inquadratura e dare forma a un racconto visivo preciso ed evocativo. In Ready to Rec porto questa visione, con l’obiettivo di crescere sempre e trasformare la mia passione in progetti che parlino davvero a chi guarda.
Mi sono laureato in Cinema alla RUFA, ho proseguito con una magistrale in Filologia Moderna e un master in 3D Digital Production. Il mio percorso unisce tecnica, creatività e cultura visiva, e nasce da una passione: raccontare storie attraverso le immagini. Amo lavorare sul campo, curare l’inquadratura e dare forma a un racconto visivo preciso ed evocativo. In Ready to Rec porto questa visione, con l’obiettivo di crescere sempre e trasformare la mia passione in progetti che parlino davvero a chi guarda.





