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A Big Bold Beautiful Journey: Un viaggio straordinario -Kogonada

Un bel giorno un uomo esce dalla porta del suo appartamento, nel nord di una città britannica – di cui non sappiamo altro –. L’uomo si chiama David (Colin Farrell) – oltre al nome, rispetto a cosa faccia nella vita, non sappiamo altro – , è al telefono con genitori che lo invitano ad essere «aperto» – agli altri, al mondo…non sappiamo altro – , siccome quella mattina sta per andare a presenziare ad un matrimonio – di un amico, di un parente…sappiamo davvero poco altro.

David è pronto al viaggio, se non fosse che alla sua auto hanno messo le ganasce. Ma non c’è da temere, siccome, proprio sul muro alle sue spalle, è casualmente affisso un volantino recante la scritta “Agenzia noleggio auto per emergenze”, o qualcosa del genere.

L’uomo chiama dunque al numero riportato, si accorda velocemente con una strana donna d’accento tedesco che infila «cazzo» qua e là per la frase, e poco dopo è in sede. La porta però ha uno strano funzionamento e, tutta eccitata, al citofono, la voce della donna lo istruisce sull’assoluta necessità di tirarla con forza esattamente mezzo secondo dopo lo sblocco, pena dover replicare la procedura da capo sino alla corretta esecuzione…la prima volta no, la seconda no, la terza – ovviamente, come da metrica aurea, quasi aristotelico-cattolica di una blanda impressione di tensione – si.

David si ritrova allora in un grosso e quasi vuoto hangar – a parte qualche operatore che trasporta strane porte in giro per la struttura – e, dopo una lunga e interminabile passeggiata, arriva al cospetto della donna al telefono (Phoebe Waller-Bridge) e del suo più anziano assistente (Kevin Kline).

Il nostro protagonista prende dunque l’auto a noleggio, accetta le insistenze dei due operatori affinché venga affittato anche il navigatore – siccome spesso «il cellulare ti fotte» – , e s’imbarca per il suo viaggio, guidato da uno strano navigatore da aspetto e grafiche ’60 -’70 pixel-vaporwave che – dalla spia nera con puntino luminoso rosso stile HAL 9000 da 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey, 1968, Stanley Kubrick) – gli si rivolge direttamente in tono caldo e colloquiale, interagendo sino pure a prendersi quella che pare una certa confidenza.

Al matrimonio incontra l’inizialmente restia e poi super sfrontata Sarah (Margot Robbie). I due flirtano bizzarramente sino a che lei gli chiede – non si sa quanto ironicamente – di sposarla. Lui ci scherza e rifiuta un ballo, salvo poi mangiarsi le mani nel vederla muoversi provocantemente sullo statuario corpo di un altro invitato che poi si porterà in camera, mentre noi – in visione sinottica tra le due finestre attigue, forse unica reminiscenza tecnica riconoscibile di Kogonada, seppur dalla sua carriera video-saggistica – osserviamo anche la solitudine colpevole di David.

I due ripartono, ma si incontrano di nuovo all’ora di pranzo del giorno dopo, entrambi guidati a mangiare «un hamburger del fast-food» dopo aver accettato la proposta di fare «a big bold beautiful journey», evidentemente fatta ad entrambi dal navigatore che hanno noleggiato nella stessa agenzia. E di qui, tutto il resto…

Ma cosa ci aspetta, nelle restanti circa due ore che, da questa “inattesa svolta” in poi, c’accompagneranno sino al finale di A Big Beautiful Journey, del maestro video-saggista – e oramai regista al suo terzo lungometraggio – Kogonada?

Beh, più o meno, nulla.

Questo è, difatti, uno di quei film capaci di mettere in seria difficoltà un recensore nell’assolvere al proprio compito: tanto superficialmente vuoto – seppur nella sua pretesa di profondità esistenziale – da tentare chi scrive nel ripercorrere le precedenti opere dell’autore – Columbus (2017) e After Yang (2021), seppur neanch’esse facenti parte del top di gamma – piuttosto che spendersi alla ricerca di chissà che oscuro tesoro, forse tanto ben nascosto da sfuggire pure a chi l’ha sepolto; e questo perché – secondo aspetto – , per quanto, appunto, i precedenti lavori di Kogonada non fossero certo capolavori, vi si poteva riscontrare l’attenzione e l’interesse sintattico per una forzatura del testo, in quanto, per dirla con Umberto Eco, macchina pigra, in cui i vuoti architettonici (in Columbus) o emotivo-abitativi (in After Yang) fungevano da tela bianca, in cui il senso emergeva nello sforzo richiesto allo spettatore, chiamato a cercare le ragioni sue e dei personaggi in quel nulla che era solo apparente.

Qui invece, questo nulla, è ben più che intrinseco alle irrintracciabili ragioni di un esito diametralmente opposto – nel riempimento patinato del campo, nella fotografia di Benjamin Loeb che pare presa dagli scarti artistici di Amabili Resti (The Lovely Bones, 2009, Peter Jackson), nel montaggio inutilmente lento ed enfatizzante il vacuo, di Susan E. Kim e Jonat Alberts, o nell’affastellamento di elementi ora dal fantasy, ora dalla rom-com e ora dal musical nella sceneggiatura di Seth Reiss, sino a sembrare la peggior puntata della peggior stagione del compianto Black Mirror (2011- , Cherlie Brooker) – a quelle che erano state le precedenti speculazioni estetico-narrative del sudcoreano Kogonada. Ed è strano, e ancor più inatteso, specie da uno dei nomi che maggiormente ha dato visibilità popolare al video-saggio, tanto attento nell’analisi sintattica delle piccolezze che fecero grande la filmografia di grandi maestri (vi invitiamo a reperire i suoi video sull’uso delle mani in Robert Bresson, sulle retro-proiezioni, le scale e il sistema della suspense in Alfred Hitchcock, sul Neorealismo e via dicendo) quanto, in questo caso, totalmente disinteressato dal valorizzare e dal mettere a sistema quegli stessi dettagli che avrebbero potuto, quantomeno, donare un leggero afflato di vita all’invece morto vagabondare di questi due sfortunati Farrell e Robbie.

Persino loro, risaputamente bravi – seppur ha senso ricordarci di come la Robbie non azzecchi interamente due film di fila dal C’era una volta a…Hollywood (One Upon a Time in…Hollywood, 2019) di Quentin Tarantino – , possono ben poco, imboccati come sono di frasi su vita e amore che vorrebbero sapere di Se mi lasci ti cancello (Eternal Sunshine of the Spotless Mind, 2004, Michel Gondry) o In the Mood for Love (花樣年華 o Faa yeung nin wa, 2000, Wong Kar-wai), ma che, a ben vedere, sono forse al di sotto di scempiaggini alla Prima o poi mi sposo (The Wedding Planner, 2001, Adam Shankman).

L’una (la Robbie) tutta lucente bellezza, occhioni azzurri languidi e labbra carnose e socchiuse, non è altro che l’ipotetico personaggio-sequel – la poco approfondita e banalizzata fenomenologia da psicoterapia a buon mercato – della Maeve Wiley di Sex Education (2019-2023, Laurie Nunn), interpretata dall’oramai socialmente riconosciuta sosia di Margot Robbie Emma Mackey, per cui

                          SPOILER!                          

la morte della madre (una buona seppur poco presente Lily Rabe) e le delusioni d’amore hanno portato ad alternare eccessi e depressi rientri in sé che, auto-colpevolizzante, tradisce e allontana per paura di ferire e di esser ferita; l’altro (Farrell) un uomo vuoto, inconsistente a scena se non nel disperato tentativo attorale del suo interprete, per un personaggio che è solo ed esclusivamente il suo passato, anche questo del tutto carente di forza se non nella decente scena musical, o nelle due occasioni in cui – attraverso il sistema di porte sul passato sparse per il viaggio dei due, nell’itinerario fornito dal navigatore – si trova ad interagire con suo padre (un bravo seppur a tratti patetico Hamish Linklater) e con un sé ragazzo (Yuvi Hecht), devastato dal rifiuto di una compagna di scuola di cui era innamorato.

Volendo salvare altro, si potrebbe tentare con la sequenza in cui entrambi – posti dal navigatore di fronte all’ingresso di un devastato ed abbandonato caffè, in cui nessuno dei due sembra voler entrare, e suggerendo un chissà che di intrigante e indicibile, che poi non è – rivivono il momento della rottura con i rispettivi due ex partner (Sarah Gadon per Farrell e Billy Magnussen per la Robbie). Ciò che rende più o meno degna di nota la sequenza, è l’emersione di lati del carattere condivisi dai due protagonisti, simili nelle pratiche d’avvicinamento e, ancor di più, in quelle di allontanamento, tanto da suggerire le differenti evoluzioni che più o meno vediamo avvenire nei due lungo il loro “viaggio nei sentimenti” – comunque non dissimile da quello che vedreste in Temptation Island, sia chiaro, tanto che, ad un tratto, il loro sembra momentaneamente interrompersi per sempre davanti a una macchina cappottata ed in fiamme…come un falò di confronto dopo il quale Sarah decide di tornare a casa senza David.

Eppure, tra i vari e variamente grandi e apprezzati nomi che loro malgrado compongono il cast, manca Filippo Bisciglia, che per empatizzare con certe razze di malcapitati è lautamente pagato; dunque lo spettatore – che si troverà invece nell’imbarazzo di dover pagare – , crediamo e speriamo si terrà a debita distanza dalla condivisione emotiva di un tale delirio.

In conclusione, alla sua terza opera (e rieccola, la maledizione cui accennavamo nell’ultimo Alpha di Julia Ducournau) il regista di Seul compone un panopticon emotivo tanto ampio da offuscare la visione, con chi si concentrerà ora sul superfluo e ora – per spirito di sopravvivenza – sulle luminose iconcine dei WC o delle uscite di sicurezza dislocate in sala, comunque lontano dallo schermo, su cui l’accumulo spasmodico e visivamente maggiorato dell’immagine tenta disperatamente di convincere di un più reale nulla di fatto. E, dato che l’autore tanto ci tiene a mantenere il segreto sul suo reale nome, che lo faccia, impegnandosi invece a svelarci le ragioni che l’hanno portato ad occuparsi di un tale buco nell’acqua.

Se col proseguire della visione dovesse succedervi di pensare che – come ironicamente abbiamo suggerito – l’ultima opera di Kogonada sia, però e tutto sommato, uno stimolantissimo ipotetico format per un reality show, noi vi capiamo, dal momento che, quasi scorsesianamente, fatichiamo davvero a vederlo come un film degno di questo nome.

Nonostante ciò, dobbiamo riconoscere che «tutto questo è [stato, ringraziando il cielo,] un autentico [e tremendamente noioso] viaggio nei sentimenti…tutto questo» è A Big Bold Beautiful Journey – Un viaggio straordinario.

Un bel giorno un uomo esce dalla porta del suo appartamento, nel nord di una città britannica – di cui non sappiamo altro –. L’uomo si chiama David (Colin Farrell) – oltre al nome, rispetto a cosa faccia nella vita, non sappiamo altro – , è al telefono con genitori che lo invitano ad essere «aperto» – agli altri, al mondo…non sappiamo altro – , siccome quella mattina sta per andare a presenziare ad un matrimonio – di un amico, di un parente…sappiamo davvero poco altro.

David è pronto al viaggio, se non fosse che alla sua auto hanno messo le ganasce. Ma non c’è da temere, siccome, proprio sul muro alle sue spalle, è casualmente affisso un volantino recante la scritta “Agenzia noleggio auto per emergenze”, o qualcosa del genere.

L’uomo chiama dunque al numero riportato, si accorda velocemente con una strana donna d’accento tedesco che infila «cazzo» qua e là per la frase, e poco dopo è in sede. La porta però ha uno strano funzionamento e, tutta eccitata, al citofono, la voce della donna lo istruisce sull’assoluta necessità di tirarla con forza esattamente mezzo secondo dopo lo sblocco, pena dover replicare la procedura da capo sino alla corretta esecuzione…la prima volta no, la seconda no, la terza – ovviamente, come da metrica aurea, quasi aristotelico-cattolica di una blanda impressione di tensione – si.

David si ritrova allora in un grosso e quasi vuoto hangar – a parte qualche operatore che trasporta strane porte in giro per la struttura – e, dopo una lunga e interminabile passeggiata, arriva al cospetto della donna al telefono (Phoebe Waller-Bridge) e del suo più anziano assistente (Kevin Kline).

Il nostro protagonista prende dunque l’auto a noleggio, accetta le insistenze dei due operatori affinché venga affittato anche il navigatore – siccome spesso «il cellulare ti fotte» – , e s’imbarca per il suo viaggio, guidato da uno strano navigatore da aspetto e grafiche ’60 -’70 pixel-vaporwave che – dalla spia nera con puntino luminoso rosso stile HAL 9000 da 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey, 1968, Stanley Kubrick) – gli si rivolge direttamente in tono caldo e colloquiale, interagendo sino pure a prendersi quella che pare una certa confidenza.

Al matrimonio incontra l’inizialmente restia e poi super sfrontata Sarah (Margot Robbie). I due flirtano bizzarramente sino a che lei gli chiede – non si sa quanto ironicamente – di sposarla. Lui ci scherza e rifiuta un ballo, salvo poi mangiarsi le mani nel vederla muoversi provocantemente sullo statuario corpo di un altro invitato che poi si porterà in camera, mentre noi – in visione sinottica tra le due finestre attigue, forse unica reminiscenza tecnica riconoscibile di Kogonada, seppur dalla sua carriera video-saggistica – osserviamo anche la solitudine colpevole di David.

I due ripartono, ma si incontrano di nuovo all’ora di pranzo del giorno dopo, entrambi guidati a mangiare «un hamburger del fast-food» dopo aver accettato la proposta di fare «a big bold beautiful journey», evidentemente fatta ad entrambi dal navigatore che hanno noleggiato nella stessa agenzia. E di qui, tutto il resto…

Ma cosa ci aspetta, nelle restanti circa due ore che, da questa “inattesa svolta” in poi, c’accompagneranno sino al finale di A Big Beautiful Journey, del maestro video-saggista – e oramai regista al suo terzo lungometraggio – Kogonada?

Beh, più o meno, nulla.

Questo è, difatti, uno di quei film capaci di mettere in seria difficoltà un recensore nell’assolvere al proprio compito: tanto superficialmente vuoto – seppur nella sua pretesa di profondità esistenziale – da tentare chi scrive nel ripercorrere le precedenti opere dell’autore – Columbus (2017) e After Yang (2021), seppur neanch’esse facenti parte del top di gamma – piuttosto che spendersi alla ricerca di chissà che oscuro tesoro, forse tanto ben nascosto da sfuggire pure a chi l’ha sepolto; e questo perché – secondo aspetto – , per quanto, appunto, i precedenti lavori di Kogonada non fossero certo capolavori, vi si poteva riscontrare l’attenzione e l’interesse sintattico per una forzatura del testo, in quanto, per dirla con Umberto Eco, macchina pigra, in cui i vuoti architettonici (in Columbus) o emotivo-abitativi (in After Yang) fungevano da tela bianca, in cui il senso emergeva nello sforzo richiesto allo spettatore, chiamato a cercare le ragioni sue e dei personaggi in quel nulla che era solo apparente.

Qui invece, questo nulla, è ben più che intrinseco alle irrintracciabili ragioni di un esito diametralmente opposto – nel riempimento patinato del campo, nella fotografia di Benjamin Loeb che pare presa dagli scarti artistici di Amabili Resti (The Lovely Bones, 2009, Peter Jackson), nel montaggio inutilmente lento ed enfatizzante il vacuo, di Susan E. Kim e Jonat Alberts, o nell’affastellamento di elementi ora dal fantasy, ora dalla rom-com e ora dal musical nella sceneggiatura di Seth Reiss, sino a sembrare la peggior puntata della peggior stagione del compianto Black Mirror (2011- , Cherlie Brooker) – a quelle che erano state le precedenti speculazioni estetico-narrative del sudcoreano Kogonada. Ed è strano, e ancor più inatteso, specie da uno dei nomi che maggiormente ha dato visibilità popolare al video-saggio, tanto attento nell’analisi sintattica delle piccolezze che fecero grande la filmografia di grandi maestri (vi invitiamo a reperire i suoi video sull’uso delle mani in Robert Bresson, sulle retro-proiezioni, le scale e il sistema della suspense in Alfred Hitchcock, sul Neorealismo e via dicendo) quanto, in questo caso, totalmente disinteressato dal valorizzare e dal mettere a sistema quegli stessi dettagli che avrebbero potuto, quantomeno, donare un leggero afflato di vita all’invece morto vagabondare di questi due sfortunati Farrell e Robbie.

Persino loro, risaputamente bravi – seppur ha senso ricordarci di come la Robbie non azzecchi interamente due film di fila dal C’era una volta a…Hollywood (One Upon a Time in…Hollywood, 2019) di Quentin Tarantino – , possono ben poco, imboccati come sono di frasi su vita e amore che vorrebbero sapere di Se mi lasci ti cancello (Eternal Sunshine of the Spotless Mind, 2004, Michel Gondry) o In the Mood for Love (花樣年華 o Faa yeung nin wa, 2000, Wong Kar-wai), ma che, a ben vedere, sono forse al di sotto di scempiaggini alla Prima o poi mi sposo (The Wedding Planner, 2001, Adam Shankman).

L’una (la Robbie) tutta lucente bellezza, occhioni azzurri languidi e labbra carnose e socchiuse, non è altro che l’ipotetico personaggio-sequel – la poco approfondita e banalizzata fenomenologia da psicoterapia a buon mercato – della Maeve Wiley di Sex Education (2019-2023, Laurie Nunn), interpretata dall’oramai socialmente riconosciuta sosia di Margot Robbie Emma Mackey, per cui

                          SPOILER!                          

la morte della madre (una buona seppur poco presente Lily Rabe) e le delusioni d’amore hanno portato ad alternare eccessi e depressi rientri in sé che, auto-colpevolizzante, tradisce e allontana per paura di ferire e di esser ferita; l’altro (Farrell) un uomo vuoto, inconsistente a scena se non nel disperato tentativo attorale del suo interprete, per un personaggio che è solo ed esclusivamente il suo passato, anche questo del tutto carente di forza se non nella decente scena musical, o nelle due occasioni in cui – attraverso il sistema di porte sul passato sparse per il viaggio dei due, nell’itinerario fornito dal navigatore – si trova ad interagire con suo padre (un bravo seppur a tratti patetico Hamish Linklater) e con un sé ragazzo (Yuvi Hecht), devastato dal rifiuto di una compagna di scuola di cui era innamorato.

Volendo salvare altro, si potrebbe tentare con la sequenza in cui entrambi – posti dal navigatore di fronte all’ingresso di un devastato ed abbandonato caffè, in cui nessuno dei due sembra voler entrare, e suggerendo un chissà che di intrigante e indicibile, che poi non è – rivivono il momento della rottura con i rispettivi due ex partner (Sarah Gadon per Farrell e Billy Magnussen per la Robbie). Ciò che rende più o meno degna di nota la sequenza, è l’emersione di lati del carattere condivisi dai due protagonisti, simili nelle pratiche d’avvicinamento e, ancor di più, in quelle di allontanamento, tanto da suggerire le differenti evoluzioni che più o meno vediamo avvenire nei due lungo il loro “viaggio nei sentimenti” – comunque non dissimile da quello che vedreste in Temptation Island, sia chiaro, tanto che, ad un tratto, il loro sembra momentaneamente interrompersi per sempre davanti a una macchina cappottata ed in fiamme…come un falò di confronto dopo il quale Sarah decide di tornare a casa senza David.

Eppure, tra i vari e variamente grandi e apprezzati nomi che loro malgrado compongono il cast, manca Filippo Bisciglia, che per empatizzare con certe razze di malcapitati è lautamente pagato; dunque lo spettatore – che si troverà invece nell’imbarazzo di dover pagare – , crediamo e speriamo si terrà a debita distanza dalla condivisione emotiva di un tale delirio.

In conclusione, alla sua terza opera (e rieccola, la maledizione cui accennavamo nell’ultimo Alpha di Julia Ducournau) il regista di Seul compone un panopticon emotivo tanto ampio da offuscare la visione, con chi si concentrerà ora sul superfluo e ora – per spirito di sopravvivenza – sulle luminose iconcine dei WC o delle uscite di sicurezza dislocate in sala, comunque lontano dallo schermo, su cui l’accumulo spasmodico e visivamente maggiorato dell’immagine tenta disperatamente di convincere di un più reale nulla di fatto. E, dato che l’autore tanto ci tiene a mantenere il segreto sul suo reale nome, che lo faccia, impegnandosi invece a svelarci le ragioni che l’hanno portato ad occuparsi di un tale buco nell’acqua.

Se col proseguire della visione dovesse succedervi di pensare che – come ironicamente abbiamo suggerito – l’ultima opera di Kogonada sia, però e tutto sommato, uno stimolantissimo ipotetico format per un reality show, noi vi capiamo, dal momento che, quasi scorsesianamente, fatichiamo davvero a vederlo come un film degno di questo nome.

Nonostante ciò, dobbiamo riconoscere che «tutto questo è [stato, ringraziando il cielo,] un autentico [e tremendamente noioso] viaggio nei sentimenti…tutto questo» è A Big Bold Beautiful Journey – Un viaggio straordinario.


Diplomato all’Artistico, laureato magistrale in cinema, critico e politicamente schierato in tutto…ma non sui film: se li fai bene, bene, o questi anni di studio e scrittura s’abbatteranno su di te con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno – come contasse qualcosa. Amante dell’avanguardia, dello spavento, di ciò che è lento e del B/N; prometto di scovare quel cavillo non visto – e non volevate – , quella tematica persa – “chi ve lo fa fa” – , ma strappando un sorriso o, magari, solo un colpevole ghigno.

Diplomato all’Artistico, laureato magistrale in cinema, critico e politicamente schierato in tutto…ma non sui film: se li fai bene, bene, o questi anni di studio e scrittura s’abbatteranno su di te con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno – come contasse qualcosa. Amante dell’avanguardia, dello spavento, di ciò che è lento e del B/N; prometto di scovare quel cavillo non visto – e non volevate – , quella tematica persa – “chi ve lo fa fa” – , ma strappando un sorriso o, magari, solo un colpevole ghigno.


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