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L’agente segreto – Kleber Mendonça Filho

Approfittiamo dell’inizio della settimana che ci porterà alle premiazione degli Oscar 2026 per recuperare qualcosa purtroppo lasciata indietro, con l’augurio del “vantaggio” che, se non altro, una tale sedimentazione della visione, dell’impatto del film su chi sta scrivendo, e sul panorama cinematografico tutto, possa aiutare chi scrive e scriverà nel proporre una lettura più avveduta e consapevole rispetto ad un pezzo redatto “a caldo”. E se parliamo di impatto sul settore, iniziando questo nostro recupero con L’agente segreto (O agente secreto, 2025), di certo la prima rilevazione da fare – per quanto mai davvero o del tutto segnante del valore di un’opera – è immediatamente focalizzata sul palmarès che tale produzione può vantare già prima della (da qualcuno) tanto attesa cerimonia degli Academy Awards: Prix de la mise en scène, Prix d’interprétation masculine a Wagner Moura e FIPRESCI al Festival di Cannes 2025; Miglior attore in un film drammatico e Miglior film straniero ai recenti Golden Globe 2026 – in occasione dei quali il regista e sceneggiatore, Kleber Mendonça Filho, è stato premiato sul red carpet prima della cerimonia, con la dichiarazione di voler accorciare i tempi ma, di fatto, rischiando di tappare la bocca ad un autore che raramente le manda a dire, specie in tempi come questi rispetto le ingerenze di altre nazioni sull’autodeterminazione altrui, permettendo quindi che venissero abbozzate timide polemiche – e, seppur meno altisonante, un riconoscimento come Miglior coproduzione internazionale (Brasile, Francia, Paesi Bassi e Germania) ai Premi Lumière 2026.

Ma insomma, imbrogli e sentori di oscure macchinazioni a parte nei confronti di un regista dal profilo politico strano, e che stranamente viene selezionato agli Oscar in ben quattro categorie tra cui Miglior film – gli stessi premi che rifiutarono il suo precedente Aquarius (2016), che s’era macchiato del disonore di divenire un caso in Brasile per la posizione critica che ha assunto rispetto all’impeachment dell’allora Presidentessa del Brasile e membro del Partito dei Lavoratori Dilma Rousseff – , la sesta opera di Mendonça Filho è un brillante, composito e ricchissimo panopticon di soluzioni e richiami al genere tra i più disparati, ad impreziosire una spy story che prosegue e rende solo in parte “più fictional” le direzioni e gli esiti del precedente lavoro documentario del cineasta di Recife, Retratos fantasmas (2023), in cui la memoria degli scomparsi dei Settanta sudamericani – nello specifico brasiliani, ovviamente – alimenta la vena teorico-archivistica di film e contesti geopolitici già presi in considerazione dagli assolutamente non disinteressati Academy Awards quali Missing – Scomparso (Missing, 1982, Costa-Gavras) e il più recentemente premiato come Miglior Film Internazionale 2025 Io sono ancora qui (Ainda estou aqui, 2024, Walter Selles), aumentandone però la chiave da genre-movie, la centralità esposta dei corpi e, quindi, come la storia del cinema insegna, anche la spinta dichiaratamente politica.

Ambientato nel 1977, nel momento in cui la dittatura militare brasiliana instaurata con il colpo di stato del 1964 attraversa una fase di apparente distensione sotto la presidenza del generale Ernesto Geisel – una stagione segnata dalla promessa di una graduale abertura politica che tuttavia convive ancora con pratiche diffuse di sorveglianza, censura e repressione – il film colloca la propria vicenda nel cuore di Recife, città natale del regista e spazio ricorrente del suo cinema, osservata qui come territorio insieme concreto e mentale, attraversato da memorie, racconti e tensioni che continuano a sedimentarsi nel paesaggio urbano.

Al centro del racconto si trova Marcelo (Wagner Moura), professore universitario e specialista in tecnologia che torna a Recife dopo anni trascorsi lontano. Il suo rientro appare inizialmente motivato dal desiderio di ricongiungersi con il figlio piccolo e di organizzare una partenza definitiva dal paese, ma il film suggerisce sin dalle prime sequenze che dietro questo ritorno si nasconda una fuga: Marcelo vive infatti nella convinzione di essere sorvegliato e si muove nella città con la cautela di chi sa che il proprio nome potrebbe circolare all’interno di reti di controllo informale, dove apparati dello Stato, interessi economici e informatori occasionali finiscono spesso per sovrapporsi.

Il passato che lo ha condotto in questa condizione emerge progressivamente attraverso racconti frammentari e ricostruzioni indirette. In precedenza Marcelo aveva lavorato in ambito universitario occupandosi di ricerca tecnologica, attività che lo aveva messo in contrasto con un influente imprenditore del sud-est brasiliano interessato a sfruttare economicamente le ricerche sviluppate dal suo dipartimento. Il conflitto, inizialmente circoscritto a una disputa accademica e industriale, assume col tempo un peso sempre più oscuro, fino a intrecciarsi con relazioni politiche e istituzionali che riflettono il sistema di potere della dittatura. La morte della moglie di Marcelo – rimasta senza spiegazione definitiva… tranquilli, non può definirsi spoiler – segna il momento in cui la sua vicenda privata entra definitivamente nell’orbita di quella zona grigia dove violenza politica, affari e vendette personali diventano difficili da distinguere.

La Recife che (ri)accoglie il protagonista è una città immersa nel periodo del Carnevale, e Mendonça Filho costruisce buona parte del film come un lento attraversamento di questo spazio urbano: Marcelo si sposta tra pensioni anonime, cinema di quartiere, stazioni di servizio e abitazioni di vecchi conoscenti, cercando di mantenere un profilo basso mentre tenta di contattare persone che possano procurargli documenti falsi e organizzare la fuga dal Brasile insieme al figlio. Attorno a lui prende forma una piccola costellazione di personaggi – amici del passato, militanti segnati dalla repressione, intermediari che trafficano informazioni – che restituisce per frammenti il tessuto sociale della città negli anni finali della dittatura.

In questa rete di incontri e conversazioni il film introduce anche una dimensione più laterale e quasi leggendaria della storia urbana, evocando episodi e racconti popolari che circolavano nel Recife degli anni Settanta – come il mito della Perna Cabeluda, figura folklorica che si incarna in una gamba mozzata che percuote e uccide, nata in quegli anni anche come forma indiretta di allusione alla violenza della polizia e ai limiti della censura giornalistica, che nel film vedremo fare mattanza nella più allucinata e radicale estetica da Z movie – e che contribuiscono a creare un clima narrativo in cui cronaca, memoria e immaginario collettivo finiscono per contaminarsi. Il risultato è una città raccontata non soltanto come luogo geografico, ma come spazio di narrazione condivisa, dove le storie private e quelle pubbliche tendono a sovrapporsi, tutte stritolate da un male più grande, tentacolare.

Con il passare dei giorni Marcelo si rende conto che Recife non rappresenta affatto il rifugio immaginato. Alcuni dettagli – incontri troppo casuali, presenze che sembrano seguirlo, informazioni che circolano con eccessiva rapidità – suggeriscono che la rete di interessi che lo ha colpito in passato possiede ramificazioni molto più estese del previsto. Il conflitto originario con l’imprenditore riemerge così come la manifestazione visibile di un sistema più ampio, in cui imprenditoria privata, informatori e strutture di sicurezza operano dentro una stessa zona di influenza.

È in questo progressivo restringersi dello spazio di movimento che il film trova il proprio nucleo drammaturgico: mentre tenta di preparare la fuga insieme al figlio, Marcelo è costretto a confrontarsi con il passato che lo ha condotto fin lì, e con la possibilità che la sua vicenda personale sia inseparabile dalla storia politica del paese in cui vive. Attraversando Recife come un territorio carico di memorie e presenze, L’agente segreto finisce così per raccontare insieme la traiettoria di un uomo in fuga e il ritratto di un Brasile sospeso tra la promessa di un cambiamento imminente e l’ombra ancora lunga di un sistema autoritario che, anche quando sembra arretrare, continua a lasciare tracce profonde nelle vite individuali.

Proprio questi soggetti, centri connessi di un sistema di relazioni e rivelazioni ora palesi e ora ombrose, promesse e tradimenti e memorie inaffidabili, fanno da struttura ad un racconto che usa la centralità urbana come stadio di condensazione e sovrapposizione di quelle tensioni che si avvertono sin dalle stazioni in provincia, dallo strato suburbano e dall’estero evocato ma non mostrato, da quei posti in cui si tenta di sparire volontariamente prima che sia lo stato ad obbligare la scomparsa. Ecco quindi che la memoria, l’archivio come ricostruzione plausibile ma non certamente attendibile di un passato obliato si mostra graduale, mostrando genealogie sino ad un oggi che, purtroppo, risulta l’unico mezzotono di una marcia altrimenti trionfale e inarrestabile, e proprio alla luce della dichiarata volontà di ricondurre i fili sino ad un arrivo che pare riassopire nel concettuale tutta la furia inarrestabile del politico che, sino a alla seconda metà abbondante del film, aveva così fortemente caratterizzato l’incedere.

Ma non è una caduta, tuttalpiù un elegante scivolone, per un’opera che conferma senza riserve tanto l’oramai acclarato impegno di Mendonça Filho quanto, e forse soprattutto, la statura internazionalmente cinematografica di Wagner Moura, finalmente liberatosi dal Pablo Escobar interpretato nella serie Netflix Narcos (2015-2017, ideata da Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro) e, sempre forse, capace addirittura di strappare l’ambita statuetta ad un Timothée Chalamet già dato per vincitore per il suo ruolo in Marty Supreme (2025, Josh Safdie). Forse potremmo sperarci, per immaginare degli Oscar che, nella compresenza di L’agente segreto e Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another, 2025, Paul Thomas Anderson), mostrino finalmente una coscienza sinceramente politica e forte sul dato attuale e dell’avvenire, certo, ma pur consapevoli che, se ciò dovesse avverarsi, non sarebbe altro che una mossa dal gusto di un “Bad Bunny Bis”…

In ogni caso saremo pronti, dal momento che, per lo meno, i nomi degli stati centro-sud americani li abbiamo già imparati quasi tutti a memoria.

Approfittiamo dell’inizio della settimana che ci porterà alle premiazione degli Oscar 2026 per recuperare qualcosa purtroppo lasciata indietro, con l’augurio del “vantaggio” che, se non altro, una tale sedimentazione della visione, dell’impatto del film su chi sta scrivendo, e sul panorama cinematografico tutto, possa aiutare chi scrive e scriverà nel proporre una lettura più avveduta e consapevole rispetto ad un pezzo redatto “a caldo”. E se parliamo di impatto sul settore, iniziando questo nostro recupero con L’agente segreto (O agente secreto, 2025), di certo la prima rilevazione da fare – per quanto mai davvero o del tutto segnante del valore di un’opera – è immediatamente focalizzata sul palmarès che tale produzione può vantare già prima della (da qualcuno) tanto attesa cerimonia degli Academy Awards: Prix de la mise en scène, Prix d’interprétation masculine a Wagner Moura e FIPRESCI al Festival di Cannes 2025; Miglior attore in un film drammatico e Miglior film straniero ai recenti Golden Globe 2026 – in occasione dei quali il regista e sceneggiatore, Kleber Mendonça Filho, è stato premiato sul red carpet prima della cerimonia, con la dichiarazione di voler accorciare i tempi ma, di fatto, rischiando di tappare la bocca ad un autore che raramente le manda a dire, specie in tempi come questi rispetto le ingerenze di altre nazioni sull’autodeterminazione altrui, permettendo quindi che venissero abbozzate timide polemiche – e, seppur meno altisonante, un riconoscimento come Miglior coproduzione internazionale (Brasile, Francia, Paesi Bassi e Germania) ai Premi Lumière 2026.

Ma insomma, imbrogli e sentori di oscure macchinazioni a parte nei confronti di un regista dal profilo politico strano, e che stranamente viene selezionato agli Oscar in ben quattro categorie tra cui Miglior film – gli stessi premi che rifiutarono il suo precedente Aquarius (2016), che s’era macchiato del disonore di divenire un caso in Brasile per la posizione critica che ha assunto rispetto all’impeachment dell’allora Presidentessa del Brasile e membro del Partito dei Lavoratori Dilma Rousseff – , la sesta opera di Mendonça Filho è un brillante, composito e ricchissimo panopticon di soluzioni e richiami al genere tra i più disparati, ad impreziosire una spy story che prosegue e rende solo in parte “più fictional” le direzioni e gli esiti del precedente lavoro documentario del cineasta di Recife, Retratos fantasmas (2023), in cui la memoria degli scomparsi dei Settanta sudamericani – nello specifico brasiliani, ovviamente – alimenta la vena teorico-archivistica di film e contesti geopolitici già presi in considerazione dagli assolutamente non disinteressati Academy Awards quali Missing – Scomparso (Missing, 1982, Costa-Gavras) e il più recentemente premiato come Miglior Film Internazionale 2025 Io sono ancora qui (Ainda estou aqui, 2024, Walter Selles), aumentandone però la chiave da genre-movie, la centralità esposta dei corpi e, quindi, come la storia del cinema insegna, anche la spinta dichiaratamente politica.

Ambientato nel 1977, nel momento in cui la dittatura militare brasiliana instaurata con il colpo di stato del 1964 attraversa una fase di apparente distensione sotto la presidenza del generale Ernesto Geisel – una stagione segnata dalla promessa di una graduale abertura politica che tuttavia convive ancora con pratiche diffuse di sorveglianza, censura e repressione – il film colloca la propria vicenda nel cuore di Recife, città natale del regista e spazio ricorrente del suo cinema, osservata qui come territorio insieme concreto e mentale, attraversato da memorie, racconti e tensioni che continuano a sedimentarsi nel paesaggio urbano.

Al centro del racconto si trova Marcelo (Wagner Moura), professore universitario e specialista in tecnologia che torna a Recife dopo anni trascorsi lontano. Il suo rientro appare inizialmente motivato dal desiderio di ricongiungersi con il figlio piccolo e di organizzare una partenza definitiva dal paese, ma il film suggerisce sin dalle prime sequenze che dietro questo ritorno si nasconda una fuga: Marcelo vive infatti nella convinzione di essere sorvegliato e si muove nella città con la cautela di chi sa che il proprio nome potrebbe circolare all’interno di reti di controllo informale, dove apparati dello Stato, interessi economici e informatori occasionali finiscono spesso per sovrapporsi.

Il passato che lo ha condotto in questa condizione emerge progressivamente attraverso racconti frammentari e ricostruzioni indirette. In precedenza Marcelo aveva lavorato in ambito universitario occupandosi di ricerca tecnologica, attività che lo aveva messo in contrasto con un influente imprenditore del sud-est brasiliano interessato a sfruttare economicamente le ricerche sviluppate dal suo dipartimento. Il conflitto, inizialmente circoscritto a una disputa accademica e industriale, assume col tempo un peso sempre più oscuro, fino a intrecciarsi con relazioni politiche e istituzionali che riflettono il sistema di potere della dittatura. La morte della moglie di Marcelo – rimasta senza spiegazione definitiva… tranquilli, non può definirsi spoiler – segna il momento in cui la sua vicenda privata entra definitivamente nell’orbita di quella zona grigia dove violenza politica, affari e vendette personali diventano difficili da distinguere.

La Recife che (ri)accoglie il protagonista è una città immersa nel periodo del Carnevale, e Mendonça Filho costruisce buona parte del film come un lento attraversamento di questo spazio urbano: Marcelo si sposta tra pensioni anonime, cinema di quartiere, stazioni di servizio e abitazioni di vecchi conoscenti, cercando di mantenere un profilo basso mentre tenta di contattare persone che possano procurargli documenti falsi e organizzare la fuga dal Brasile insieme al figlio. Attorno a lui prende forma una piccola costellazione di personaggi – amici del passato, militanti segnati dalla repressione, intermediari che trafficano informazioni – che restituisce per frammenti il tessuto sociale della città negli anni finali della dittatura.

In questa rete di incontri e conversazioni il film introduce anche una dimensione più laterale e quasi leggendaria della storia urbana, evocando episodi e racconti popolari che circolavano nel Recife degli anni Settanta – come il mito della Perna Cabeluda, figura folklorica che si incarna in una gamba mozzata che percuote e uccide, nata in quegli anni anche come forma indiretta di allusione alla violenza della polizia e ai limiti della censura giornalistica, che nel film vedremo fare mattanza nella più allucinata e radicale estetica da Z movie – e che contribuiscono a creare un clima narrativo in cui cronaca, memoria e immaginario collettivo finiscono per contaminarsi. Il risultato è una città raccontata non soltanto come luogo geografico, ma come spazio di narrazione condivisa, dove le storie private e quelle pubbliche tendono a sovrapporsi, tutte stritolate da un male più grande, tentacolare.

Con il passare dei giorni Marcelo si rende conto che Recife non rappresenta affatto il rifugio immaginato. Alcuni dettagli – incontri troppo casuali, presenze che sembrano seguirlo, informazioni che circolano con eccessiva rapidità – suggeriscono che la rete di interessi che lo ha colpito in passato possiede ramificazioni molto più estese del previsto. Il conflitto originario con l’imprenditore riemerge così come la manifestazione visibile di un sistema più ampio, in cui imprenditoria privata, informatori e strutture di sicurezza operano dentro una stessa zona di influenza.

È in questo progressivo restringersi dello spazio di movimento che il film trova il proprio nucleo drammaturgico: mentre tenta di preparare la fuga insieme al figlio, Marcelo è costretto a confrontarsi con il passato che lo ha condotto fin lì, e con la possibilità che la sua vicenda personale sia inseparabile dalla storia politica del paese in cui vive. Attraversando Recife come un territorio carico di memorie e presenze, L’agente segreto finisce così per raccontare insieme la traiettoria di un uomo in fuga e il ritratto di un Brasile sospeso tra la promessa di un cambiamento imminente e l’ombra ancora lunga di un sistema autoritario che, anche quando sembra arretrare, continua a lasciare tracce profonde nelle vite individuali.

Proprio questi soggetti, centri connessi di un sistema di relazioni e rivelazioni ora palesi e ora ombrose, promesse e tradimenti e memorie inaffidabili, fanno da struttura ad un racconto che usa la centralità urbana come stadio di condensazione e sovrapposizione di quelle tensioni che si avvertono sin dalle stazioni in provincia, dallo strato suburbano e dall’estero evocato ma non mostrato, da quei posti in cui si tenta di sparire volontariamente prima che sia lo stato ad obbligare la scomparsa. Ecco quindi che la memoria, l’archivio come ricostruzione plausibile ma non certamente attendibile di un passato obliato si mostra graduale, mostrando genealogie sino ad un oggi che, purtroppo, risulta l’unico mezzotono di una marcia altrimenti trionfale e inarrestabile, e proprio alla luce della dichiarata volontà di ricondurre i fili sino ad un arrivo che pare riassopire nel concettuale tutta la furia inarrestabile del politico che, sino a alla seconda metà abbondante del film, aveva così fortemente caratterizzato l’incedere.

Ma non è una caduta, tuttalpiù un elegante scivolone, per un’opera che conferma senza riserve tanto l’oramai acclarato impegno di Mendonça Filho quanto, e forse soprattutto, la statura internazionalmente cinematografica di Wagner Moura, finalmente liberatosi dal Pablo Escobar interpretato nella serie Netflix Narcos (2015-2017, ideata da Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro) e, sempre forse, capace addirittura di strappare l’ambita statuetta ad un Timothée Chalamet già dato per vincitore per il suo ruolo in Marty Supreme (2025, Josh Safdie). Forse potremmo sperarci, per immaginare degli Oscar che, nella compresenza di L’agente segreto e Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another, 2025, Paul Thomas Anderson), mostrino finalmente una coscienza sinceramente politica e forte sul dato attuale e dell’avvenire, certo, ma pur consapevoli che, se ciò dovesse avverarsi, non sarebbe altro che una mossa dal gusto di un “Bad Bunny Bis”…

In ogni caso saremo pronti, dal momento che, per lo meno, i nomi degli stati centro-sud americani li abbiamo già imparati quasi tutti a memoria.


Diplomato all’Artistico, laureato magistrale in cinema, critico e politicamente schierato in tutto…ma non sui film: se li fai bene, bene, o questi anni di studio e scrittura s’abbatteranno su di te con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno – come contasse qualcosa. Amante dell’avanguardia, dello spavento, di ciò che è lento e del B/N; prometto di scovare quel cavillo non visto – e non volevate – , quella tematica persa – “chi ve lo fa fa” – , ma strappando un sorriso o, magari, solo un colpevole ghigno.

Diplomato all’Artistico, laureato magistrale in cinema, critico e politicamente schierato in tutto…ma non sui film: se li fai bene, bene, o questi anni di studio e scrittura s’abbatteranno su di te con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno – come contasse qualcosa. Amante dell’avanguardia, dello spavento, di ciò che è lento e del B/N; prometto di scovare quel cavillo non visto – e non volevate – , quella tematica persa – “chi ve lo fa fa” – , ma strappando un sorriso o, magari, solo un colpevole ghigno.


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